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Confesso che ho indagato | Lankelot


Su Lankelot una bella recensione al libro di Michele Giuttari, Confesso che ho indagato, relativo alle sue inchiesta sul mostro di Firenze. Appassionanti le trame occulte scoperte da Michele, tanto da lasciar sbigottiti eppure assolutamente sicuri che non è tutta fantasia. Del resto, sono atti delle indagini…

Molto di quanto l’autore racconta nel libro l’avevamo già letto in “Compagni di sangue” (scritto insieme a Carlo Lucarelli e pubblicato per la prima volta nel 1998), ma ancora una volta si rimane sconcertati dall’approssimazione delle indagini condotte prima dell’arrivo di Giuttari a Firenze. Come si rimane sconcertati dall’ostinazione dei media e dei complottisti nel sostenere la tesi del serial killer solitario e della cosiddetta “pista sarda”. Tutte ipotesi che tutt’ora godono di buona stampa e che il commissario, forte del sostegno di Pierluigi Vigna, respingerà sempre con forza; mentre invece, grazie ad una riconsiderazione delle prove e di indizi fino ad ora trascurati, sulla scena del crimine appariva sempre più probabile non soltanto la presenza di una manovalanza criminale, identificabile con un gruppo di assassini seriali, violenti e sessualmente disturbati, ma anche l’esistenza di un secondo livello, quello del mandante o dei mandanti. Fu infatti Giuttari a riproporre la tesi –  peraltro già avanzata a seguito di perizie medico legali –  che Pacciani non poteva aver fatto tutto da solo e a sospettare che anche “i compagni di merende”, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, altro non fossero che burattini, assoldati per ottenere i macabri feticci, manovrati da una regia oscura che aveva molto a che fare con esoterismo, sette e satanismo. In merito le ingenti somme possedute da Pacciani e Vanni – un contadino e un ex postino – mai giustificate, parecchi sospetti li procurarono, anche se pochi lo ricordano: “Scopriamo infatti che Pacciani è proprietario di due case […] Le ha acquistate entrambe con denaro contante […] Non solo, nel mese di dicembre 1982 aveva acquistato una Ford Fiesta 9000 pagandola sempre in contanti 6 milioni di lire. Troppi Beni! Troppo contante! E guarda caso negli anni dei delitti […] Mi torna in mente la dichiarazione di Lotti secondo cui un dottore pagava Pacciani per ottenere i feticci delle povere vittime” (pp. 266). Il “dottore”, come sappiamo dalle indagini fu individuato nel medico perugino Narducci, apparentemente morto suicida, la cui vicenda viene ricordata per lo scambio dei cadaveri e per un contesto particolarmente inquietante: “Massimo Spagnoli, fratello del suocero di Narducci, dichiara di aver insistito inutilmente in quei giorni con il fratello perchè fosse eseguita l’autopsia. Poi aveva appreso che c’era stato un inguacchio massonico. La moglie gli aveva infatti spiegato che Ugo Narducci, padre del defunto, si era rivolto ad Augusto De Megni, che a sua volta aveva interpellato il questore Trio, anche lui massone, che si era dato da fare per chiudere in fretta gli accertamenti senza che fosse effettuata l’autopsia e per far considerare la morte accidentale o come suicidio. All’epoca si era molto parlato del fatto che Ugo Narducci non aveva voluto l’autopsia per coprire il coinvolgimento del figlio in una storia terribile avvenuta a Firenze dove si diceva fosse stato scoperto in un appartamento tenuto in locazione da Francesco un repertorio di boccette con resti di cadavere. Poi tutto questo fu collegato ai delitti del cosiddetto Mostro di Firenze” (pp. 311). Anche le dichiarazioni sibilline dell’avvocato Fioravanti, ex legale di Pacciani tutt’ora trincerato dietro il segreto professionale, non risultano rassicuranti: “Oggi sono sicuro, rivedendo tutto in maniera retrospettiva, che le indagini sulla morte del Narducci furono bloccate dall’alto sia a Firenze sia a Perugia, a Firenze forse anche per un intervento esterno” (pp. 314).

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