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∂| ThrillerMagazine | Danila Comastri Montanari e la centralità del lettore


Maximilien Robespierre (6 May 1758 – 28 July 1...

Image via Wikipedia

Intervista interessantissima a Danila Comastri Montanari, su ThrillerMagazine.it. Danila è la creatrice di Publio Aurelio Stazio, l’investigatore calato nel periodo imperiale romano di Claudio; Stazio si muove in storie seriali (a essere onesti non è il primo investigatore della Roma imperiale, e non è il primo tra essi a essere seriale) ma qui, in questa intervista, si accenna anche a una nuova pubblicazione della Montanari che sarà ambientata, invece, nel periodo della Rivoluzione Francese, periodo che a me è sempre interessato tantissimo, e che ha avuto in Robespierre il personaggio che più mi ha incuriosito di quel periodo, una quasi immedesimazione nello svolgersi drammatico della sua vita. Proprio come mi è capitato con il periodo di Roma imperiale. Che strano, sembrano quasi richiami karmici…

Ecco qualche passo dell’intervista di Danila:

Con il suo ultimo romanzo, “Terrore”, (Mondadori, 2008), vi è un salto diacronico rispetto alla produzione “classica” di Publio Aurelio Stazio.  Già precedentemente aveva collocato alcuni racconti in altre epoche ma “Terrore” è un poliziesco ambientato in una giovane repubblica francese passata a un’autocrazia feroce in cui regna, appunto, quel truce periodo di Terrore inaugurato dai giacobini del Comitato di Salute Pubblica. Perché la scelta di questo momento storico?

Non ho nessuna intenzione di abbandonare l’antica Roma: infatti “Dura lex”, l’ultima indagine di Aurelio, esce proprio in questi giorni.  Tuttavia la rivoluzione francese, e in particolare il governo giacobino, è un periodo della storia che mi appassiona moltissimo. Personalmente non lo giudico più truce di ciò che esisteva prima e di ciò che venne dopo. É un momento fondamentale della storia di Europa, quello in cui nacque il mondo come oggi lo conosciamo: agli uomini che si trovarono allora nell’occhio del ciclone dobbiamo molto, moltissimo.
Qualcuno potrebbe chiedersi come mai mi interesso a fasi tanto diverse del cammino umano. E’ presto detto: sia l’impero di Claudio, sia la Grande Rivoluzione sono passioni antiche, che risalgono alla mia prima adolescenza. La responsabilità è da attribuirsi totalmente alla fiction: furono la lettura di “Io Claudio” di Robert Graves e la visione de “I giacobini di Federico Zardi a suscitarmele. Altro infatti è imparare a memoria un arido elenco di consoli, altro è sentire uno dei Cesari narrare in prima persona i retroscena della famiglia imperiale, le tresche, le congiure, i veleni, i pugnali. E altro è studiare la rivoluzione francese sui manuali, altro è ascoltare Robespierre, interpretato da Serge Reggiani, mentre declama alla Convenzione il discorso dei 40 scudi. La fiction serve appunto a questo, a trasmettere emozioni che, pur con tutto il suo rigore, difficilmente la saggistica può dare.

Ci racconta un mistero del passato?

Pare che la famosa frase: “Questi sono i miei gioielli”, pronunciata dalla matrona Cornelia additando i Gracchi suoi figli e passata alla storia come esempio di modestia e rettitudine, mirasse in realtà ad accusare il genero, Scipione Emiliano, di averle sottratto i monili che le spettavano in eredità. Sarà vero? Di fatto, al momento della morte improvvisa e inspiegabile del distruttore di Cartagine, a Roma furono molte le voci che ne attribuirono la responsabilità alla moglie Sempronia e alla suocera Cornelia, le quali avrebbero agito per vendicare l’assassinio di Tiberio Gracco, rispettivamente fratello della prima e figlio della seconda.  Fu veramente omicidio? Non si sa:  il caso è ancora aperto.

E un pettegolezzo?

Quando Caio Giulio Cesare propose alcuni provvedimenti economici che avevano tra l’altro l’effetto di favorire le finanze della sua amante Servilia, quel maligno di Cicerone sottolineò, con un brillante gioco di parole, come si dovesse tener conto del fatto che Cesare “ne aveva dedotto la terza”: la “terza” era in effetti una tassa, ma si chiamava Terza anche la giovane figlia di Servilia che, secondo le malelingue, era stata spinta a compiacere anch’essa il potente amante della madre.

Ci sfata un luogo comune infondato sull’antica Roma?

Sono tanti. Che i romani fossero intolleranti in campo religioso, quando raramente una società fu tanto permissiva con i culti più disparati; che i gladiatori fossero derelitti spediti nell’arena per forza, mentre si trattava quasi sempre di addestratissimi professionisti; che Nerone abbia dato fuoco a Roma, mentre il celebre incendio non fu che il più catastrofico tra i tanti roghi accidentali da cui l’Urbe era periodicamente devastata.

Ma il mito più esilarante, di chiara derivazione holliwoodiana, è quello dei calzari. Nella maggior parte dei vecchi kolossal, infatti, i romani indossano sempre i sandali, anche in mezzo alla neve: è possibile, viene da pensare, che un popolo così accorto da sottomettere l’intero mondo conosciuto e costruire ovunque strade e acquedotti, si dimostrasse tanto sprovveduto da non contemplare l’uso degli stivali? Dopo troppi piedi nudi, finalmente “Il gladiatore” ha reso giustizia ai freddolosi quiriti, mostrando Massimo Decimo Meridio con i guantoni e gli stivaloni imbottiti.

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