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Archivio per febbraio 16, 2016

I giorni perduti: il brevissimo, struggente racconto di Dino Buzzati | Kipple Officina Libraria


Dino Buzzati

Su KippleBlog un bellissimo racconto flash di Dino Buzzati che, devo dire, mi ha devastato l’anima. I giorni perduti; eccolo qui sotto:

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta e caricava la cassa su di un camion.
Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.
Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel dirupo che era colmo di migliaia e migliaia di altre cassi uguali.
Si avvicinò all’uomo e gli chiese: –Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?
Quello lo guardò è sorrise: –Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni.
– Che giorni?
– I giorni tuoi.
– I miei giorni?
– I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?
Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.
C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se n’andava per sempre. E lui neppure la chiamava.
Ne aprì un secondo e c’era dentro una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.
Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino, che lo aspettava da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.
Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.
– Signore! – gridò Kazirra. – Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.
Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

La spirale del capitalismo – Carmilla on line ®


Sul Capitalismo. Da CarmillaOnLine. Da imparare a memoria…

La figura geometrica che rappresenta meglio lo sviluppo del modo di produzione capitalistico è la spirale: una sequenza di cerchi che si allargano e collassano ciclicamente, per riprendere poi il proprio movimento da un nuovo punto d’inizio. Domenico Moro, nel saggio Globalizzazione e decadenza industriale, illustra con chiarezza la causa di tali movimenti, sia sul piano alto e modellistico della critica dell’economia politica marxiana, che su quello empirico delle cronache economiche e politiche contemporanee.

Uno dei temi principali del libro riguarda la perdita di capacità produttiva subita dall’Italia. Nel periodo 2007-2014 nel nostro paese gli investimenti fissi lordi in valore reale sono diminuiti del 30,4% a fronte del 12,3% nell’Unione europea. Ciò tuttavia non va considerato un fallimento del sistema, mera decadenza industriale, ma una “riorganizzazione complessiva dell’economia e della struttura delle imprese italiane, in quanto necessario adattamento alla nuova fase di accumulazione caratterizzata dalla globalizzazione e dallo stato endemico di sovrapproduzione in cui versa il capitale.” In sostanza, le perdite dell’Italia non sono frutto di scelte sbagliate di avidi operatori economici, né dell’inefficienza e corruzione di un ceto politico-amministrativo che avrebbe impedito l’adeguamento del paese al nuovo contesto internazionale. Il rallentamento economico del nostro paese rispetto ad altre zone industrializzate è il risultato dell’applicazione profonda e tempestiva di strategie neoliberiste utili a contrastare la caduta del saggio di profitto che misura il ritorno del capitale investito.

Bureau d’Etudes – An Atlas of Agenda’s: Mapping the Power, Mapping the Commons | Neural


[Letto su Neural.it]

Le mappe di Bureau d’Etudes sono state riconosciute non solo come opere d’arte affascinanti ma anche come specchi di sistemi di potere che sono stati svelati attraverso un utilizzo intelligente e consapevole delle reti. Questo libro – opportunamente definito come un “atlante” – è una sistematica accumulazione e riproduzione di queste mappe che adeguatamente documenta l’inimitabile approccio del collettivo. Bureau d’Etudes ha contribuito a definire un significato diverso per “info-grafica” infondendo un atteggiamento squisitamente politico. Le loro mappe incidono profondamente sulla realtà e il concetto di info-grafica sviluppato in esse descrive “relazioni pericolose”, dove il rapporto crea nuovi significati. Il valore di questi rapporti di potere viene quindi quantificato attraverso il design, che è materia di ri-appropriazione e si trasforma in uno strumento politico puro. Infatti, la semiotica di queste mappe innesca la possibilità di riprogrammare la percezione dei sistemi di alimentazione, attraverso un attentamente controllato e informato modello. Il libro è davvero ben progettato e funzionale, allo scopo di risolvere brillantemente i limiti strutturali di questo tipo di lavoro. Per esempio è fornito di una scheda di plastica che funge da lente di ingrandimento per esplorare i dettagli essenziali delle mappe accuratamente progettate (a volte anche piegate in diagrammi), insieme a un lungo indice di nomi che alla fine del libro aiuta i lettori a trovare rapidamente soggetti rilevanti nascosti nei dettagli. Dopo più di un decennio le estetiche di Bureau d’Etudes possono essere considerate un paradigma e in questo senso Brian Holmes – che lavora a stretto contatto con il gruppo – definisce le mappe come “schizzi di lavoro per cosmologie di liberazione”.

