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Kipple blog: Esce per Kipple Dermathopia, di Alberto Vertighel, il racconto vincitore dello ShortKipple 2014


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Librariaè lieta di presentare Dermathopia di Alberto Vertighel, il racconto vincitore del Premio ShortKipple 2014 che attraversa le mutazioni indotte dalla Medicina evolutiva e postumana; la pubblicazione esce in formato eBook per la collana Capsule, la cover è di Ksenja Laginja.

Sinossi

In un mondo traslato su un prossimo futuro adiacente al nostro presente, una vacanza completamente pagata dalla stravagante Zia può apparire un elegante stratagemma per allontanarsi dalle paranoie di un’esistenza vissuta in collegio. Moss, il nipote, non immagina però la vertigine che lo coglierà non appena gli eccentrici amici della Zia si riveleranno. L’imprevedibilità di un’atmosfera alla “Isola del Dr. Moreau” si rivela folgorante, segnando l’esordio letterario di Alberto Vertighel, coinvolgendo il lettore in un’avventurosa e imprevedibile spirale di pura iperbole tecnologica.

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Habitat


Mostro le direttive acute di comportamento sulle sterminate distese di dati emendati, quelli che tu comprendi. Ho la tua mise sulle mie mani, e ne derivo ogni discreto cerebrale in cui abitare.

Dario Tonani • I locali da incubo dei miei romanzi


Sul sito di DarioTonani l’ecosistema, le ambientazioni che sono alla base dei suoi racconti e romanzi dell’universo Mondo9, una sorta di TripAdvisor del suo mondo da incubo…

Bar, locande, ristoranti, pub, taverne… I romanzi, di qualsiasi genere essi siano, sono pieni di luoghi — spesso sordidi e malfamati — che fanno da crocevia a personaggi destinati a fare da motore alla storia. Di solito è in posti come questi che i protagonisti interagiscono con i comprimari e gettano le basi degli step successivi dando spesso la stura all’azione vera e propria; davanti a un boccale di birra o a qualche altra bevanda strana.

Le pagine che li presentano sono però anche un’occasione d’oro per descrivere bui angoli di città, come pure oscure tradizioni e sinistre abitudini. Ecco una breve carrellata dei locali apparsi tra le pagine dei miei romanzi.

Il ristorante panoramico di “Infect@” 

In rigoroso ordine cronologico cominciamo da “Infect@” (Urania 1521, 2007) e dal locale che i due poliziotti della S.C.E. di Milano (Sezione Crimini Efferati), Montorsi e Mushmar, incontrano quasi per caso all’ultimo piano di un palazzo abbandonato…

“La sala da pranzo era stipata di tavolini, molti dei quali impilati l’uno sull’altro. Attraverso le vetrate rotte filtrava la luce bianca delle insegne al neon. [...] “Un ristorante panoramico. Non credevo che ce ne fossero di così eleganti in un quartiere come il Forlanini”. C’erano resti marci di raffinati broccati, tende di cotone smangiate dalla muffa. E bicchieri rotti, in quantità impressionante. La luce entrava da tutti e quattro i lati, vaporosa come un riverbero sul ghiaccio. Mushmar mosse qualche passo sul tappeto di cristalli. Sotto le suole produceva il gemito di una ricchezza perduta per sempre. “Il Titanic delle sale da pranzo” commentò. Come se il palazzo, in una notte serena, fosse andato a cozzare contro un altro edificio. O una gigantesca insegna al neon. Istintivamente si voltò a scrutare le cime dei casermoni intorno. Tutte avevano insegne abbastanza grosse e luminose da sembrare enormi blocchi di ghiaccio, alcune erano persino del colore giusto: candide e venate di riflessi azzurrognoli. Sul pavimento solo cocci di cristallo e qualche posata d’argento, nessun residuo di cartoni morti, non una traccia di fango. Né sui tavoli, né sulle sedie. Pur nel suo degrado, l’immenso locale era pulito. (Pag. 172)

Open Informant by Superflux, flaunting key personal communication. | Neural


[Letto su Neural.it]

