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Poème électronique | intervista a Ksenja Laginja e Stefano Bertoli – Poesia del Nostro Tempo


Su PoesiaDelNostroTempo è uscita una bella intervista a cura di Sonia Caporossi a Ksenja Laginja e Stefano Bertoli, curatori del progetto Poème électronique che, in questi giorni, ha dato vita a un CD riepilogativo dei cinque anni di manifestazione appena trascorsa, uscito per KippleOfficinaLibraria. Un estratto della chiacchierata:

Ksenja presentando il disco ha scritto: “Questa è la storia di un sogno condiviso insieme a Stefano Bertoli, senza il quale tutto questo non sarebbe mai nato.” Com’è sorta l’idea del progetto di una rassegna del genere?

KL: Sì, Stefano è stato, ed è, il partner ideale di questo progetto con tutte le necessarie competenze tecnico/musicali e una sensibilità fuori dal comune. Condividere un sogno è cosa bellissima e rara. Non occorre che gli dica nulla, lui sa già dove voglio arrivare, quanto mi voglia spingere nella qualità delle selezioni autoriali e nella sperimentazione. Nacque tutto al Kowalski, nostro luogo d’elezione, “per caso” ancor prima della scelta di un qualsiasi nome: la nostra unica certezza era che ci sarebbe piaciuto fare qualcosa insieme. Fu indimenticabile la mostra al Kowalski “Breviario del sangue”, proprio lì ci venne l’illuminazione: “Se la facessimo qui?”. Il passo successivo fu quello di parlarne a Emanuela Risso del Kowalski, che accolse l’idea con grande entusiasmo.

Ksenja, tu sei una poetessa “che pratica la notte” come diresti tu, nonché un’artista visiva che esplora le dimensioni più oscure e riposte dell’inconscio e del bizzarro utilizzando uno scandaglio psichedelico e metafisico per leggere la realtà. Quanto di tuo hai messo all’interno di questo progetto?

KL: Ho messo tutto qui dentro, anche se apparentemente in modo meno visibile. Nella rassegna mi occupo del dietro le quinte: degli autori, del calendario in condivisione con Stefano, delle grafiche e della promozione pubblicitaria/social, infine presento le serate. Occuparmi di Poème électronique mi permette di avere altri occhi sul contemporaneo, di scendere da un palco per dare voce e spazio agli altri.

Stefano, tu sei un esperto di musica elettronica e sperimentale ma non solo, ti esibisci anche in raga, droni e azioni rumoristiche varie prodotte da strumenti acustici, specialmente a corda e a percussione, di origine etnica, religiosa / cultuale o di tua diretta invenzione. Da quanto tempo ti occupi dell’esplorazione dell’universo sonoro e quale è la tua filosofia in proposito?

SB: suono da circa quarant’anni, prima l’amore per le percussioni, poi l’elettronica, poi, finalmente, entrambi insieme. La mia unica filosofia è la Ricerca, sono un Esploratore senza requie.

leggendo la tracklist si nota una grande varietà di interventi e di voci poetiche: ognuno si è predisposto a incontrare l’elettronica fondendo l’istanza avanguardistica con quella più immediatamente estetico-comunicativa permeandone la propria poetica e il proprio stile in una superiore sintesi. L’equilibrio, per dirla così, sembra abbastanza delicato. Che cosa ne è venuto fuori?

SB: L’unica regola imposta fu, fin dall’inizio, che poeta e musicista non si conoscessero, neanche indirettamente: “Salite sul palco e dite quello che avete da dire” e i risultati sono sempre stati una meravigliosa alchimia. La casualità è stata sempre quella di una rissa da strada, perché “alla scuola della Poesia”, così come a quella dell’Avanguardia, “ci si batte”.

Lungo il crinale


Posso ambire a una complessità inaspettata, mentre osservo il sole andare giù lungo il crinale dei dati psichiatrici?

Nuovi limiti


Aspetti di divenire un nuovo essere, qualcuno che può oltrepassare i limiti che prima avevi, e non comprendi quanto ti aspettino dei nuovi limiti: non c’è nulla da festeggiare, quindi, ma solo da disperarsi.

Torna Terminal Shock di Giovanni De Matteo | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione che Terminal Shock, il romanzo di Giovanni De Matteo uscito in ebook qualche anno fa e che ora viene pubblicato nuovamente, stavolta in cartaceo e solo successivamente in digitale, da CentoAutori, sotto l’egida di Carmine Treanni. Gran romanzo, vertigini da spazio profondo che s’intrecciano con trame da puro orrore cosmico… Libro già ordinato in libreria; vi lascio alla quarta:

2023: un segnale di origine sconosciuta viene intercettato dal programma SETI. La Sequenza è di evidente natura artificiale, ma la sua origine è un enigma che sfida la scienza e la ragione.

