HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per agosto 25, 2015

Flusso che non mi appartiene


Ho disperso le parole sulle sponde interne del mio scenario, quando raccolgo i deliri che fuoriescono dalla mia personalità esterna desidero soltanto che io sia fuoriuscito dal carapace e mostrato eviscerato, inserito in un flusso che non mi appartiene.

Deflagrare


Deflagro sulle istantanee di un rumore alieno, portandomi oltre le rive prosciugate del canale di scolo dimensionale per poter poi, alla fine, dimostrare l’angoscia incarnata.

Una Tomba per gli alieni: Qualcosa come soffocare per sempre.


Dal blog di LeoBulero/UduvicioAtanagi un post che non posso non condividere integralmente, in cui risalta la crudezza tagliente di uno stato d’animo ferito, sensibile, che fugge nella tundra notturna.

Su questa nave c’è un’immensa solitudine,
A un certo punto mi hanno fatto tirare fuori delle cose che nascondevo dentro, le avevo nadcoste bene ma nel buio si erano come illuminate allora ho mostrato tutti i miei punti deboli e adesso non riesco più a rimetterli dentro.
Certe volte ululiamo alla luna con la bava alla bocca per poi provare ad appoggiarci dove prima c’era qualcosa di caldo e adesso c’è il vuoto e nell’istante dell’appiglio rimane solo una specie di frana.
Dopo poco sei a terra con le labbra spaccate.
Il sapore del sangue è dolce e sa di metallo, le lacrime sono salate e ricordano il mare, però un mare scuro, un mare illuminato dal pallore di una luna irreale, una specie di luna che appartiene ad una dimensione di sogno piena di streghe e licantropi, fatta di preghiere sussurrate e linee di sale su tutte le soglie per non fare entrare gli spiriti maligni.
Nell’ultima macelleria della galassia ci sono esposte delle mucche di razza chianina, i loro corpi sono appessi a delle strutture metalliche, i loro corpi sono immensi, sproporzionati, alcune sono adulte altri sono immensi vitelli, gli occhi sono gonfi, sembrano uscirgli dalle orbite.
Rimango a fissarne una, deve avere pochissimi giorni, sul muso c’è un’espressione di orrore e paura, una disperazione profonda, qualcosa di feroce, qualcosa come una fuga impossibile, qualcosa come soffocare per sempre.

Petroglyphomat, messages on stones | Neural


[Letto su Neural.it]

La consistenza effimera della nostre comunicazioni quotidiane e ha probabilmente ispirato Lorenz Potthast a costruire “Petroglyphomat”, una sorta di fresatrice rudimentale che può “disegnare” forando materiali resistenti di diversa natura, guidata da una matrice di pixel predefiniti. Petroglyphomat nasce infatti con lo scopo ben preciso di creare un canale di comunicazione con il futuro, come l’autore stesso argomenta nel libro di formulazione teorica che accompagna l’opera. Trasportabile facilmente come un semplice zaino, Petroglyphomat funziona in modo molto semplice: dopo averlo fissato in verticale sulla parete desiderata, è possibile scegliere un’icona dallo schermo incorporato e avviare, tramite un controller Arduino, la fase di “scrittura” su pietra, trasformando simboli iconografici digitali in moderne incisioni rupestri. Le location ideali per tali incisioni sono secondo l’autore quei luoghi che hanno dimostrato o promettono resistenza nei secoli, come per esempio grandi costruzioni o monumenti del passato. I simboli utilizzati sono stati scelti perché hanno il potenziale per essere compresi al di là del contesto della loro presente significazione linguistica, come per esempio il simbolo di una mail o la sagoma di una mano. Così scolpite, le icone della nostra modernità si consegnano al futuro incastrate nella secolare immutabile fisicità della pietra, come un rassicurante tassello di imperitura memoria a dispetto delle dematerializzate complessità comunicative della nostra contemporaneità.

Concerto dei Laibach in Corea del Nord | NAZIONE OSCURA CAOTICA


[Letto su NazioneOscura‘s blog]

I Laibach sono un gruppo sloveno legato alla scena industrial che spaziano i generi tra il neofolk, l’industrial e il musical.
Sono la prima band occidentale ad aver calcato i palcoscenici della Corea del Nord. Il 18 agosto 2015 hanno riempito il Panghwa Arts Theatre, a Pyongyang, in un evento seguito da 1.500 spettatori. “Tutti sono rimasti seduti ai loro posti per tutto il tempo e non ci sono stati applausi o cori, ma è la norma ai concerti qui”, ha detto Simon Cockerell, il general manager della Koryo Tours.
Ma la loro caratteristica principale è quella di essere fraintesi, a partire dal genere: molti giornalisti hanno definito la loro musica rock, industrial-metal, hip hop (e vi consiglierei di cercare tra le varie testate a chi la spara più grossa), ma questo è nulla in confronto alla loro attidutine e ai messaggi delle loro canzoni. Alcuni (mica sconosciuti, parlo delll’ANSA) sono certi che siano “famosi anche per le loro performance con uniformi militari e simboli autoritari che toccano temi che richiamano socialismo e marxismo” (e questo giustificherebbe la loro presenza in Corea del Nord), per altri hanno un’immagine ambigua, con venature di nazionalismo, tanto che alcuni l’accusano di essere fascista.
Prima erano fascisti, ora sono comunisti. Tutto qua.
Nessuno che faccia un’analisi semiotica, sul linguaggio delle dittature, dei regimi e dei media di massa, o sulla visione politico-storica della Slovena, Paese a cavallo tra la mitteleuropa tedescofona e i Balcani polveriera d’Europa in due guerre nonché porta d’accesso di flussi migratori anche in questi giorni.
Se si andassero a leggere i testi di una discografia estesa ma non sterminata, capirebbero che la critica è estesa in tutte le direzioni, dalle dittature, al “regime” degli Stati Uniti, al Vaticano.

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