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.:: La percezione dello spazio | PEJA TransArchitecture research


Emmanuele “Peja” Pilia illustra sul suo blog, in tre parti (uno, due e tre), la nuova pubblicazione della Deleyva Editore, l’appendice del laboratorio transarchitetturale ALTA: L’Architettura del Continuo di Lars Spuybroek.

La particolarità di questa pubblicazione è sintetizzata dall’incipit della completa relazione di Peja:

Nel 1982, Isaac Asimov, uno dei vati della fantascienza moderna, decise di dare nuovo respiro alla sua più fortunata serie di romanzi, il Ciclo della fondazione, con un romanzo dal titolo L’orlo della Fondazione. Nella prima parte del testo, Asimov descrive un particolare computer con cui uno dei protagonisti, Golan Trevize, avrebbe dovuto pilotare la sua astronave. Un computer che avrebbe risposto unicamente agli input del pensiero dell’operatore. Input trasmessi appoggiando le mani su un piano progettato appositamente.

Il cervello era unicamente il quadro di comando centrale, racchiuso nel cranio e lontano dalla superficie operativa del corpo, la superficie operativa era rappresentata dalle mani: erano le mani che tastavano e manipolavano l’Universo.
Gli esseri umani pensavano con le mani. Erano le mani la risposta alla curiosità intellettuale, erano esse a toccare, stringere, rivoltare, alzare, sollevare. C’erano animali dal cervello piuttosto grande, che però erano privi di mani, e la differenza era importante, molto importante.

Attraverso quel semplice gesto, Trevize avrebbe potuto espandere la propria percezione al di fuori del proprio derma, espandendosi, controllando una porzione di spazio sempre più ampia, facendo sì che la propria percezione inglobasse la carena del veicolo in cui era a bordo. L’intuizione di Asimov è stupefacente: il sentire del pilota coinvolge sempre più il veicolo fino a farlo combaciare con il proprio corpo, tanto che i movimenti della seconda aderivano perfettamente alla volontà del primo, come se fosse una sua estensione naturale. La mente di Trevize non doveva in quel momento coordinare le decine di movimenti necessari a camminare, sedersi, o qualsiasi altra azione utile ad esperire lo spazio che lo circonda. Così, anche la sua percezione viene tesa al controllo del proprio mezzo.

Sentì la lieve brezza, la temperatura, i suoni del mondo intorno all’astronave.  Individuò il campo magnetico del pianeta e percepì le minuscole cariche elettriche sulle pareti della nave.
Si rese conto di dove e come fossero i comandi senza bisogno di averli presenti alla mente in modo dettagliato. Capì semplicemente che se voleva far decollare l’astronave, o se voleva accelerare, virare, servirsi di uno qualsiasi dei suoi congegni operativi, doveva usare soltanto la volontà, come se avesse dovuto dare un ordine al proprio corpo.

Lo spazio percepito dal protagonista del romanzo si estende oltre il proprio corpo grazie ad un’estensione meccanica la quale, quasi fosse una protesi, inizia ad adattarsi a sua volta ai movimenti di Trevize. Il veicolo in cui era alloggiato non viene sentito come un contenitore ove il proprio corpo viene alloggiato, ma un prolungamento del proprio corpo.

È indubbiamente un concept connettivista, e sta dietro all’opera di Spuybroek che Deleyva sta per pubblicare con la sua consueta formula della prenotazione in formazione d’opera che costerà meno del libro finito: gli spazi architettonici mutano con l’evoluzione umana, e postumana, e la disquisizione di Pilia è notevolmente ragionata e documentata.

Un utilizzo dell’architettura come protesi propriocettiva [La propriocezione è la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto degli altri sensi, N.d.E.], un’interazione tra spazio e corpo che consideri le appendici del cyberspazio come estensioni dell’edificio e della pelle, una concezione dello spazio come elemento vivo, capace di autogenerarsi come se fosse un essere vivente: questa è la sfida che Lars Spuybroek ha lanciato tramite la sua ricerca. A questa si aggiunge, non come mera appendice, ma come un tessuto che fa da sfondo a tutta la sua opera, la riflessione sulla continuità tra azione e percezione ed una presa di coscienza delle potenzialità dell’utilizzo del computer in architettura. Le aree in cui si muove l’architetto olandese sono quelle fondate dalla svolta mediatica operata da Marshall McLuhan. «Le conseguenze individuali e sociali […] di ogni estensione di noi stessi, derivano dalle nuove proporzioni introdotte nelle nostre questioni personali da ognuna di tali estensioni o da ogni nuova tecnologia» [Marshall McLuhan, Gli strumenti per comunicare, pp. 15-16] . Ne deriva che ogni medium amplifica le potenzialità fisiche, intellettuali, sensoriali e cognitive dell’individuo, modificando di conseguenza l’agire e il pensare individuale, e con esso le strutture della società. In quanto estensioni del nostro sistema fisico e nervoso, per McLuhan i media costituiscono un sistema di interazioni biochimiche che deve cercare un nuovo equilibrio ogni volta che sopraggiunge una nuova estensione. A queste riflessioni Spuybroek si pone in diretta continuità, abbandonando però ogni considerazione sulla società per concentrarsi sull’esperienza del singolo e della carne.

Affascinante, e capace di scavare il futuro fino all’osso dell’imponderabile. Il nuovo che ci aspetta ha un fascino incredibile e indicibile.

1 commento»

  emmanuelepilia wrote @

Grazie mille amico!!! Di cuore!!! 🙂

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