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Archivio per dicembre 13, 2014

PQesclusive: Pier Luigi Manieri


Bella intervista a Pier Luigi Manieri, autore di una raccolta di racconti intitolata Roma Special Effects. Da leggere perché Pier Luigi fa una panoramica sui racconti che compongono la sua ultima fatica e la contestualizza con il mondo in cui siamo calati oggi. Su PQEditor.

QUAL È L’ELEMENTO DISTINTIVO DEL SUO STILE

Pier Luigi Manieri: L’impianto è visivo. Le pagine le concepisco come scene. Non tanto i paragrafi quanto proprio la percezione che voglio rimandare. Il lettore deve “entrare”nel libro e percepirne l’azione.

Avvicinandomi quanto più possibile all’effetto cinematografico, riduco al limite la fase di decodifica. Più l’immedesimazione è immediata, più sono vicino alla mia ricerca stilistica. Da qui il ricorso alle immagini, che sono semplificative e riducono il numero delle parole. La tensione verso la sintesi che è propria del linguaggio pubblicitario e la ricerca continua del dinamismo provengono da lì, unitamente al Futurismo che è una passione da sempre e che ho approfondito professionalmente in più occasioni attraverso l’organizzazione di convegni e tavole rotonde. Insomma, se fosse una formula direi 1/3 cinema 1/3 pubblicità 1/3 Futurismo. L’uno per cento finale è  il fumetto. Mai scritto uno, ma letti a migliaia…

COME NASCE IDEA DEL SUO ULTIMO ROMANZO

Pier Luigi Manieri: I racconti sono nati in molti modi differenti, Notte senza luna l’ho immaginato un pomeriggio che ero ospite del Romics, dovevo intervenire ad una conferenza e mentre attendevo cominciai a guardarmi intorno straniandomi dal contesto per osservarlo, dall’esterno. E vidi migliaia di maschere, costumi, parrucche, cappucci. Intendo dire che era esattamente la situazione canonica di quel tipo di manifestazione, ma in quel momento pensai che sotto quei costumi poteva esserci chiunque e che tra migliaia di personaggi di finzione, sarebbe stato interessante collocarne uno autentico. Perfettamente mimetizzato in quel carnevale fuori stagione. Questo circa l’impianto, Ludovico il vampiro è invece nato molti anni prima, quando nella prima metà degli anni novanta, si riscoprì la figura del vampiro grazie a film come Dracula di Bram Stoker di Coppola e Intervista col vampiro di Jordan. Per scrivere Messaggio nella bottiglia ho preso spunto dall’immortale canzone dei Police. Alfiere Nero è invece il desiderio che prende forma di quando eri bambino e fantasticavi sull’inventare supereroi. Da piccolo ne avrò inventati a decine. Alfiere Nero è nato per soddisfare una curiosità. Se poi devo tentare un albero genealogico, allora penserei a Zorro, Diabolik per come si presenta a noi e Batman. Ma non direi che somigli a nessuno in particolare se non nell’affetto verso i personaggi succitati e per il colore del costume.

“Unico” Giveaway – Alessandro Manzetti (aka Caleb Battiago) Website


Caleb Battiago (ovvero Alessandro Manzetti) è molto attivo in questi giorni prefestivi, e propone un giveaway unico, davvero particolare: mette in palio una copia cartacea autenticata di Ultimo Tropico – Tutti i Racconti 2013/2014. I dettagli sul suo sito.

Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera


Sul Corriere.it una splendida intervista a Jean Michael Besnier, filosofo vicino alle posizioni dei transumanisti e, quindi, del postumanismo. Ciò implica gli impatti con la società attuale e diversi modi di approcciare col futuro. Un estratto:

Lei, professor Besnier, fa parte del movimento transumanista? Confida nell’avvento di un uomo migliorato dalla tecnologia?
«No, sono piuttosto un osservatore interessato, ma critico. Nel 2009 ho scritto il libro Demain les posthumains, che mi ha attirato l’attenzione dei transumanisti, perché ero tra i primi a parlare, con conoscenza di causa, della trasformazione in atto. Sostenevo che l’umanità è destinata ad allargarsi ad altre entità rispetto agli essere umani tradizionalmente intesi, a comprendere quindi cloni e cyborg, che uniscono organismo biologico ed elementi artificiali (un uomo dotato di pacemaker può essere considerato un primo stadio di cyborg, ndr). Scrivevo quindi che sarebbe ragionevole cominciare a studiare un sistema di valori, un’etica che permetta a questa umanità allargata di vivere bene».

