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Shame
L’inutilità d’ingozzarsi di poveri cadaveri, rito vuoto e irrispettoso della vita altrui: come uccidere un altro essere umano. Volete davvero continuare a pensare che siete superiori agli animali? Credete davvero che ingurgitare figli poco più che “da latte” sia un segno di gioia? Ogni madre che si vede portare via il figlio, i figli, non vi fa pensare nulla? Piantatela di mangiare carne: è una forma adulta di civiltà, e di rispetto per la vita.
LA BATTAGLIA PER GLI ANIMALI DI JILL ROBINSON – PostPopuli
[Letto su PostPopuli]
Tanti, tantissimi progetti di salvaguardia della natura, degli animali e dell’ambiente sono condotti da donne. Di loro si parla poco, eppure il loro impegno è stato, ed è decisivo per la salvezza di nostra Madre Terra. Pensiamo alla grande primatologa Jane Goodall, a Diane Fossey, a Kuki Galmann, a Lone Droescher Nielsen…
Jill Robinson nel centro AAF di salvataggio e riabilitazione di Chengdu
È questa l’occasione per raccontare, nel mese in cui cade la festa della donna, la storia dell’impegno di una inglese, dal sorriso luminoso e dalla volontà d’acciaio, che ho conosciuto e intervistato due anni fa a un importante convegno a Genova, in occasione del Festival della Scienza: Jill Robinson.
Vera eroina del mondo animale, è una delle personalità più importanti nel panorama internazionale delle associazioni e delle fondazioni che si occupano di tutela e salvaguardia. Consulente per l’International Fund for Animal Welfare, ha dato vita nel 1998 ad Animals Asian Foundation (AAF), prima e unica ONG per la tutela dei diritti animali riconosciuta dal Governo cinese. Fatto straordinario (si consideri il contesto), frutto di un incessante lavoro di pressione e di negoziazione con le autorità di Pechino.
Scopo dell’AAF è quello di porre fine alle “Fattorie della bile” e alle mostruose sofferenze inflitte agli oltre diecimila Orsi della Luna (così chiamati per la tipica mezzaluna bianca che hanno alla base del collo) detenuti all’interno di strutture lager autorizzate dal Governo cinese.
Il paradosso vuole che, per far fronte all’estinzione di questa specie di orsi asiatici, siano nati, a partire dal 1980, allevamenti destinati all’estrazione della bile, nei quali questi plantigradi sono sottoposti quotidianamente a torture inaudite.
“La bile – spiega Jill – viene impiegata dalla medicina tradizionale cinese per la produzione di rimedi farmaceutici e altri beni di consumo destinati al mercato asiatico quali shampoo, bibite, dentifrici”. Il Governo e i proprietari degli allevamenti proclamano ripetutamente che l’uso della cistifellea e dei prodotti derivati appartiene alla cultura e alla millenaria farmacopea cinese. Un’antica consuetudine che può essere e deve essere cambiata, ricorrendo alla più economica sintesi chimica dell’acido ursodeoxicolico o alla sostituzione con oltre cinquanta alternative erboristiche che contengono gli stessi principi attivi”.
L’orso Jasper nella gabbia delle torture
Qual è il prezzo pagato da questi splendidi animali? E che cosa Jill Robinson con AAF ha fatto – e fa – per la loro salvezza?
“Entrai per la prima volta in una fabbrica della bile nel 1993. Nulla mi aveva preparato per quel che avrei visto, e incredula ho assistito a una scena che avrebbe successivamente cambiato la mia vita, e che avrebbe dato inizio al sogno del China Bear Rescue”.
In buona sostanza Jill si trovò a osservare, impotente, una lunghissima fila di orsi imprigionati in gabbie grandi quanto i loro corpi, costretti a passarvi l’intera vita senza alcuna possibilità di muoversi. L’estrazione della bile poi è impressionante: una fistola viene aperta chirurgicamente nell’addome e qui conficcato un catetere d’acciaio, spesso arrugginito, dal quale, forzatamente viene estratta la bile per colamento. Due volte al giorno, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Per tutta la vita. Che può durare anche 25 anni.
Spiega Jill, con la sua voce calma: “A questi animali non è negata solo la libertà dalla sofferenza, ma anche la libertà di morire. Vengono deungulati e privati dei denti perché non possano ferirsi e porre fine al proprio dolore”.
Gli orsi muoiono tra atroci sofferenze causate dalle condizioni disumane di prigionia, dalla setticemia e dall’insorgere di patologie gravissime a carico del fegato e degli organi interni.
