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Archivio per Sperimentazioni

Lanciato SpaceX Dragon: la prima astronave privata in orbita ∂ Fantascienza.com

English: SpaceX’s Falcon 9 rocket and Dragon s...

English: SpaceX’s Falcon 9 rocket and Dragon spacecraft lift off from Launch Complex-40 at Cape Canaveral Air Force Station, Fla., at 10:43 a.m. EST, Wednesday, Dec. 8, 2010. (Photo credit: Wikipedia)

Una nuova era spaziale sembra essersi aperta (potenzialmente) in queste ore. Il risalto che ne dà Fantascienza.com è esemplare:

Sarà l’ennesima navicella spaziale che attracca alla stazione, ma la prima a essere costruita non da un’agenzia governativa ma da un’impresa privata.

Perché è importante questo passo?

È molto semplice. Le agenzie governative possono andare nello spazio per i motivi più diversi: politici, scientifici, strategici, militari. Sono quindi soggetti alle opportunità del momento e ai fondi disponibili. Un’impresa privata ci va per un solo motivo: guadagnare soldi. E nel momento in cui dovesse apparire chiaro che si possono guadagnare soldi con le missioni spaziali, allora nulla potrebbe più ostacolare la corsa allo spazio.

Brutalmente, con l’ingresso del biz la corsa allo spazio riprenderebbe, senza regole se non quella del guadagno, lontano dall’ingessatura istituzionale dei Governi. Sempre che, appunto, tutto vada per il verso giusto e si dimostri la fattibilità operativa dell’approdo commerciale locato nello spazio profondo. Preparate i caschi…

XNA: alternative genetiche per l’origine della vita « HyperNext

Il codice genetico alternativo è l’argomento trattato nel post odierno di HyperNext. In sostanza, si sta cercando di creare in laboratorio codice genetico di sintesi, teoricamente con maggiori possibilità di manipolazione; per maggiori dettagli (anche tecnici) vi invito a leggere il post completo.

“ALTA – Ruins Aren’t Here. Secondo capitolo”

[Letto su Peja's blog]

Si è svolta sabato 5 maggio 2012, alle ore 19,00, presso l’Ex Arena Forlivense di Forlì, l’inaugurazione di RUINS AREN’T HERE, all’interno del festival Fuori le Stelle – Notte verde di Forlì, organizzato dai nostri nuovi di Spazi Indecisi. Secondo capitolo, seconda mostra del ciclo di 10 eventi tesi ad indagare il rapporto tra rovine e contemporaneità. Un rapporto paradossale, che vede proprio nell’ora della distruzione totale la scomparsa delle rovine come realtà e come memoria. L’iniziativa si propone di dare una rilettura di natura estetica ad alcuni ruderi creati dall’uomo ma assenti in forma fisica: esse sono rovine appartenenti più alla sfera comunicativa che a quella dell’architettura, dell’arte o dell’archeologia…

Questo è quanto ci riporta Emmanuele “Peja” Pilia sul suo blog, per l’evento che c’è stato la settimana scorsa a Forlì e che ha riguardato Alta, il laboratorio architetturale transumanista. Complimenti agli amici di Alta per questo nuovo successo.

Ultime dal fronte quantistico dell’informazione « HyperNext

Un altro post da segnalare su HyperNext: Ultime dal fronte quantistico dell’informazione . L’articolo, a firma di X, fa un’analisi approfondita ma resa anche divulgative, dello stato dell’arte della computazione quantistica. Imperdibile…

Ruins Aren’t Here: Secondo capitolo

Segnalo quest’iniziativa concretizzatasi in una mostra: gli amici di ALTA ed Emmanuele “Peja” Pilia in primis propongono Ruins Aren’t Here: Secondo capitolo, ovvero:

Sabato 5 maggio 2012, alle ore 19,00, presso l’ExArena Forlivense di Forlì, ci sarà l’inaugurazione di RUINS AREN’T HERE. Secondo capitolo, seconda mostra del ciclo di eventi tesi ad indagare il rapporto tra rovine e contemporaneità. Un rapporto paradossale, che vede proprio nell’ora della distruzione totale la scomparsa delle rovine come realtà e come memoria.

L’iniziativa si propone di dare una rilettura di natura estetica ad alcuni ruderi creati dall’uomo ma assenti in forma fisica: esse sono rovine appartenenti più alla sfera comunicativa che a quella dell’architettura, dell’arte o dell’archeologia.