Se n’è parlato nella conferenza?
«Sì, e mi pare che l’approccio dei transumanisti europei sia più problematico rispetto a quello degli americani. In ogni caso, l’introduzione è stata affidata a Laurent Alexandre, un medico che ha fondato in Belgio la società DnaVision (sequenziamento del Dna) e che ha diviso il mondo in due categorie: i transumanisti e i bioconservatori. Io allora mi sono detto bioconservatore».

In che cosa consiste la differenza di atteggiamento che si sta delineando tra transumanisti americani ed europei?
«Gli americani, in linea di massima, sono favorevoli a una reale rottura, a una trasgressione radicale dell’idea di uomo. Non si pongono nell’ambito del progresso, per come lo intendiamo dal XVIII secolo in poi. L’aumento, il miglioramento dell’uomo avverrà, secondo loro, con l’affermazione di una nuova specie postumana dotata di proprietà diverse dalle nostre. Quando Ray Kurzweil, dal 2012 nell’équipe di Google, parla del prossimo avvento della “singolarità”, evoca un prima e un dopo, nel quale l’uomo non si ammalerà, non invecchierà, non morirà più. A me sembra che questa impostazione non sia progressista, all’europea, ma metafisica».

Contiene cioè un’ispirazione religiosa?
«A me sembra molto forte. L’ispirazione prima è la filosofia ermetica dell’Alto Egitto, Ermete Trismegisto, Thot, il dio egizio delle lettere, dei numeri e della geometria. E poi lo gnosticismo cristiano, l’idea che Dio non abbia condotto a termine la creazione perché assalito da potenze malefiche. I transumanisti dicono spesso che l’uomo ha oggi i mezzi tecnici per completare la creazione interrotta da Dio. C’è una componente quasi mistica in questa idea di fondersi con la macchina. Oppure ci si richiama al teologo gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin, che invocava il momento in cui saremo capaci di sbarazzarci del nostro corpo per lasciare trionfare la coscienza. Di questo stiamo parlando quando i transumanisti ipotizzano il mind uploading, ossia il trasferimento della mente su supporti non biologici, infinitamente replicabili».

Prima dell’art.18 (parte seconda) – Carmilla on line ®


Su CarmillaOnLine la seconda puntata dedicata a chi ha dimenticato – o non sa – cosa vuol dire non aver più l’art. 18 a tutela del proprio posto di lavoro. Qui la prima puntata e sotto, un estratto:

Le lotte del ’49 non riuscirono però ad ottenere il divieto di disdetta del rapporto di lavoro senza giusta causa, uno dei principali obiettivi dello sciopero. La Confagricoltura alzò un muro contro questa rivendicazione, perché “lesiva del buon andamento della conduzione agricola, oltre che per il normale e proficuo esercizio del diritto di proprietà9. L’organizzazione datoriale era ben spalleggiata: “La scelta compiuta dalla Dc, dal governo e dalla Cisl contraria alla introduzione del principio della giusta causa fu una delle ragioni essenziali della conclusione non positiva di quelle lotte”.

Il 1949 fu un anno duro anche per gli operai delle città. In luglio a Bologna riapri i battenti la Leonardi Inchiostri. Aveva chiuso in aprile assieme alla Farmac e alla Baroncini, come ritorsione dopo le agitazioni per il rinnovo del contratto dei lavoratori chimici. Ma se per le altre due aziende si era trattato di una serrata temporanea, la Leonardi aveva proclamato la cessazione delle attività, licenziando tutte le maestranze. Tre mesi dopo invece riapriva con nuovo personale preso dall’ufficio di collocamento.