È di fronte a questo scempio che prende vita il progetto del China Bear Rescue per il recupero e il reinserimento degli orsi in un ambiente seminaturale. Con il suo team Jill crea due grandi santuari in Cina, a Chengdu, e in Vietnam, a Tam Dao, per l’accoglimento di questi animali, e inizia un’estenuante trattativa con le autorità cinesi, che vede l’AAF, nel luglio del 2000, concludere il primo storico accordo con la liberazione di cinquecento orsi. L’accordo impegna le autorità a chiudere le fattorie in condizioni peggiori, confiscare gli orsi e consegnarli all’associazione. Come contropartita gli allevatori vengono compensati finanziariamente, affinché possano ritirarsi definitivamente dall’attività; tutte le licenze confiscate vengono consegnate ad Animals Asia Foundation.
A partire dall’ottobre 2000, più di 400 fattorie della bile sono state chiuse dal Governo cinese e oltre 300 orsi hanno ricevuto le cure dello staff veterinario di Animals Asia iniziando il lungo percorso di riabilitazione.
L’orso Jasper tornato in libertà
L’immenso lavoro svolto da Jill Robinson e dall’AAF ha contribuito a creare una nuova coscienza nel popolo cinese, al punto che nel corso di questi ultimi anni sono aumentate esponenzialmente le proteste che chiedono la fine dell’allevamento degli orsi per l’estrazione della bile. Non solo persone, ma anche TV, giornali e riviste. Fondamentale il ruolo rivestito dal microblog Sina (lo stesso che regolarmente informa il popolo della rete delle azioni di salvataggio degli animali da parte di gruppi animalisti cinesi), che ha lanciato una campagna coinvolgendo celebrità, medici e gruppi animalisti.
Oltre 4000 le persone famose che hanno aderito alla campagna, e oltre 90.000 le firme raccolte. Importantissima, poi, l’adesione di medici tradizionali cinesi, che hanno sottolineato come la bile d’orso non sia un ingrediente essenziale, e che può essere sostituita con prodotti analoghi senza ricorrere alla tortura degli orsi. La campagna di sensibilizzazione di Jill è incessante a favore non solo degli orsi ma di tutti gli animali che, in Cina, non godono di alcun diritto al rispetto.
Resta nella memoria l’immagine di Jill e del suo straordinario staff, impegnati nell’accoglienza e nella cura dei poveri orsi salvati dall’orrore di una vita consumata nel dolore e nella prigionia più atroce. Ma ancor più è l’immagine delle sepolture che AAF dedica a questi straordinari plantigradi. A ogni orso è riservato un saluto speciale, unico e irripetibile. Commovente.
Evi Mibelli – FDA Fondazione Diritti Animali
I levrieri da corsa, vittime di crudeltà | PostPopuli
[Letto su PostPopuli]
I Greyhound, i grandi levrieri da corsa, ovvero una delle razze canine più abusate e sconosciute. Di questi meravigliosi animali si parla pochissimo, anche in quei paesi dove i cinodromi e le scommesse sulle corse dei cani sono legali e molto popolari, addirittura incentivate e promosse da una industria potente che propone questo ‘spettacolo’ come sano divertimento per famiglie e considera questi cani alla stregua di “macchine da corsa” da rottamare quando perdono competitività o si ‘rompono’. Chi li alleva li considera merce a consumo, l’abbattimento è prassi quotidiana per gli addetti ai lavori. Nessun sentimento, nessuna pietà. Nulla di nulla.
Il grande pubblico è all’oscuro di ciò che avviene nel backstage delle corse e dei cinodromi: ignora o semplicemente non si chiede quale sorte è riservata alle migliaia di levrieri che ogni anno vengono uccisi legalmente dopo aver vissuto una vita di sofferenze e prigionia. Guardando in profondità dentro questo mondo appare subito evidente che in nessun caso un cucciolo viene allevato perchè abbia un futuro fuori dalle piste.
L’Irlanda è uno dei maggiori ‘produttori’ di Greyhound, con un carico annuo pari a 40.000/50.000 cuccioli: un allevamento intensivo alla ricerca illusoria e spasmodica del campione che porterà soldi e gloria al fortunato proprietario/allevatore. Di questi cuccioli solo una metà ha speranza di arrivare ai cinodromi, perché gli ‘altri’ – i meno dotati – sono destinati alla morte ben prima dei 2 anni di vita.
