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In libreria IL GALLO ROSSO, un saggio di Valerio Evangelisti


Dal blog di Valerio Evangelisti la segnalazione di una riedizione di una sua vecchia opera saggistica, Il gallo rosso. Il sottotitolo recita: Precariato e conflitto di classe in Emilia-Romagna, 1990-1980, ed è una spiegazione che diventa assai palese leggendo tutto il post di Valerio, che abbraccia i suoi percorsi artistici successivi, che acquisiscono così ancor più senso.

Non ho potuto fare a meno di riproporre integralmente il testo; leggetelo, ne vale la pena:

Il presente testo riproduce, con leggere correzioni, quello delle prime due parti di un volume pubblicato nel 1982 presso Marsilio editori: Il galletto rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia-Romagna, 1880-1980. Manca una terza parte, firmata da Salvatore Sechi. Nata come introduzione, riguardava l’appropriarsi, da parte del PCI del secondo dopoguerra, delle forme d’azione che avevano caratterizzato il socialismo riformista dei primi del ‘900. Toccava dunque una tematica assai differente da quella da me trattata, tutta incentrata sul proletariato precario emiliano-romagnolo, sui suoi comportamenti e sulla centralità nello scontro sociale che conquistò, in alcuni momenti della sua vicenda novecentesca.

Perché riesumare questo libro, più di trent’anni dopo? Il primo motivo si collega al mio percorso personale. Ho esordito come aspirante storico accademico, ma poi sono divenuto romanziere. Il secondo volume dell’ultima opera narrativa in cui sono impegnato, Il Sole dell’Avvenire, si intitola Chi ha del ferro ha del pane. Tratta delle lotte contadine e bracciantili emiliano-romagnole nel primo ventennio del secolo scorso. Viste dal basso, senza dare troppo credito alle proiezioni politiche.

Per chi sospetti che io mi inventi qualcosa, il presente libro è la risposta. Alla base delle vicende che racconto nel romanzo c’è un lavoro di ricerca non banale, abbastanza insolito in un narratore. Spero (ma forse mi illudo) che ciò mi sia riconosciuto, al di là dei giudizi estetici.

Il secondo motivo è facilmente intuibile. Il precariato si è dilatato, nell’ultimo decennio, in misura impressionante. Ancora si dilaterà, presumo, visto che manca la volontà politica di riassorbirlo, e che chi dichiara di averla si sforza, al di là delle affermazioni pubbliche, di estenderlo ai lavoratori ancora tutelati. Magari chiamandolo “flessibilità”, con uno spudorato cambiamento del nome che lascia intatta la sostanza.

È chiaro che il precariato odierno ha poco in comune con quello del passato remoto. È frutto del trionfo di forze e ideologie conservatrici decise a superare le crisi economiche tramite l’assoggettamento totale delle classi subalterne (con la riduzione del costo del lavoro, la contrazione di quel salario indiretto che sono i servizi pubblici, il depotenziamento delle organizzazioni operaie, la fine della contrattazione collettiva), e dello sgretolamento anche morale di chi dovrebbe opporsi al progetto. L’ideologia neoliberista permea ognuna delle parti politiche in competizione, e molto spesso è proprio la “sinistra” a dirigere il piano di precarizzazione globale.

Malgrado la diversità del quadro, credo utile riproporre, al lettore dei giorni nostri, due momenti storici in cui il proletariato precario italiano seppe emergere a soggetto importante, se non centrale, dell’antagonismo di classe. Quella degli anni 1880-1920 fu una lunga, paziente costruzione che portò a modifiche importanti nei rapporti di forza. Affidata a forme di organizzazione territoriale (non solo le leghe di resistenza, ma anche le cooperative “pure” e socialisteggianti, le case del popolo, i comuni “rossi”, gli uffici sindacali di collocamento) che avevano l’occupazione dei lavoratori saltuari e la nobilitazione della loro quotidianità, attraverso l’emancipazione culturale e la crescita politica, quale scopo precipuo.

1 commento»

  pykmil wrote @

L’ha ribloggato su The Connective World.

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