2180: l’umanità è una civiltà interplanetaria e nelle turbolente fasi della sua espansione nello spazio si è scissa in numerose fazioni. La loro rivalità alimenta un clima da guerra fredda, ma la scoperta di una struttura artificiale nella nube di Oort rappresenta un valido motivo per unire le forze intorno all’interesse comune. Chi sono i costruttori di Terminus e dove sono adesso? Qual era lo scopo della misteriosa megastruttura spaziale che hanno abbandonato ai confini estremi del sistema solare?

Quando la storica missione di contatto con la stazione aliena fallisce, la più potente astronave militare mai uscita dai cantieri orbitali scompare nel nulla. Viene organizzata una spedizione di soccorso per scoprire cosa è andato storto. Questa è la sua storia.

Il mago preferisce


Recitando litanie frattalizzate ottieni un’escalation di mondi quantici, tutti a fluttuare sopra di te nell’attesa che tu decida quale preferire.

Processi di ibridazione. L’immagine (è) mutante – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine, Gioacchino Toni indaga la poetica visiva e visionaria di David Cronenberg. Un’indagine sul nostro mondo sociologico e politicamente (anche polemicamente) economico in cui navighiamo, spesso con la bocca sotto il livello del liquame. Vi lascio alle sue parole ,a un estratto:

«io cerco sempre di mostrare […] quel momento in cui ci si rende conto che la realtà non è che una possibilità, debole e fragile come tutte le altre possibilità» David Cronenberg

Agli inizi degli anni Ottanta esce nelle sale Videodrome (Id., 1983) di David Cronenberg, opera con cui il regista canadese inaugura una serie di pellicole in cui, in maniera più esplicita rispetto ad altre sue realizzazioni, pone lo spettatore di fronte allo sconvolgimento dei piani di realtà. Si tratta di un film incentrato sul rapporto dell’individuo con quell’apparecchio televisivo, vero e proprio generatore di immagini all’interno della realtà domestica che, come scrive Riccardo SassoL’immagine mutante. Il cinema di David Cronenberg (Edizioni Falsopiano, 2018) – agisce «come un organismo patogeno, inizializzando un meccanismo virale grazie al quale l’uomo è stato trasformato, mutato in un un nuovo individuo, un homo tecnologicus, che ha incorporato in sé la tecnologia e da essa trae un sostentamento vitale necessario alla sua sopravvivenza». L’essere umano contemporaneo è giunto a cibarsi di televisione, tanto che i poveri che nel film si recano alla Cathode Ray Mission, al posto di un pasto caldo, ricevono la loro dose quotidiana di immagini televisive. Non è difficile leggere in Videodrome la convinzione mcluhaniana della televisione come strumento antropogenetico in grado di incidere sulla biochimica umana.

La televisione, suggerisce l’opera cronenberghiana, non si limita più a riprodurre la realtà, si è fatta «più reale della realtà stessa: ha agito fisicamente sulla struttura del […] cervello, creando al suo interno dei tumori, veri e propri organi di senso, capaci di costruire in lui un nuovo sistema percettivo». L’immagine è mutante, in questo caso nel senso che agisce, mutandolo, sull’individuo che ne viene a contatto. L’essere umano messo in scena da Cronenberg, a partire da Videodrome, è un essere che «ha assorbito in sé la tecnologia e nello stesso tempo l’ha corporeizzata»; il protagonista del film, dopo essere stato contagiato dal virus, si è ibridato con la macchina, «ha penetrato la tecnologia (come nella famosa scena in cui si fonde con il televisore), l’ha resa carne pulsante (la televisione è divenuta un organismo, che respira e vomita frattaglie) e al contempo ne è stato violato, penetrato – gli si è formata un’apertura sull’addome dal quale escono ibridi biomeccanici».

Con Videodrome, sostiene Gianni Canova nella sua monografia dedicata al regista – David Cronenberg (Editrice Il Castoro, 2007) – «Cronenberg riflette sull’intossicazione iconica derivata dal consumo di immagini televisive e sulle modificazioni fisiche e antropologiche che la diffusione della tv sta apportando all’apparato percettivo umano». Il film pone inquietanti interrogativi «sulla natura riproduttiva delle immagini e sul rapporto di ambivalente fascinazione e repulsione che l’occhio umano prova di fronte ai propri sogni e ai propri incubi reificati e incessantemente riprodotti sullo schermo della tv». Il regista decide di mettere in scena un mondo condannato a vivere in uno stato di perenne allucinazione, in cui gli esseri umani sembrano poter essere programmabili al pari degli apparecchi di registrazione audiovisiva. In anticipo di alcuni decenni rispetto alla serie televisiva Black Mirror (Id., dal 2011 – in produzione, Channel 4; Netflix), Videodrome si pone come opera audiovisiva politica in quanto riflettendo sul consumo di immagini fa provare direttamente allo spettatore «le potenzialità e le aberrazioni insite nel […] desiderio di consumare tecnologicamente immagini».