Dei levrieri che arrivano a correre in pista, almeno un terzo viene abbattuto a seguito di incidenti e infortuni durante gli allenamenti e le gare. I rimanenti hanno una speranza di vita tra i 2 e i 4 anni… poi anche per i “fortunati racer” la carriera termina in ogni caso con la soppressione. Definirli “fortunati” è un eufemismo perché i Greyhound trascorrono la loro miserabile e breve vita in piccolissimi box di cemento dai quali escono in funzione degli allenamenti e delle gare.
Intorno all’anno di età inizia il loro addestramento, una scuola durissima che nega qualsiasi libertà, anche quella di giocare: imparano solo ciò che serve per correre in pista, a seguire perfettamente al guinzaglio, a viaggiare nei kennel (canili), a essere manipolati. Vivono quasi ininterrottamente indossando la museruola che non viene tolta neppure durante i pasti – non perché aggressivi – ma perché non devono perdere concentrazione.
Cemento e museruola: questa è la loro vita che termina, quando il proprietario è compassionevole, con una iniezione letale. Molto più spesso vengono lasciati morire di fame e di sete, metodo considerato di gran lunga più “economico”; oppure vengono mutilati e abbandonati, ceduti per la sperimentazione o come donatori “totali” di sangue (ovvero gli viene sottratto completamente il sangue che ha caratteristiche particolari…), vengono venduti ai ristoranti asiatici o esportati per le piste in paesi come Spagna, Marocco, Asia dove finiscono i loro giorni in condizioni spaventose.
Abbiamo detto che sono cani poco conosciuti, spesso considerati “stupidi”. Non lo sono affatto. I Greyhound sono creature delicate nell’anima, gentili nei modi, dotati di una personalità poliedrica, con un carattere discreto e tuttavia “fermo”. Mai servili. Non chiedete a un levriero di riportarvi la pallina: lo farà una volta per dimostrare che ha compreso la vostra richiesta ma non si ripeterà. Vivono come ombre al fianco di coloro che ne diventano i fortunati proprietari. Mai invadenti. Mai. Potenti e robusti, a dispetto della loro estetica filiforme e malgrado le dimensioni sono perfetti compagni di casa, silenziosi e compassati. Adorano acciambellarsi su divani o su comodi cuscini e sonnecchiano per lunghe ore al giorno. E le loro esigenze di movimento sono esattamente le stesse di un qualsiasi altro cane.
Non serve giardino e non servono ore di estenuanti passeggiate. La loro devozione è infinita: il contatto fisico, il sentire vicino il proprio compagno umano è per loro un regalo inestimabile, loro che mai hanno conosciuto attenzione o carezze. C’è chi da anni si occupa di rehoming dei levrieri ex racer, un impegno portato avanti con passione e determinazione, per dare una chance di salvezza a questi splendidi animali. Numeri piccoli rispetto al dramma che vede decine di migliaia di levrieri abbattuti senza pietà ogni anno, ma preziosissimi messaggeri di una “battaglia” che cerca finalmente di strappare il velo di silenzio che circonda la realtà dei levrieri e del mondo del racing. Adottando uno di questi animali se ne salvano due: quello che giungerà in una famiglia e quello che riuscirà a prendere il posto della salvezza in un rifugio.
Parafrasando Baudelaire “il Greyhound è quel nobile principe delle nuvole, che non si cura della tempesta e se la ride dell’arciere. Poi, in esilio sulla terra, con le sue ali da gigante non riesce a camminare”.
Alcuni video, particolarmente duri: video 1, video 2 e video 3.
(Da un’intervista a Lilian Mazzola – GACI Greyhound Adoption Center Italy)
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Evi Mibelli è una giornalista attiva nella lotta per i diritti degli animali. Partecipa alle attività e alla gestione del sito della Fondazione Diritti Animali.
Brambilla e Veronesi contro le pellicce: «Appello alle donne, non vestitevi di cadaveri» – Corriere della Sera
[Letto su Corriere.it]
Introduco quest’articolo dell Corriere.it, che copio e incollo integralmente, dicendovi che ci sono dei filmati che mostrano in modo assai crudo quanto gli umani possono essere efferati; non ce l’ho fatta a vederli se non per brevi istanti: se volete visionarli, potete andare sul link in alto del Corriere. Magari, fateli vedere a chi vuol farsi una pelliccia, o a chi è pro vivisezione; o a chi non riesce a non mangiare carne…
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Animali scuoiati vivi, catturati in natura e poi soppressi con metodi cruenti, costretti a un’esistenza infima in piccole gabbie e finalizzata unicamente ad una morte tesa a soddisfare l’industria della vanità. Immagini che da sole dovrebbero indurre a più di una riflessione su quanto vi sia dietro a sfilate e capi vaporosi esposti in vetrine luccicanti. E che il comitato promotore de «La coscienza degli animali», il movimento fondato dall’ex ministro Michela Vittoria Brambilla e dall’oncologo Umberto Veronesi, ha deciso di raccogliere in un filmato crudo ma tristemente molto reale per rilanciare la campagna per un abbigliamento etico, rispettoso della vita degli altri animali. «Non vestirti di cadaveri» è l’esortazione finale che accompagna il mini-documentario, presentato oggi a Milano in occasione del «Fur Free Day», la giornata mondiale contro le pellicce, nata negli Stati Uniti e diffusasi ormai in tutto il mondo occidentale e industrializzato.
