HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per marzo 15, 2016

Bolle da ricovero


Ne ricevo continue essenze, continue restrizioni e poi mi rivelo sulla pelle subitanee bolle da ricovero, lasciandomi dentro il contrasto esteso ed estatico.

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L’asporto


Ecco il tormento farsi liquidità matematica, distribuirsi su saliscendi mnemonici ricchi di fenomeni da asporto.

Cornice incarnata


Distrutti nella circospezione inserita nel continuum, gli ologrammi da ricordo si specchiavano nella consueta cornice incarnata mortificante.

Contrasti


Sono distese di piccole perfezioni misteriche quelle che si aprono ai ricordi materici, perfezioni appena idealizzate di un contrasto ridefinito.

Strani giorni: Leggenda


Su StraniGiorni la recensione ragionata ed empatica di Ettore Fobo a Lazarus, l’ultimo lavoro di David Bowie. La copioincollo qui sotto, da brivido:

David Bowie. Lazarus. Chapeau davanti a uno capace di trasformare in spettacolo, in evento artistico, anche la propria morte. Alla faccia dell’industria, si lascia consumare per l’ultima volta, diventa la voce di quella stella nera che ci segue dalla nascita, trasforma la sua agonia privata in fatto teatrale, musicale, poetico.

Ci racconta la vulnerabilità del corpo esposto alla malattia, rende teatro allucinato il furto che la morte compie. Operazione di autenticità da parte di colui il quale sempre ha raccontato la necessità della simulazione, il gioco del mascheramento, qui ribadito dalla benda che indossa.

Così diventa figura di un mito antico, orfico forse, che non mette in discussione anzi rafforza la dimensione contemporanea, quasi post umana, che egli ha sempre incarnato: modernità algida, androgina, extraterrestre, profondamente ambigua nel maquillage cosmico e stregato.

Grazie a Bowie, scopriamo ancora una volta la nostra nudità davanti alla morte, il nostro antico terrore, la primordiale paura davanti all’annientamento. In attesa di ascoltare l’intero album, che dicono eccezionale, il video di Lazarus è un canto che viene direttamente da una consapevolezza che non può che essere fatale. E così Bowie ci mostra questo limbo, con la sicurezza dell’artista che, a cospetto della morte, già dentro la morte, non ha più nulla da perdere o da guadagnare.

È un commiato dalla vita straziante quello di Lazarus; nell’ultima scena si vede Bowie rientrare in un armadio e chiudersi dentro, scomparendo nel buio. Mimare la propria malattia, la propria morte, ancora una volta per esprimersi, anche davanti al buio.

Così Bowie indossa la sua ultima maschera, la più terribile, prima di deporre l’abito di scena, fare i suoi ultimi incantesimi, salutare e andarsene. Lo show continua, naturalmente, ma forse perde un po’ della sua aria di leggenda. L’industria acquista invece l’ingranaggio quasi mistico del mito. E ci camperà cent’anni. Su tutto sfolgora ancora lo sfarzo tagliente del sorriso di Bowie, diventato, da tempo ormai, spazio e segno dei tempi sempre più fantascientifici in cui viviamo.

anche-ombre

percorsi ombreggiati, riflessioni esauste, alcooliche, liberatorie

There was a vision…

… of an outstanding and individual concept, which would last for many years hence.

Giacomo Ferraiuolo

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