Archivio per Interviste
24 maggio 2012 alle 11:45 · Archiviato in Fantastico, Interviste, Mood, NeXT-Con, Presentazioni ed etichettato con: Festa, Sergio Altieri

Alan D. Altieri a Piacenza (Photo credit: Iguana Jo)
HyperNext, nell’occasione della prossima NeXT-Con che si svolgerà domani e dopodomani a Bellaria, ambito ItalCon, presenta un dossier e un’intervista a Sergio “Alan D.” Altieri diviso in due parti – domani la conclusione. Vi incollo l’incipit di Giovanni “X” De Matteo:
Sergio “Alan D.” Altieri è uno degli assi portanti dell’immaginario di genere in Italia. Per molti versi, il lavoro che ha svolto e continua a svolgere in ambito fantastico, poliziesco e spionistico (non solo come autore, ricordiamo che è anche traduttore e che ha rivestito per una lunga e memorabile stagione, dal 2006 al 2011, il ruolo di Editor del mass market Mondadori, lavorando a stretto contatto con Giuseppe Lippi per Urania e le sue sorelle Urania Collezione e la compianta Epix, e curando le altre collane da edicola made in Segrate, Il Giallo Mondadori, I Classici del Giallo, Segretissimo e Segretissimo-SAS, senza tralasciare l’importantissima esperienza borderline de Il Giallo Mondadori Presenta…), può essere accostato a quello di un ingombrante omonimo, punto di riferimento del western e non solo: l’immenso Sergio Leone. Non a caso Oreste Del Buono, oltre a definirlo “il più americano degli scrittori italiani”, coniò per lui l’appropriata definizione di spaghetti techno-thriller.
Alla prossima NextCon, inserita nella cornice della Italcon di Bellaria, sabato 26 maggio Altieri sarà ospite d’onore, avendo accettato l’invito dei connettivisti. Vogliamo cogliere l’occasione per riproporvi un’intervista ormai storica rilasciata da Altieri al defunto blog Uno Strano Attrattore (perduto, come “lacrime nella pioggia”, con la chiusura della piattaforma di Splinder) e parlare della sua opera, che da allora si è arricchita di importantissimi tasselli, non ultima l’ambiziosa e micidiale Trilogia di Magdeburg. Per consentire ai lettori una più facile fruizione di questo mini-dossier su Altieri, abbiamo pensato di dividerlo in due parti. Il post odierno è quindi dedicato a tracciare un profilo dell’autore e della sua opera, eclettica e variegata. Domani invece riproporremo la lunga intervista di cui sopra, che nel frattempo non ci sembra invecchiata di un solo minuto.
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13 maggio 2012 alle 18:20 · Archiviato in Accadimenti, Cerebralità, Creatività, Cultura, Empatia, Energia, Experimental, Fantastico, InnerSpace, Interviste, NeXT-Con, Notizie, OuterSpace, Surrealtà ed etichettato con: Giovanni Agnoloni, Olistico
Monumentale intervista a Giovanni “Kosmos” Agnoloni su CriticaImpura. Il pretesto è stato il FFM di Milano dello scorso marzo, ma è stato davvero poco più di un pretesto perché le domande fatte a Kosmos hanno attraversato tutto l’arco del Connettivismo, dal lato filosofico, empatico, olistico, SF. È difficile citare della chiacchierata un brano piuttosto che un altro, ma credo che non scontenti nessuno se incollo qui sotto questo passaggio:
Considerato un movimento letterario italiano cardine, se non l’unico d’avanguardia presente oggi in Italia, il connettivismo ha subito attirato l’attenzione degli addetti ai lavori. Dapprima legatosi fortemente ad una letteratura a contenuti e formule specifiche, in special modo alla fantascienza distopica di Philip K. Dick e al cyberpunk di maestri quali William Gibson e Bruce Sterling, adesso lotta per svincolarsi dalle definizioni restrittive di genere e per essere considerato una corrente autonoma da schematismi e correnti precostituite. Attraverso quali forme e quali contenuti?