Esce Sex and the Zombie, di Stefano Fantelli, per l’etichetta k_noir di Kipple Officina Libraria | Kipple Officina Libraria


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Libraria inaugura il 2016 con una produzione della collana k_noir, l’esperimento uppercovereditoriale volto al nuovo noir diretto da Alessandro Manzetti: è una raccolta di racconti di Stefano Fantelli, conosciuto anche come El Brujo, che presentiamo con orgoglio, dal titolo Sex and the Zombie, un germogliare di idee ed emozioni disturbanti che si dispiegano attraverso otto visioni distorte, da spezzare il fiato. La copertina è di George Cotronis.

Sinossi

In un universo cupo, di apparente banale quotidianità, l’estasi e la paura trovano insospettabili punti di contatto in questi otto testi (sette racconti e una poesia) dalle atmosfere dark, filtrati da un tono grottesco e surreale, in cui il mistero si mescola alla sensualità e la perversione sconfina nell’ironia. Storie di uomini innamorati di pallidi e ambigui personaggi femminili, di ragazze dolcissime e sadiche al contempo, sempre in qualche modo mostruose e morte: creature dal fascino irresistibile. Ce le raccontano i protagonisti che, interdetti da quella luminosa oscurità, vanno a spiaccicarsi come falene contro la luce che li attrae. E in agguato, sullo sfondo, si affiancano la musica e la dimensione onirica. Otto finestre spalancate su fulminanti invenzioni narrative, otto viaggi nei meandri più bui e perversi dell’ossessione amorosa, otto visioni sulle profondità più oscure della passione e dell’animo umano che conducono il lettore in un mondo inquietante, dove il terrore nasce dall’eros e dalle sue deviazioni, dove l’imprevisto conduce inevitabilmente allo shock.
L’Emilia-Romagna, in cui sono ambientate queste storie, è tenebrosa e solare al tempo stesso, come le pellicole di Pupi Avati, in cui la campagna emiliana e la riviera romagnola, apparentemente distanti anni luce dal fantastico e dall’oscurità, si rivelano come un malsano ricettacolo del Male. Perché il Male non si cela dentro chiese più o meno sconsacrate, nelle lugubri lande nordiche o tra gli anfratti di tetre selve americane, lo si può trovare sepolto anche nelle case intrise d’umidità della foce padana.

Estratto

Capendo che qualcosa non andava, Alex sfilò il cazzo dalla gola di Marianna. Appena in tempo, perché un attimo dopo la testa di Marianna si schiantò contro la parete scrostata dello stanzone (l’umido della costa non perdona) in un’esplosione di denti, sangue e occhi. Uno degli occhi di Marianna schizzò via e cadde in un vecchio bicchiere impolverato. La musica delle giostre proveniva dal parco vicino, ma sembrava arrivare da un altro universo. La targa all’esterno dell’edificio, in stato di totale degrado e abbandono dagli anni ‘70, recitava “Colonia Marina per la Gioventù Italiana del Littorio, Anno XV (1937)”. Non vi era però scritto che quella struttura era stata finanziata dai nazisti per nascondervi un laboratorio segreto di ricerca medica, nel quale ottantasei bambini furono sottoposti ad atroci esperimenti durante i diciassette anni di attività della macabra struttura (un dottore nazista arrestato in Brasile, qualche anno dopo, disse che tutto sommato non erano poi molte le vittime, considerando un arco di tempo del genere).
La mascella di Marianna, svitata, adesso sembrava deridere Alex, giudicarlo in qualche modo. Il cazzo di Alex rimase turgido ancora per alcuni istanti, segnava l’orario della morte della sua ragazza come l’asta di una meridiana colpita dalla luce della torcia. Poi le ossa di Marianna iniziarono a scricchiolare e a spezzarsi, nel buio. Le sue costole, oscene, quasi una scultura, non più nascoste dal fragile involucro di carne e pelle umana, puntavano le loro aguzze estremità accusatrici verso Alex. Sembravano chiedergli: “quanto può costare un pompino in una colonia abbandonata?”. Fu allora che l’Essere, emergendo dall’ombra, affondò le braccia lunghe e sottili nel ventre di Marianna per dare un’esultante rimescolata alle sue viscere.

L’Autore

Stefano Fantelli, autore horror e splatterpunk, ha pubblicato le raccolte di racconti Alla fine della notte (Mobydick, 2003), Dark Circus (Cut Up Publishing, 2009), Io sono il Brujo: Confessioni di uno stregone (Mezzotints, 2013), Mutazioni (con Michael Laimo, Nero Press, 2014), Alla fine della notte: Perverted version (EUS, 2015), le graphic novel El Brujo Grand Hotel (Cut Up Publishing, 2010) e Zombie Paradise (EUS, 2015), i romanzi Strane Ferite (Cut Up Publishing, 2012) e Paura del Brujo: Diario di un cacciatore di fate (Cut Up Publishing, 2015), e con Peter Straub, Caleb Battiago e Paolo Di Orazio, Mar Dulce – Acqua. Amore. Morte (Cut Up Publishing, 2016). In inglese, con Alessandro Manzetti, la raccolta Stockholm Syndrome (Kipple, 2015).
Come sceneggiatore lavora per le serie a fumetti The Cannibal Family (di cui è anche co-creatore), Blood Brothers, La Iena, Denti, Thanks For The Zombies e per la nuova serie della rivista horror cult Splatter.
Il suo testo teatrale Morte e 9 euro e 20, una commedia macabra e dark, è stata messa in scena a Roma per la regia di Katia La Galante. Ha firmato la prefazione della Guida ai migliori (e peggiori) fumetti horror made in Italy di Daniele Francardi (EUS, 2015). È Active Member della Horror Writers Association.
Non si sa nulla di ciò che tiene seppellito in giardino.