Era un’operazione sporchissima, avvallata palesemente dall’Ufficio Provinciale del Lavoro che aveva agito ignorando l’obbligo di precedenza nella riassunzione per i lavoratori licenziati. Il tutto alla faccia della riforma del collocamento appena varata, che normava l’accesso al lavoro ispirandosi a principi di equità.

Dal giorno della chiusura, per otto mesi i lavoratori della Leonardi si mobilitarono, appoggiati dall’intera popolazione della zona Casaralta. Ricevettero dai compagni delle altre fabbriche solidarietà e aiuto materiale, affrontarono il reparto carabinieri del capitano Bianco, famoso per l’uso dei fucili come clave. Ma sulle riassunzioni non la spuntarono.

È questo che si vuole ripristinare. Il costo del lavoro è un pesante handicap per chi vuole arricchirsi senza scrupoli, meglio tornare allo schiavismo dell’epoca antica.

Diario inedito | Lankelot


Su Lankelot un interessante post che verte su De Sade, il suo diario di prigionia.

“Il 17 Madame di ritorno da Pechino inzucchera un po’ a Mosè la faccenda delle sue favole. Si segnala il 4 e il 3 (vedere il significato)” (pag. 35).

Una frase apparentemente insensata come questa riassume forse tutta la disperazione e le manie con cui il terribile marchese De Sade convive a pochi anni dalla sua morte, quando si trovava rinchiuso per oscenità in un manicomio nel quale non sarebbe sopravvissuto. Le guardie spesso entravano nella sua stanza e sequestravano i suoi quaderni, li leggevano, si disgustavano, lo schernivano. Perché l’ordine era preciso: quel mostro non doveva scrivere. Per un periodo gli furono negati carta e inchiostro, e non appena gli furono nuovamente concessi, pur di non venire ancora privato dell’istinto naturale della letteratura, il Journal del marchese assunse questa forma: un rebus continuo, con nomi fittizi, città fasulle, parolacce mai scritte per intero, simboli matematici per indicare l’atto sessuale – che ricorre, comunque, assai di rado. Il lussurioso, il vecchio perverso sembra essere scomparso e la grafia frettolosa denuncia il suo bisogno di scrivere, si accompagna ad annotazioni spesso futili, paranoiche, qualche volta al limite della pazzia. Mosè, per esempio, ricorre spesso. E Mosè è lo stesso marchese, che scrive sapendo che da un momento all’altro la polizia potrebbe sequestrare le sue nuove carte, con la scusa dell’oscenità. Quindi depista, elenca, suggerisce indizi indecifrabili. Tuttavia questi abbozzi, fissazioni di un vecchio ribelle addomesticato piuttosto che di un pensatore graffiante, delineano man mano, pur nella loro forma ridondante di numeri e dettagli insignificanti, un universo terribile e angusto, con una scala di personaggi ben definiti che purtroppo talvolta si sovrappongono, ma che danno un’idea verosimile degli ultimi giorni dello scrittore. Un luogo a metà fra il manicomio (le cantine con i corpi dei degenti ammassati sul fieno tra muffa e sterco) e l’ospizio (i piani più alti dove si trovano anziani inquilini, tra cui il marchese) dove vigono regole ferree che tendono ad asprirsi col cambio di direttore dello stabile. “Mosè”, vecchio e obeso, è sorvegliato costantemente, può ricevere visite ma raramente passeggiare in giardino (giusto il primo periodo). Il filosofo del Male, figlio dell’Illuminismo, che ha dichiarato guerra a dio in difesa del raziocinio e del piacere della vita terrena si focalizza su un non bene definito complotto ai suoi danni che riesce a decifrare tramite appunto i numeri e le cifre che ricorrono giornalmente nei suoi incontri, nelle lettere o nel numero di volte che la cameriera entra per rifare la stanza. Come una valanga abbonda un’inverosimile quantità di cifre, che utilizza perfino per indicare i mesi del suo taccuino (non “ottobre” ma “8bre” e così via).
Ho letto la sua biografia, notevole nell’evidenziare come egli sia stato perseguitato per delle pulsioni che oggi, grazie soprattutto a lui, non devono essere perseguitate, ma l’effetto che questo pioniere ha sperimentato su se stesso è stato devastante.
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