Le forme e i contenuti sono diversi, e addirittura travalicano i “limiti” dell’espressione letteraria. Il connettivismo si esprime attraverso testi narrativi lunghi (romanzi e novelette), racconti brevi, versi (penso ai flussi poetico-connettivi di Sandro Battisti, alle poesie di Lukha B. Kremo e di Domenico “7di9″ Mastrapasqua, alle performance musicali dello stesso Kremo, ma anche ai cortometraggi di Francesco “DeadToday” Cortonesi e al film Neuronica in corso di realizzazione a opera di Gabriele Calarco e Roberto “Ro” Furlani (autore dell’omonimo racconto), con il contributo dell’illustratore Tommaso Ragnisco (). Quanto ai grandi maestri a cui ci ispiriamo, onnipresente è il loro influsso, ma del resto niente nasce dal niente, neanche le innovazioni più geniali (penso alla musica dei Beatles, tanto per fare un esempio universalmente noto). Tra le nostre fonti di ispirazione, non dimentichiamo neppure, in un orizzonte italiano, i modelli del crepuscolarismo e del futurismo; ma aggiungerei anche il romanticismo, con il concetto e il sentimento di Sehnsucht, lo “struggimento” del “tendere a”, e quindi l’idea dell’Oltre, come ben sottolineato da Alex “Logos” Tonelli in occasione del nostro panel congiunto al Fanta Festival MoHole del 31 marzo scorso. Pur tuttavia, ciascuno di noi attinge a un suo nucleo di ispirazione intimo e personale, seguendo logiche che non esito ad accostare a quelle della grande lirica greca classica, in cui la dimensione del “privato” diventava porta di accesso a una comprensione intuitiva del mare emotivo che è l’anima dell’uomo.
Ecco, credo che come antipasto, il brano qui sopra sia sufficiente per farvi gustare l’intero pasto. Il link, ve lo ripeto, è qui. Grazie, Kosmos…
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1 maggio 2012 alle 21:12 · Archiviato in Accadimenti, Cerebralità, Editoria, Interviste, Letteratura, NeXT-Station, Notizie, SF ed etichettato con: Filippo Radogna, Salvatore Proietti
Bellissima intervista a Salvatore Proietti, a cura di Filippo Radogna, uscita su LaZonaMorta.it, che ha come cardine sì la SF, ma anche il Connettivismo, l’editoria, la cultura in generale. Ne estrapolo, come al solito, una parte, invitandovi a leggerla tutta sul sito proprietario.
LEI È UNO DEI PROMOTORI DELLA WEBZINE NEXT STATION, IL SITO DEI CONNETTIVISTI. COME SI E’ RINNOVATA IN ITALIA LA SCIENCE FICTION?
C’è sicuramente un buon numero di nuove voci nella fantascienza italiana. Sto parlando proprio dei connettivisti, ma penso anche alle individualità come Giovanni De Matteo e Dario Tonani. Il punto di svolta comunque è stato Valerio Evangelisti, a metà degli anni ’90. Cos’ha di diverso quest’ultima generazione? È una generazione che anche quando scrive distopie sa che con la tecnologia e la modernità si deve fare i conti e stabilire un rapporto pieno di conflitti, di rabbia o di piacere secondo i casi. Negli ultimi anni De Matteo e Tonani sono le voci che hanno espresso la maggiore continuità in tale nuovo rapporto. Ma aggiungo che il lavoro di un veterano come Vittorio Catani continua a essere di altissimo livello. Nella media e piccola editoria come la Delos, la Kipple, la Elara e altre case continuano a esserci voci interessanti. Alcune di queste sono distintamente femminili: Nicoletta Vallorani, Enrica Zunic, Clelia Farris. Anche autori come Sergio “Alan D.” Altieri e Tullio Avoledo sono riusciti a ottenere un ottimo successo nella grande editoria, e Urania continua a garantire uno spazio per gli italiani. Sì, è un buon momento, ma ancora non permette pienamente la nascita di un professionismo nella fantascienza, di gente che viva primariamente di scrittura. Questo non è possibile ancora, ma cerchiamo di promuoverlo nelle sfide che portiamo avanti anche con Next Station. La fantascienza ha sicuramente necessità di promozione.
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28 aprile 2012 alle 18:59 · Archiviato in Energia, Interviste, Notizie, Oscurità, Quantsgoth, Surrealtà ed etichettato con: Carl McCoy, Fields of the Nephilim, Gothic, Luce oscura, Nefandum psichico, Nephilim
Sul Guardian (in lingua inglese, quindi) un interessante articolo che riguarda strettamente il mondo dei goth, perché c’è un’intervista a Carl McCoy, leader e anima dei Fields of the Nephilim, che viene messo in relazione alla constatazione che il fan gothic tende a cristallizzarsi nei suoi gusti, nelle sue tendenze. Pensate sia una conclusione coerente?