La collana K_Noir

k_noir è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata alle contaminazioni noir e alle sue mutazioni, ai furori che esplorano i confini della narrativa più esasperatamente umana e, contemporaneamente, più disumana che esista

Stefano Fantelli – Sex and the Zombie
Copertina di George Cotronis

Kipple Officina Libraria – Collana k_noir – Pag. 50 – 1.95 €
Formato ePub e Mobi – ISBN 978-88-98953-44-8

Link

Pinhole Cinema, man and the static camera | Neural


[Letto su Neural.it]

Cosa aspettarsi se potessimo vedere il mondo come attraverso una camera oscura? Certamente potremmo avere su di esso una prospettiva visuale differente e quindi una diversa percezione dello spazio. “Pinhole Cinema” dei nipponici Fuwarilab offre un metodo a buon mercato per fare esperienza dell’essere in una camera oscura senza dover effettivamente entrare in una reale. L’opera istruisce i partecipanti a costruire il proprio “casco” di cartone suggerendo un strategicamente piazzato piccolo buco posizionato nella parte anteriore. Attraverso di esso una visione capovolta della realtà è otticamente resa in una prospettiva a specchio. Essendo in assoluto tempo reale questo trasforma la visione, con gli utenti che perdono tutte le coordinate ordinarie, ma anche – ovviamente – rivelando le relazioni tra spazi, visti in maniera differente attraverso il particolare headset. Si tratta di un cambiamento radicale di prospettiva, imitando uno dei concetti più antichi della mediazione di immagini (proiettate quanto a lungo ci auguriamo di fronte ai nostri occhi). Quello che succede è che scegliamo di essere “dentro” questo dispositivo, costringendo i nostri sensi ad adattarsi ed usufruire di nuove concatenazioni.

Strani giorni: Praticare la notte – Ksenja Laginja


Sul blog di EttoreFobo una bella recensione alla silloge di Ksenja Laginja, Praticare la notte, uscita sul finire del 2015 per i tipi di Ladolfi Editore. La profondità dell’opera di Laginja è un territorio estremo di intimità, abissi di un vivere urgentemente sentito, brandelli di istanti interiori in cui la particolarità umana si riflette e fiorisce oscura, cremosa, elitaria nelle sue domande esistenziali. Un brano della rece:

In poesia decisivo è il silenzio. Decisivo per il poeta, perché il silenzio è laddove germina la parola poetica; decisivo per il lettore che, per rendere possibile l’ascolto, deve fare silenzio e vuoto dentro di sé.

Così in questa raccolta di Ksenja Laginja, Praticare la notte, edita nel novembre 2015 da Giuliano Ladolfi Editore e introdotta da Gianni Priano, si esplora – con una scrittura di grande duttilità e morbidezza, fatta di versi rapidi e rapiti – una dimensione in cui il silenzio è raccontato come una sfida alle possibilità delle parole, loro limite, ma anche loro vertigine d’impensabile, loro fondamento, loro origine, loro abisso.

Infatti, giacché “di silenzi non si muore/ ci si riempie”, questa emozionante conclusione di una delle poesie della raccolta c’induce a pensare il silenzio non come vuoto, di parole, di senso, di orizzonte comunicativo, ma come luogo originario in cui la parola stessa è resa possibile, il luogo in cui la parola può nascere e svilupparsi. Silenzio non solo come mancanza, dunque, ma come nutrimento da cui la parola prende la forza per esistere, humus in cui germoglia e infine sboccia nel canto.

Questa parola è fondata anche sulla tenebra, spazio questo di un’intimità con il mistero, capace come il silenzio di definire il nostro essere: “dove il silenzio ci definisce/ e con esso, il buio.” “

“Praticare la notte” è un dunque “atto di fede”, modellare la buia sostanza di cui siamo fatti nel profondo, dove quasi non giunge la luce della coscienza, essere in intimità con la nostra ombra, privilegiare ciò che è fragile e buio, lo yin, il femminile, il lunare, ma anche il terrestre.

Alessandro Rolfini

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There was a vision…

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Giacomo Ferraiuolo

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Versi di Mauro De Candia e influenze varie

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Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti

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