Protagonisti di questo secondo incontro sono Fabio Fornasari e Massimiliano Ercolani, entrambi architetti e artisti da anni impegnati in una ricerca sul ruolo delle immagini nella contemporaneità. Sarà proprio la sostituzione della rovinaimmagine ad essere al centro della riflessione dell’intervento di Fabio Fornasari: a distanza di dieci anni non rimane infatti alcun resto fisico che permetta di ricordare il tragico evento dell’11 settembre 2001. Le montagne di funeste macerie delle due torri del World Trade Center di New York create della potenza dello schianto dei due aerei sono state sostituite da una moltitudine di rovine virtuali, da rappresentazioni fruibili unicamente tramite uno schermo.         
Solo sei mesi prima, il 23 marzo dello stesso anno, uno degli artefatti più incredibili mai creati dall’uomo, va a impattare le circa 135 tonnellate che la compongono contro l’atmosfera terrestre. La Stazione Orbitante MIR viene così in parte disintegrata dall’attrito causato dal rientro in atmosfera. Ciò che rimane, andrà a perdersi in fondo all’oceano che bagna le isole Fiji. Il baluardo della presenza umana nello spazio, verrà così sommersa dalle maree dell’oceano pacifico, e così, l’immaginario che ha stimolato l’intervento di Massimiliano Ercolani.

Due simboli, due motivi di orgoglio per ciò che un tempo rappresentavano i due poli della geopolitica globale, spazzati via in una manciata di istanti. Le vicende che accompagnano la morte di questi due emblemi sono estremamente diverse, eppure entrambi hanno un elemento in comune: la sostituzione delle rovine compiute da parte delleimmagini.

Nel solco delle esperienze connettiviste e transumaniste, Peja e il suo gruppo di lavoro confermano gli esperimenti che hanno visto protagonisti attivi anche noi connettivisti in precedenti convention e su NeXT: invito chi può ad andare, è un lavoro cerebrale e semiotico imperdibile, unico.

Dettagli e info

  • RUINS ISN’T HERE. Secondo capitolo.
  • A cura di Barbara Martusciello ed Emmanuele J. Pilia
  • Inaugurazione: sabato 5 maggio 2012, ore 19.00 – 22.00
  • Ex Arena Forlivense – Spazi Indecisi
  • Via Giorgio Regnoli 91, Ex Arena Forlivense, Forlì.
  • Tel. 320 8036613; email: info@altaproject.com
  • Dal 5 al 6 maggio

Carmilla on line ® | Infoguerra

[Letto su CarmillaOnLine]

Mentre gli attacchi al file sharing e alla libertà di scambio in rete dei prodotti della conoscenza si fanno sempre più ravvicinati, in un’inutile quanto vana corsa contro la fine del tempo dei diritti d’autore, su Pirate Bay, una delle piattaforme di condivisione più famose nel mondo, compare una nuova categoria di file scaricabili: Physibles.
Di fatto si tratta di file contenenti dati per la fabbricazione di oggetti reali attraverso l’utilizzo di stampanti tridimensionali.

Il risultato dovrebbe consistere nella produzione di oggetti concreti (per adesso modellini, forme e strumenti) la cui varietà è per ora estremamente limitata dalla tecnologia e dai costi.
Un comunicato apparso su Pirate Bay spiega e anticipa, però, che:”Una delle cose che sappiamo è che la società condividerà sempre le conoscenze. L’era digitale ha reso tutto più facile e ora è tempo di fare il passo successivo. Oltre ai consumi culturali, libri, musica, film, che nascono nel digitale, anche gli oggetti di uso comune hanno origine da progettazioni software. Così abbiamo deciso di lanciare una categoria di file che chiameremo Physibles, capaci di produrre oggetti reali con l’opportuno hardware. Entro 20 anni, potrete fare il download delle scarpe da ginnastica […]I benefici saranno enormi: non più distribuzione fisica, non più resi, niente più lavoro minorile […]Potremo fare una copia di tutto ”.

Continuate a leggere l’articolo qui, è seminale.

Il tetto tridimensionale « HyperNext

[Letto su HyperNext - mio post]

In altri contesti (articolo riportato poi pari pari nella rubrica Zoom di NeXT 16) ho affrontato, più che altro in embrione perché solo in quel momento cominciavo a prendere confidenza con i concetti, il tema della tridimensionalità del nostro universo – nostro in quanto umani – che fa scaturire, una quantità notevole di volte, soltanto due possibilità di scelta.

Non è il caso e il luogo, questo, di riproporre il percorso cognitivo che mi ha portato a supporre vero il ragionamento, ma il concetto che mi sembra razionalmente giusto è pressappoco questo: il dominio del nostro organismo è attestato sulle tre dimensioni; noi siamo alti, larghi e profondi in una certa misura, e manipolare situazioni che possono far scaturire solo due possibilità (ovvero soluzioni bidimensionali) ci dà un notevole senso di potenza e di capacità. Aumentare di una dimensione (e quindi suggerire una terza soluzione, parametro) non fa altro che portarci sul limite delle  nostre possibilità.

Ragionamento proposto similmente dal matematico ungherese George Polya, ovvero che quanto più numerose sono le dimensioni in cui ci si muove e quindi le possibilità che ci si aprono davanti, tanto maggiore è la probabilità di perdersi e di conseguenza lasciarsi assalire dallo sconforto.