Già dal suo nome, che ricorda “Boundless Informant”, il software utilizzato dalla NSA per l’analisi e la visualizzazione dei dati, Open Informant di Superflux si manifesta come un progetto che si propone di indagare il tema della sorveglianza statale. L’opera si compone di due elementi: un’applicazione per smartphone e un badge da indossare. L’applicazione cerca attraverso le nostre comunicazioni personali di utilizzare gli stessi termini-chiave richiesti dalla NSA, considerandoli potenziali segni di rischi per la sicurezza nazionale. Una volta identificati l’app trasmette questi pezzi di conversazioni via bluetooth ad un badge indossabile e completamente personalizzabile, che li visualizza sul suo display con inchiostro elettronico. Il badge, indossato con ostentazione, mette le nostre conversazioni personali sotto i riflettori, in una sorta d’opposizione simbolica rispetto alla maniera segreta e furtiva con cui lo Stato analizza le comunicazioni dei suoi cittadini. Una forma di protesta pacifica che ci pone in prima linea, rivelando pubblicamente non solo le nostre parole, ma anche i nostri volti e corpi, in contrasto con la spersonalizzazione e l’anonimato reso possibile dalla rete virtuale all’interno del quale ci scambiamo la maggior parte delle nostre conversazioni oggi. Open Informant ci pone qualche interrogativo sull’invadenza delle forme di sorveglianza di massa attuate dai governi democratici nel contesto specifico di una società sempre più digitale e interconnessa: il graduale recepimento della nostra vita in rete è ciò che ha reso possibile Datagate e continua a rendere possibile un tipo di sorveglianza altamente invasiva, in grado di sopraffare il diritto di ogni individuo alla privacy.

Clock DVA – The Hacker


Cyberpunk puro sonoro, nelle onde digitali che s’insinuano nei neuroni.

D.O.R.T.H.E. by Lasse Munk
, autopoetic mechanical stream. | Neural


[Letto su Neural.it]

Respirare nuova vita tornata a pulsare in obsolete e dimenticate tecnologie nei progetti di media art ha visto un incremento significativo negli ultimi anni. Una certa tecnologica remix culture combinata con una mentalità da hacking “fatto in casa” ha facilitato la risurrezione di meccanismi analogici che erano scomparsi grazie all’utilizzo di nuove strategie e strumenti: ironicamente utilizzando le stesse modalità che erano state dismesse dai loro successori digitali. D.O.R.T.H.E. di Lasse Munk e Søren Andreasen combina una vecchia macchina da scrivere con componenti elettronici di scarto che permettono a frasi tipizzate di essere rimappate in musica elettroacustica. Una patch Max/MSP costituisce il ponte di comunicazione tra la macchina da scrivere e una varietà di dispositivi che emettono suoni, controllati da motori, quali radio e parti di orologi. I dati raccolti dalle parole e le frasi vengono analizzati e poi tradotti in un flusso meccanico di frammenti di tono, cut- up di discorsi radiofonici, glitch, click analogici e segnali acustici. Una varietà di strategie rimappate sono impiegate in DORTHE – per esempio traducendo il numero di lettere in una parola per un singolo passo o tecniche più avanzate come l’analisi fonetica o la ricerca di frasi di parole che attribuiscono stati emotivi come la gioia, l’angoscia, la felicità, il dolore e la paura. I modelli di suono e le parti del discorso danno l’impressione sonora di rottami concatenati atti a formulare pensieri autonomi – un processo generativo autopoietico come il meccanismo di regolare intonazione e il tono che da l’impressione di sfumature emotive in “cognizione”.

Dario Tonani • Mondo9, ultimo atto o quasi


Sul sito di Dario Tonani aggiornamenti e letture riguardanti il suo nuovo lavoro, Miserable, che chiude (forse) il ciclo di Mondo9. Nello specifico, dliccando qui e qui aggiornamenti sulla pubblicazione (in uscita per Delos) e su dettagli relativi a Mondo9, mentre cliccando qui potrete leggere un estratto di Miserable:

La creatura ritrasse il dito dal barile e se lo cacciò in bocca. Nonostante fosse pura come cristallo, l’acqua doveva essere lì da secoli. E aver trascorso nel ferro almeno le ultime mille stagioni, alternandosi tra l’essere brodo caldo e maleodorante d’estate e ghiaccio azzurro e pesante d’inverno.

“È buona?” chiese timidamente Sargàn. A parlare non era il saggio aviatore, solo la sete che si portava appresso fin dal mattino.

Erano saliti ormai da giorni sopra l’anello dei relitti, ma tra i sentieri di montagna, se ne incontravano ancora, incastonati tra le rocce, più marci e arrugginiti di quelli a valle. O quasi impossibili da individuare perché ridotti a piatti rottami che affioravano appena dai prati d’erica ciliaris.

Nell’ultimo, Sargàn aveva scorto una fila di fusti all’apparenza ancora integri, colmi fino all’orlo di un’acqua che sembrava distillata da Dio in persona. “Allora, si può bere o no?” incalzò la sua guida.

La creatura scosse la testa e batté le nocche sull’esterno del barile. “È qui dentro da quando tu non eri nato. Può darsi che sia ottima per tornare da dove sei venuto”.

Aaaah, che ne sai tu? Al massimo sarà neve sciolta e risciolta!”.

Al massimo…”. Ma c’era qualcosa che non gli aveva detto.

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