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25 aprile 2012 alle 18:35 · Archiviato in Accadimenti, Creatività, eBook, Experimental, Fantastico, Interviste, Kipple, Letteratura, Notizie ed etichettato con: Alessio Brugnoli, eAvatar, noDRM, Roberto Guerra, Steampunk
[Letto su KippleBlog]
Premio Kipple 2011 e steam punk made in Italy, subito ai vertici…
In Italia, negli ultimi anni, l’estetica steampunk si sta sempre più diffondendo in Italia. Vi sono community, siti, blog autorevoli, tutti dedicati all’argomento.
Nell’ultimo anno, sono usciti almeno altri due libri, come Vapore Italico, un’antologia di racconti edita dell’Edizione Scudo, o Qui si va a vapore o si muore di Alessandro Forlani della Pyra Edizioni.
Un’estetica in cui si confrontano due diverse anime: la prima, figlia new wave britannica, l’essenza è nello spirito ribelle e dissacratore dei miti dell’Ottocento.
In pratica, una revisione di quanto scritto nei romanzi da Kipling a Twain, da Verne a Salgari, dove si mostra il loro lato oscuro
La seconda, invece, deriva da una riflessione quasi heideggeriana sul ruolo della teknè: in un mondo in cui questa è sempre più invasiva e massificante, l’individuo si ribella.
Non più oggetto, puro fruitore di ciò che gli impone il sistema economico, ma soggetto che reiterpreta in maniera straniante la tecnologia, recuperando una dimensione personale e artigianale.
All’estetica dell’ipad, nulla più di un vassoio colorato che soltanto il rimbecillimento globale può far considerare bello, si contrappone quella del legno e dell’ottone, proiezione del proprio io.
Ne Il Canto Oscuro, si celebra proprio questa estetica, decadente e immaginifica, in contrapposizione al grigiore contemporaneo degli uomini morti dentro
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22 aprile 2012 alle 08:57 · Archiviato in Accadimenti, Creatività, Editoria, Fantastico, Interviste, Kipple, Letteratura ed etichettato con: Francesco Verso
UN’intervista interessante e poco canonica, a Francesco “Xabaras” Verso, è uscita su 06live.it. Poco canonica perché le domande poste e le risposte date sono oggettivamente diverse dalle solite che si fanno in queste occasioni. Ne allego uno stralcio.
Il Premio Urania con Mondatori ti ha cambiato le prospettive.
Facendo un tipo di narrativa un pochino particolare..
Perché la tua narrativa é…spiegaci.
La mia è una narrativa di genere che da un punto di vista il più semplice possibile si definisce fantascienza, anche se in realtà l’elemento scientifico mio è piuttosto blando, non è l’elemento più importante.
E qual è l’elemento più importante per te?
E’ quello fantastico; un qualche cosa che ti sorprende per la sua verosimiglianza. Non è un fatto vero ma è un fatto altamente probabile, che date certe condizioni potrebbe succedere.
Infatti il mio non è mai un futuro lontano o i pianeti, alieni o astronavi. No. Il mio futuro è sempre sulla terra, anche se una terra molto diversa da quella che conosciamo. Mi piace esplorare quegli elementi antropologici, psicologici del futuro. La chiamo, prendendo in prestito una definizione importante che ho trovato in un libro di Burgess, autore di Arancia Meccanica, narrativa del futuro “future fiction”, senza stare troppo a caratterizzarla. The future fiction, io affronto il futuro. Che può essere da un punto di vista economico, politico, sociologico. C’è la fantascienza dell’outer space..io uomo vado alla conquista dei nuovi pianeti (fino a Star Trek diciamo), fino ad arrivare a Ballard, William Gibson, che hanno detto no alla fantascienza dell’outer space ma si sono rivolti l’inner space, cioè è il nostro spazio interno, guardiamo dentro quello che è l’uomo del futuro. E quindi i miei temi hanno a che fare con l’inner space. Tutte quelle che sono le tecnologie che stiamo scoprendo; a me interessa quell’aspetto lì.
L’altro tipo di fantascienza è un tipo di fantascienza di evasione, in qualche modo, che ti dice: se il mondo è così brutto perché non ce ne andiamo tutti su un’altra galassia?
Per me invece il problema è cercare di migliorare le cose qua.
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18 aprile 2012 alle 05:06 · Archiviato in Accadimenti, Creatività, Experimental, Interviste, Letteratura, NeXT-Con, Notizie, SF ed etichettato con: Dario Tonani, Giovanni Agnoloni, Giovanni De Matteo, Mario Gazzola
Non c’è introduzione migliore di quella che ha scritto Giovanni “kosmos” Agnoloni sul blog PostPopuli. Introduzione a cosa, direte voi: introduzione al report del dibattito che si è svolto al MoHole, a Milano il 31 marzo scorso.
