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Archivio per dicembre 9, 2014

Katja Kwastek – Aesthetics of Interaction in Digital Art | Neural


[Letto su Neural.it]

Definire le multisfaccettate modalità dell’arte digitale si è rivelato essere un compito difficile e potenzialmente quasi impossibile. L’individuazione d’un terreno certo sul quale definire i confini dell’arte è stata spesso minata da ondate di classificazioni incomplete, nonché dalla coniazione costante di specifici neologismi. Una delle strategie meglio praticabili è stata quella di analizzare le dinamiche che “girano” intorno alle opere digitali, soprattutto quelle contestualizzate nel campo –più ampio – di discipline meglio consolidate. Questo è il metodo impiegato da Katja Kwastek, che dribla i pericoli concettuali dell’arte tecnologica avendo chiara una personale teoria estetica di stampo storico-artistico. La sua definizione di estetica dell’arte interattiva indaga categorie come il tempo, lo spazio, la vitalità, la presenza, la struttura e l’interfaccia, per citarne solo alcune. La definizione delle opere interattive come “sistemi” e “processi di feedback tecnicamente mediati” è accompagnata dalla consapevolezza che l’arte interattiva stia sfidando categorie fondamentali delle teorie estetiche d’arte: ad esempio la “distanza estetica”, che è impossibile da realizzare con opere d’arte che richiedano una partecipazione attiva. L’autrice sviluppa strumenti metodologici per la comprensione e l’analisi dell’arte interattiva e il testo si completa con numerosi casi di studio che illustrano “le strategie artistiche per mettere in scena l’interattività”, interpretazioni che vanno dai classici della net.art fino alle più recenti performance. Peccato che questa pubblicazione sia forse l’ultimo (e postumo) atto dell’adesso defunto Boltzmann Institute.

Avanti


Hai lasciato l’onda psichica dietro di te, fino a redarguire le avanguardie perché esse non hanno compreso l’importanza delle retroguardie.

Lovecraft sull’Orizzonte


Giustificato sull’orizzonte degli eventi, allineato lì fino a scoprire senza possibilità di ritorno; la disgregazione suona bellissima e terrificante.

Decadence


Profondi i tuoi sguardi
fino all’abisso che chiama ogni volta e rende mellifluo il cadente.

::vtol:: – skin player | Neural


[Letto su Neural.it]

Lo sviluppo storico della musica in Occidente è stato descritto in termini di una presa di distanza dal corpo: l’identificazione della musica con notazione musicale e l’automazione progressiva degli strumenti musicali sono due lati di questo stesso processo. Dmitry Morozov aka VTOL :: :: trasforma tuttavia questa traiettoria lineare. Il suo Reading My Body è un controller audio che utilizza un tatuaggio come una partitura musicale. Lo strumento si basa su una protesi meccatronica montata sul braccio del musicista che genera un flusso di audio digitale leggendo un modello inciso sulla pelle dell’esecutore. Un sensore portato da un motore su un binario e che segue lungo il passo la lunghezza dell’avambraccio, analizza il tatuaggio e le uscite dei dati che sono alimentate da un motore di sintesi audio digitale. L’esecutore controlla la velocità e la direzione di questa unità di scansione e introduce ulteriori variazioni gestuali utilizzando un accelerometro a tre assi ricavato da un telecomando Wii che cattura il movimento del braccio. Lo strumento presenta un concetto di design interessante che collassa sugli elementi del corpo di notazione e automazione, formando un ibrido in cui ogni singolo componente viene posizionato in un rapporto ambiguo con l’altro ed esprimendo una differenza però di ridondanza che potrebbe essere portata a conclusioni assurde. Ad esempio, l’idea che la notazione musicale potrebbe essere indelebilmente inscritta sul corpo potrebbe essere letta come soluzione provocante ai problemi derivanti da un’eccessiva storicizzazione. Forzando il gioco di tumulare l’opera insieme ai loro stessi autori, la competizione tra i morti e i vivi tenderebbe forse a diminuire. Affrontando peraltro questioni più contemporanee, il tatuaggio di Morozov trova un precedente nei marchi identificativi – approntati per tutti quelli che sono schiavi delle etichette – dando l’idea d’uno scenario futuro non del tutto improbabile in cui gli hacker potrebbero fare musica partendo dalla sonificazione degli impianti umani basati su RFID-chip, implementazioni che hanno catturato molta attenzione sia dai versanti tecnofili che tecnofobici. Inoltre, l’attenzione del performer è tutta focalizzata sulla parte interna dell’avambraccio e richiede anche l’associazione con iniezioni di sostanze stupefacenti nel corpo. Ciò che emerge da queste sperimentazioni non è l’esotismo tipico del corpo in quanto una sorta di Eden perduto (i corpi fisici possono essere soggetti a un controllo esterno esattamente come i dati digitali), ma piuttosto un complesso processo di mediazione tra la “fisicità” e il “sé aumentato”, relazione che esprime la ricerca di una autentica sintesi personale.

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