Quei cuccioli al buio senza mai una carezza – Corriere della Sera
[Letto su Corriere.it]
Michela Vittoria Brambilla, ex ministro del Turismo, è stata l’unica insieme ai carabinieri dei Nas a essere entrata nell’allevamento di beagle «Green Hill» a Montichiari. Ecco il racconto della visita fatta dalla Brambilla, che ha condotto in questi mesi una battaglia personale e politica contro la presenza nel nostro Paese di allevamenti di animali destinati alla sperimentazione.
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Lo sguardo spento, la coda tra le gambe. Non hanno un nome ma solo un numero appeso alle sbarre. È questa la prima immagine che mi colpisce quando entro nel capannone-nursery della Green Hill di Montichiari (Brescia), l’ultimo allevamento in Italia di cani beagle destinati alla vivisezione esistente nel nostro Paese. Sono 2.500 le creature che ogni anno vengono vendute dalla multinazionale Marshall, proprietaria della struttura, ai laboratori di mezza Europa, dove la loro breve vita terminerà tra atroci sofferenze.
Le loro giornate, tutte uguali, sono scandite solo dal ciclo delle dodici ore di luce al neon alternate alle dodici ore di buio, trascorse all’interno di un piccolo box che per quelle cagnoline è tutto l’universo.
L’aria è pesante, irrespirabile, ma i lucernari devono restare chiusi «per non contaminare le cavie», mi spiegano. I cani di Green Hill non avranno mai la possibilità di uscire da quelle gabbie, di vedere la luce del sole, di respirare a pieni polmoni. Non sapranno mai cosa vuol dire correre sull’erba. Utilizzate come macchine per produrre tanti sventurati come loro, le «riproduttrici» accudiscono con disperata tenerezza i loro piccoli, certe che, anche quella volta, poi verrà qualcuno a portarglieli via.
Aumentano gli italiani che dicono addio alla carne: sono cinque milioni
[Letto su Corriere.it]
Oggi si celebra ovunque la Giornata Mondiale dei vegetariani. E sono le cifre a raccontare una realtà e un modo di alimentarsi che conquista sempre più persone. Se infatti secondo una proiezione, entro il 2050 saranno 30 i milioni di consumatori italiani che lasceranno da parte bistecche e hamburger, oggi un rapporto Eurispes fissa a 5 milioni i connazionali che preferiscono mettersi nel piatto insalate e ortaggi.
DA SAN FRANCISCO ALLA GARBATELLA - Oltre alla giornata dedicata, in programma anche una settimana internazionale a tema, dal 1 al 7 ottobre, cui prendono parte 11 Paesi, dall’Australia al Canada, fino al Brasile e la Germania. E che avrà il suo clou a San Francisco al World Veg Festival. Per l’Italia uno dei referenti è Agire Ora, che invita a fare network per l’organizzazione di eventi, affissioni, dibattiti divulgativi e informativi. Equology promuove poi a Milano la Veghip Week che coinvolge anche ristoranti e ristoratori per diffondere uno stile alimentare considerato più consapevole, con mini corsi di cucina organizzati da chef professionisti. A Roma, invece, al Garbatella Jazz Festival, sarà promossa una petizione per abolire il pâté de Foie Gras, considerato alimento realizzato a costo di pratiche disumane sulle oche.
INQUINIAMO COME MANGIAMO? Non solo eventi e manifestazioni. Importante è anche l’aspetto scientifico e di impatto ambientale dello stile di alimentazione. Secondo gli esperti sarebbero in aumento costante coloro che scelgono una dieta verde con motivazioni ecologiste: è infatti dimostrato che essere vegetariani significhi anche sprecare meno risorse ed energia. Basti pensare alla quantità di acqua e di energia necessaria per portare una bistecca in tavola (secondo Il Pacific Institute per fare un chilo di carne sono necessari 70 mila litri di acqua). Nel giugno 2011 poi un’indagine Unep, il programma delle Nazioni Unite sull’Inquinamento, ha rivelato che il 18 per cento delle emissioni di Co2 nell’atmosfera deriva dalla fermentazione dei mangimi all’interno dell’intestino degli animali allevati dall’uomo.