Al Fanta Festival MoHole, lo scorso 31 marzo, a Milano, ho assistito a un interessantissimo panel sul tema Visioni e vapori di un rugginoso futuro, con protagonisti gli scrittori Dario Tonani (una delle voci di maggior spicco della fantascienza italiana) e Giovanni De Matteo (già vincitore del Premio Urania e co-fondatore del movimento connettivista, nonché estensore del suo manifesto), nonché Franco Brambilla, illustratore della celeberrima collana fantascientifica di Mondadori “Urania”. Brillante moderatore dell’incontro, Mario Gazzola, che ha organizzato questo festival ed è lui stesso uno scrittore aderente al Connettivismo (e fondatore del sito posthuman.it).
Si è parlato dei racconti lunghi (ma mi piace considerarli piuttosto dei romanzi brevi) di Dario Tonani della serie ormai convenzionalmente denominata MondoNove, iniziata a uscire in forma cartacea, e quindi passata all’e-book, con l’editore digitale 40kbooks, ma presto destinata a tornare su carta (col titolo di Mondo9). Tradotto in diverse lingue e rimasto tra i primi 100 della classifica dei Technothriller di Amazon US per diverse settimane (cosa ben rara, per gli autori italiani), Tonani ambienta le sue storie in un tempo immaginario, realizzando così un’ucronia steampunk.
Si tratta infatti di un mondo (mirabilmente raffigurato dalle illustrazioni di Franco Brambilla) in cui l’evoluzione tecnologica si è fermata a uno stadio pre-elettricità e pre-informatica, dove l’unica fonte di energia è il vapore (steam), applicato a elaborati sviluppi della meccanica. Gli spostamenti e i traffici, così come i processi industriali, avvengono mediante complessi marchingegni, che rendono anche possibili gli spostamenti attraverso le immense distese desertiche che dominano il mondo. Protagoniste, immense navi su ruote, colossi autosufficienti in cui i membri degli equipaggi possono sopravvivere grazie a cellule di sopravvivenza – ma capaci peraltro di autoalimentarsi nutrendosi per l’appunto degli stessi uomini che li manovrano.
I capitoli di questa serie finora pubblicati sono Cardanica, Robredo (che è il nome di una di queste enormi “navi”), Chatarra e Afritania.
Il dibattito milanese, però, non si è svolto solo sui temi relativi a MondoNove, ma sull’immaginario fantascientifico in senso lato, soprattutto dal cyberpunk, dunque dall’inizio degli anni Ottanta, in poi.
Cercherò qui, affidandomi alla mia memoria, di ripercorrere, con quest’intervista corale, i fili centrali delle riflessioni svolte dai protagonisti del confronto. Grazie a tutti gli autori!
A questo punto, potete seguire correttamente i quattro sapidi interventi su PostPopuli.
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14 aprile 2012 alle 15:51 · Archiviato in Connettivismo, Creatività, Cyberpunk, Deep Space, Interviste, Letteratura, OuterSpace, Postumanismo, SF ed etichettato con: Application Programming Interface, Jean Claude Dunyach

Français : L'écrivain français Jean-Claude Dunyach (Imaginales 2010, Epinal, France) (Photo credit: Wikipedia)
Una bella intervista a Jean Claude Dunyach è apparsa oggi su Fantascienza.com; Jean Claude è il coautore del grandioso Stelle morenti, un romanzo scritto a quattro mani un po’ di anni fa che ho apprezzato molto quando lo lessi nell’edizione Fanucci: una space opera con postumanità in lotta militare tra loro, sullo sfondo di movimenti galattici dello spazio profondo. Ecco un breve estratto della chiacchierata:
Come si colloca la tua fantascienza rispetto ai temi delle generazioni che ti hanno preceduto? Trovi affinità di intenti in altri autori francesi contemporanei?
Beh, vedi, nei miei trent’anni come scrittore ho visto prodursi un’evoluzione dei temi trattati da una generazione di autori alla seguente, in media ogni dieci anni. Ho cominciato a essere pubblicato subito dopo quello che è stato chiamato il periodo della fantascienza politica (gli eroi dovevano avere la barba, vivere in campagna, in baracche ecologiche, e combattere contro l’energia atomica e gli stati totalitari), poi c’è stato il periodo “letteraturante”: era imperativo servirsi di una forma molto elaborata, fare esperimenti di stile, mentre la storia passava in secondo piano.