L’assunto quindi è: dobbiamo stare al di sotto del limite delle nostre potenzialità per essere capaci di cavarcela. Ed è questo un fatto, alla fine, naturale. Ricordiamoci di ciò quando saremo in prossimità del postumanismo, quando le dimensioni manipolabili saranno verosimilmente più di tre.

Nidificate – pt.1

Lo sguardo precipita sullo strato inferiore della realtà: altre realtà appena visibili, come sotto il pelo dell’acqua, e altre ancora intuibili: qual è il livello gerarchico superiore?

Blackdeath Noise Synth, suoni epidemici – Neural.it

[Letto su Neural.it]

Grazie a Martin Howse ed al collettivo micro_ research, per la prima volta gli algoritmi epidemici vengono utilizzati in uno strumento musicale. Questi algoritmi sono apparsi per la prima volta 40 anni fa con la pubblicazione del “Game of Life” di John Conway: partendo da alcune regole di base, simulano l’evoluzione di un sistema complesso come quello di una colonia di batteri, e finora avevano trovato applicazione soprattutto nelle arti visive e nella software art. L’idea di utilizzare delle colonie di batteri per generare musica non è nuova: nel 2003 Leif Ellgren, artista svedese, pubblicò “Virulent Images/Virulent Sound”. La release conteneva un DVD ed un CD di micro-registrazioni che svelavano il suono prodotto dalle colonie di svariati tipi di batteri. Queste registrazioni vengono riconosciute nel sito di micro_research come una delle fonti di ispirazione per la realizzazione del blackdeath noise synth, che offre la possibilita’ di utilizzare in maniera controllata una serie di algoritmi epidemici per la sintesi del suono. La pagina web che descrive il modulo offre poche informazioni sul suo funzionamento, e per farsene un’idea e’ stato necessario leggere il codice C che controlla il microprocessore Atmega. La generazione del suono puo’ avvenire in 2 modalita’ distinte: attraverso una resintesi granulare del suono di input (8 Khz@8 bit) o tramite il generatore di noise/feedback interno. I controlli permettono di agire sui parametri quali punti di inizio e fine del granulatore, di scegliere il tipo di algoritmo epidemico che si vuole utilizzare e di modificare i parametri che ne controllano la evoluzione. L’input perde la sua identità sonora e diventa un altro parametro che influenza l’interazione tra gli individui della colonia di batteri, creando delle trame sonore in continua evoluzione. Ilsuono che ne risulta e’ selvaggio, particolare e tagliente anche per il clipping ed aliasing incontrollati, e la quantita’ di possibili algoritmi puo’ essere aumentata da chi volesse provare a modificare il codice sorgente in C. Il modulo viene venduto, già assemblato, a 110 euro. E’ anche possibile acquistare la sola PCB per 23 euro.

Communicating Bacteria Dress, social design “batterico” – Neural.it

[Letto su Neural.it]

Com- municating Bacteria” è un’ installazione ispirata da ricerche biologiche sui flussi di comunicazione tra batteri ed è frutto della collaborazione tra l’artista Anna Domitriu da tempo impegnata nelle ricerche sulla microbiologia e le pratiche collaborative, i microbiologi Simon Park e John Paul, e il video-artista Alex May. La comunicazione all’interno delle colonie batteriche è fondamentale per la sopravvivenza della specie e si realizza grazie a processi biochimici specifici che avvengono sia all’interno delle colonie stesse che verso l’esterno. Nel caso del batterio Chromobacterium violaceum CV026, per esempio, questo scambio di informazioni ha delle conseguenze molto evidenti: infatti nel suo stato inattivo questo batterio è bianco, ma diventa viola quando riceve una comunicazione dai suoi simili. Questa particolare specificità cromatica è stata l’innesco estetico dell’installazione “Communicating Bacteria”: colonie di Chromobacterium violaceum sono state utilizzate come colorante (vivente) per tessuti. I suddetti batteri sono stati perciò instillati in un tessuto finemente ricamato e appositamente intriso in un brodo di coltura. Qui il diffondersi della comunicazione tra i batteri (con la sua tipica e colorata scia) ha creato un elegante motivo decorativo sull’intero abito, trasformandolo in una originale e singolare mappa dei complessi flussi di comunicazione. Il risultato finale è un’installazione composta dal prezioso abito dai sinuosi decori violacei, posizionato su di un manichino e accarezzato da luminose proiezioni video 3D che ridisegnano le direzioni seguite dai motivi organici. La scelta dell’abito come supporto al design creato dai batteri è significativa. Esso è infatti una rappresentazione molto forte del concetto di convenzione su cui la nostra società è fondata, che ci distingue dagli animali e a cui siamo tutti siamo più o meno sottoposti. Nell’installazione l’abito è protagonista, così finemente cucito e ricamato, impreziosito dalle scie in continua trasformazione ed elegantemente illuminato, come fosse un microcosmo autonomo. Tradotto in questa deliziosa e affascinante forma estetica l’abito sembra avere una vita propria, di cui è possibile godere indisturbati e dall’esterno, scoprendo la scintillante bellezza che i flussi di comunicazione possono creare.

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