VERONESI E HACK VEG CONVINTI - Tra i sostenitori dello stile alimentare vegetariano, Umberto Veronesi. «Non è soltanto una scelta alimentare, ma una filosofia di vita», ha spiegato l’oncologo. Che ha aggiunto: «La tolleranza e il rispetto sono principi che si applicano oggi ai rapporti tra tutti gli esseri viventi. Sempre più persone amano gli animali, li ritengono una componente essenziale dell’armonia del pianeta e per questo si rifiutano di ucciderli e di mangiarli». Per molti il consumo di carne giocherebbe poi un ruolo «nell’assurda ingiustizia alimentare secondo cui parte del mondo muore di fame e soffre di denutrizione e un’altra parte si ammala e muore per eccesso di cibo». Veronesi sottolinea infine che «ridurre la carne fa bene. I vegetariani vivono più sani e più a lungo. Ed è scientificamente provata una correlazione tra diete ricche di grassi saturi (provenienti da fonti animali) e molte malattie gravi, tra cui alcuni tumori». D’accordo con questa affermazione anche l’astrofisica Margherita Hack, altro esponente del mondo scientifico italiano, nota per la sua scelta alimentare. «Prima della guerra si mangiava meno carne e si moriva meno di tumore», spiega a Corriere.it. La Hack non trascura nemmeno l’aspetto ecologico. «Quando ci mettiamo una fettina nel piatto molto spesso non pensiamo al consumo di terreni e di energia che ci sta dietro perché fatichiamo ad andare al di là dei gesti più semplici». Date le premesse, è facile per lei, arrivare dunque alla conclusione che «per migliorare una situazione di squilibrio a sfavore degli animali e di alcune parti del mondo non vanno certo sottovalutati i passi in avanti che la ricerca ha fatto di recente attraverso l’utilizzo delle staminali nella creazione di carne in vitro». Come dire che se il 2050 è lontano, non possiamo pensare di continuare a mangiare hamburger e fettine tre o quattro volte la settimana.
No kill, anything
Traduzione di una lettera di Edgar Kupfer- Koberwitz, vegano, che nel campo di concentramento di Dachau passò tra crudeltà di ogni genere, mentre la morte ghermiva i prigionieri del campo giorno dopo giorno:
“Caro amico,
mi chiedi perché non mangio carne e ti domandi per quale ragione mi comporto così. Forse pensi che ho fatto un voto o una penitenza che mi priva di tutti i piaceri gloriosi del mangiar carne. Pensi a bistecche gustose, pesci saporiti, prosciutti profumati, salse e mille altre meraviglie che deliziano gli umani palati; certamente ricordi la delicatezza del pollo arrostito.
Vedi, io rifiuto tutti questi piaceri e tu pensi che solamente una penitenza, o un voto solenne, o un grande sacrificio possa indurmi a negare questo modo di godere la vita e che mi costringa ad una rinuncia.
Sei sorpreso, chiedi: – Ma perché e per quale motivo?
Te lo chiedi con intensa curiosità e pensi di poter indovinare la risposta.
Ma se io ora cerco di spiegarti la vera ragione in una frase concisa, tu rimarrai nuovamente sorpreso vedendo quanto sei lontano dal vero motivo.
Ascolta: io rifiuto di mangiare animali perché non posso nutrirmi con la sofferenza e con la morte di altre creature.
Rifiuto di farlo perché ho sofferto tanto dolorosamente che le sofferenze degli altri mi riportano alle mie stesse sofferenze.
So che cos’è la felicità e so che cos’è la persecuzione. Se nessuno mi perseguita, perché dovrei perseguitare altri esseri o far si che vengano perseguitati?
So che cos’è la libertà e so che cos’è la prigionia. So che cos’è la protezione e che cos’è la sofferenza. So che cos’è il rispetto e so che cos’è uccidere. Se nessuno mi fa del male, perché dovrei fare del male ad altre creature o permettere che facciano loro del male?
Se nessuno vuole uccidermi, perché dovrei uccidere altre creature o permettere che vengano ferite o uccise per il mio piacere o per convenienza?
Non è naturale che io non infligga ad altre creature ciò che io spero non venga inflitto a me? Non sarebbe estremamente ingiusto fare questo per il motivo di un piacere fisico a spese della sofferenza altrui e dell’ altrui morte?








