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Kipple.it: Rabbia. Ovvero quando anche Palahniuk scrive fantascienza


[Letto su KippleBlog – ovvero come il mainstream arriva alle avanguardie e potenzialmente, quindi, al Connettivismo]

Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk (Photo credit: tr.robinson)

Come diceva Rant Casey, scrive Chuck Palahniuk nel suo romanzo del 2007 Rant (Rabbia), la gente ti rende famoso parlando male di te finché sei vivo, oppure cantando le tue lodi quando non lo sei più. Per sua fortuna, Palahniuk ha ragione solo in parte. Se è vero alcuni lettori storcono il naso solo sentendone il nome, non esitando a parlarne male, l’autore statunitense ha saputo comunque raccogliere moltissimi consensi, anche oltreoceano, pur essendo fortunatamente ancora fra noi. Non a caso il suo sito ufficiale si chiama The Cult (Il Culto). Un autore complesso come Palahniuk tende a provocare reazioni opposte. O lo si detesta. Oppure lo si ama.
Detto così, è vero, sembra un po’ un cliché. Ma c’è un fondo di verità. Durante il tour promozionale del suo libro Haunted (Cavie), libro strutturato come raccolta di diversi racconti sullo sfondo di una storia che li collega tutti, molte furono le persone (settantatré per l’esattezza) che sentendolo leggere il racconto Guts (Budella) persero i sensi. Le descrizioni molto crude – il racconto narra la vicenda di una masturbazione dall’esito a dir poco fallimentare – hanno di certo contribuito all’incidente, ma non è da sottovalutare nemmeno l’effetto che l’autore stesso, per via dell’aura trasgressiva che lo circonda, è riuscito a trasmettere al pubblico.
E se la realtà non fosse altro che una malattia? si domanda Palahniuk in Rant. La sua missione sembra proprio quella di utilizzare questa patologia che è la realtà, sviscerandola, e mostrandoci come sia possibile modificarla. In nessuno dei suoi romanzi il protagonista muore, né mai morirà, per scelta dichiarata dell’autore. Per quanto estremi possano essere i suoi romanzi, dietro a quella coltre malata, si rivela sempre una positività di fondo che caratterizza lo stesso Palahniuk.

Palahniuk, come dimostrato ad esempio in Fight Club, è prima di tutto un critico della società. I suoi metodi saranno molto diversi da quelli dei soliti autori di fantascienza sociologica, ma è il medesimo animo critico a motivarli.
Rant è un libro particolare, molto ricco di idee, alcune originalissime, altre meno – nel romanzo ad esempio ci vengono proposti dei transfer di memorie, concetto già proposto nella fantascienza – ma che comunque riesce a mischiare tanti di quei concetti disparati, e a farlo bene, da rendere l’opera un lavoro che non può lasciare indifferente l’amante del genere. Perché è proprio questo che abbiamo in mano quando sfogliamo Rant: un romanzo di fantascienza.
Si sente spesso dire che la fantascienza è in crisi. Che un autore, con un seguito di pubblico così ampio, abbia abbracciato il genere potrebbe essere un’ottima cosa. Molti dei suoi lettori probabilmente leggeranno per la prima volta qualcosa di fantascienza proprio leggendo Rant. E non è detto che non si lascino tentare anche dai vari Dick, Ballard o addirittura Clarke.
Quando uno scrittore, per quanto controverso – e non è detto che essere controversi sia per forza una qualità negativa, tutt’altro – decide di avvicinarsi a un genere come quello della fantascienza, genere che ha sofferto il pregiudizio di molti critici, accademici e lettori, dovrebbero essere gli amanti stessi della fantascienza a non commettere lo stesso errore, respingendo con un altro loro pregiudizio l’autore.
Palahniuk è fonte di innovazione. Col suo caratteristico stile minimalista potrebbe aiutare a gettare un ponte fra il mondo della fantascienza, troppo spesso ghettizzato, e il resto della realtà narrativa contemporanea.
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