In seguito, in reazione ai letteraturanti, sono arrivati i “narrativi” (lo stile non conta, importa solo la storia!), poi gli scrittori transgenere (che mescolavano nello stesso testo un po’ di fantascienza, un’oncia di fantastico e una goccia di letteratura mainstream, mantenendosi alla frontiera fra i vari generi).
All’epoca inoltre il Cyberpunk (lo adoro: sono informatico di formazione) cedeva il passo alla nuova Space Opera (adoro anche quella, benché ne abbia scritta raramente). Aspetto con impazienza la prossima moda.
Quanto a me, sono solo uno che racconta le storie che gli vengono in mente, niente di più. Lo faccio da trent’anni. Non ho messaggi da trasmettere o rivendicazioni da far valere, sono un semplice cantastorie. Ho però un punto in comune con gli autori della generazione anni ’80: l’Arte. Le mie storie pullulano di artisti, di opere d’arte strane, di riflessioni sulla creazione… C’è poi il lato “organico”, che si richiama un po’ al surrealismo (influenza di una certa fantascienza francese). Mi piace che le cose che mi circondano siano vive, particolarmente le città. Per il resto, sono convinto che ogni autore di fantascienza sia un continente a sé: crea il proprio territorio, senza rifarsi necessariamente a quanto lo circonda.
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12 aprile 2012 alle 16:50 · Archiviato in Creatività, Editoria, Fantastico, Interviste, Letteratura, Notizie, Oscurità, Passato, Recensioni, Ricordi ed etichettato con: Archeologia, Davide Mosca, Roma
«Ha sognato il nome segreto di Roma, che era le sue vere mura». All’interno dell’incontenibile elenco di cose sognate dal Tempo — nel racconto Qualcuno sogna (ne I congiurati, 1986) — Jorge Luis Borges inserisce un tema che gli sta molto a cuore: il nome segreto in generale, quello di Roma in particolare.
Sin dall’antichità scrittori e saggisti — ma soprattutto lettori — sono stati affascinati dal mistero che avvolge il vero nome di un’antica e paradigmatica città come Roma: quest’ultimo è il nome da usare per indicarla, ma la sua essenza ha un nome che è rimasto segreto fino ad oggi.
Questo è l’incipit di un’interessante segnalazione di ThrillerMagazine.it sul thriller Il profanatore di biblioteche proibite, di Davide Mosca, cui segue anche un’intervista ugualmente interessante.
«Nella mentalità arcaica conoscere il nome di una cosa significa poter incidere su quella cosa, modificarla, possederla, dominarla». Ma c’è anche la questione del Nume tutelare: conoscere il dio protettore di una città significava che i nemici potevano evocarlo per chiedergli la vittoria.
«È intorno ai nomi che gira il mondo» scrive Mosca, riallacciandosi ad una tradizione filosofica molto antica, se non alla più profonda teologia. Tutto questo si piega alle esigenze di un thriller mozzafiato che attraversa l’Italia alla ricerca di un nome: un compito semplice solo all’apparenza ma ricco di pericoli.
L’intervista riserva un fulminante scambio di battute che, francamente, mi ha trovato spiazzato perché non sapevo nulla di questa querelle. Sono incuriosito oltremodo.
Malgrado sia un mito millenario di grande fascino, il mistero del nome segreto di Roma è stato un po’ dimenticato dalla modernità: sei consapevole di aver scritto quindi un romanzo davvero unico nel suo genere?
Per molti secoli tutte le più grandi menti dell’umanità si sono impegnate strenuamente per svelare questo mistero: Poliziano e Goethe tanto per citarne due. Negli ultimi anni è invece caduto il silenzio su questo segreto che è fondamentale per la nostra storia. Scoprire il vero nome di Roma significa portare alla luce il filo rosso che lega tutta la storia occidentale, e non solo. Molti elementi, ad esempio, legano la Pasqua ebraica e quella cristiana alla fondazione di Roma. Forse troppi per considerarli semplici coincidenze…
Gli scrittori di romanzi storici spesso lavorano molto di fantasia, tu invece — anche se non sei uno di loro — hai dimostrato che la Storia è talmente affascinante che non c’è bisogno di molte aggiunte perché sia materia di romanzo. Che ne pensi?
Hai ragione, paradossalmente c’è più da togliere che non da aggiungere! Ho preferito perciò non calcare la mano sugli elementi “fantastici”.
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