Oltre a palesare i processi di contaminazione fra organico ed elettronico, con una televisione che diviene carne e una carne che a sua volta funziona come un videoregistratore, in Videodrome, suggerisce Canova, Cronenberg «applica anche al linguaggio (al cinema) quei processi di contaminazione e confusione che mostra all’opera sul piano dei corpi». Ecco allora che il film può essere visto come il paradigma di uno stile fondato sull’instabilità enunciativa: Videodrome non permette allo spettatore di considerare la macchina da presa come un “narratore onnisciente”, diviene impossibile, continua Canova, attribuire alle immagini un aprioristico statuto ontologico di verità. Il continuo cambiamento di punti di vista non consente di stabilire se ciò che si osserva è “realtà”, allucinazione o sogno. Insomma, ad essere messa in discussione in questa pellicola è (anche) la stessa nozione di “realtà” cinematografica.

Gaunt – Absència


Da un’etichetta con un nome simile, l’adorazione per la proposta dei Gaunt è un attimo…

Sa morte secada | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a Sa morte secada, riedizione del primo romanzo di Nicola Verde, uscito nella prima edizione più di quindici anni fa. Vi lascio a una parte della valutazione:

Sa morte secada, dice all’inizio del romanzo una delle protagoniste e qualche pagina dopo l’autore spiega, servendosi del dialogo fra il maresciallo Carmine Dioguardi e il prete del paese, cosa significa l’espressione sarda. “Siamo un popolo preistorico che ancora crede che dalle ossa si possa resuscitare, un detto ormai in disuso, più o meno vuol dire tagliare la morte e deriva probabilmente da un antico rito pagano. Vuol dire che bisogna andare in fondo, fino all’osso.” (pp. 14,15)

Intorno al grumo dei riti preistorici, innestati per quanto compatibili nei riti della religione cristiana, si sviluppa faticosamente l’indagine del maresciallo Dioguardi sulla morte cruenta di un bambino, il cui corpo era stato ritrovato scarnificato sopra un antico amuleto. Il paese è Bonela, centro agropastorale nel cuore della Sardegna. Altri personaggi chiave sono due sorelle dalla vita antitetica: una divenuta prostituta dopo una violenza subita da ragazzina dal padrone della casa dove prestava servizio e da altri dopo, l’altra si chiuderà nel suo mondo di visioni, di preghiere e di credenze religiose, poi ci sono i notabili del luogo, il brigante Farore e infine due sacerdoti, anch’essi antitetici: Don Melchiorre, ascetico e intuitivo, Don Mario detto preide Bertula, abituato ad assecondare e a far prevalere i suoi istinti peggiori.

Nel linguaggio, Nicola Verde utilizza molto il sardo sia per le espressioni idiomatiche che nei dialoghi, non mancando di tradurle per i suoi lettori. Il maresciallo, campano come il suo autore, venuto dal “continente” con la segreta speranza di ritornarci, si impegna nell’indagine ma, essendo estraneo alla cultura “preistorica” sarda, è impossibilitato per anni a dare una soluzione a quella morte misteriosa. Si avvicinerà alla verità dopo molti anni, quando, ormai in pensione, potrà dire di aver compreso il lato oscuro della sua terra di adozione.

Nick Mason’s Saucerful Of Secrets – Remember a Day (Live at The Roundhouse) [Official Audio]


Splendida reinterpretazione di Rember a day, brano scritto da Richard Wright nei primi – non primissimi – Floyd, anno ’68, quando Barrett stava completando il suo volo. I Saucerful of Secrets di Nick Mason hanno fatto un lavoro stupendo…

Fantascienza: Intervista al noto scrittore Sandro Battisti nell’era del virus | Neofuturismo


Roberto Guerra mi ha posto delle domande, poche, nervose, a vasto spettro. Le trovate, con le mie risposte, su Futurismo2000.

D- Sandro,  postvirus la fantascienza come secondo te dovrà evolversi?
R- Una continua ricerca verso l’inumano, i limiti dell’antropocentrismo sono noti da tempo immemore e la sfida più grande ora è comprendere che in questo mondo circoscritto alle nostre dimensioni non esiste libertà, né capacità di andare davvero oltre la cognizione umana. Abbiamo vita su Venere? La abbiamo su Marte? Benissimo, ma cosa succede nelle vibrazioni energetiche dello spazio siderale? Siamo ospiti appena graditi, se usciamo dalla nostra tana moriamo come topi in trappola…
simonebocchetta

Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

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Quisquilie, bagatelle, pinzillacchere...

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“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

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