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Vero e verosimile, una riflessione | FantasyMagazine


Una riflessione, di Emanuele “Manex” Manco, sul concetto di vero e verosimile applicato alla letteratura e, in particolare, al genere Fantastico. Su FantasyMagazine; un estratto:

Sulla credibilità di quanto si scrive si sono interrogati tanti scrittori e critici. Luigi Pirandello non fu il primo a porsi questa domanda, ma è il primo di cui abbia letto la “risposta”. Egli nell’introduzione a il Fu Mattia Pascal racconta un fatto realmente avvenuto, e si domanda cosa accadrebbe se un disgraziato scrittor di commedie abbia la cattiva ispirazione di portare sulla scena un caso simile.

La risposta è che per quanto lo scrittore potrà ingegnarsi, la storia raccontata risulterà sempre inverosimile allo spettatore. La considerazione di Pirandello è che la vita, in quanto vera per definizione, non ha bisogno di essere verosimile, mentre l’Arte ha necessità d’essere verosimile per sembrare vera. Quindi accusare un prodotto artistico di essere assurdo e inverosimile in “nome della vita” è definito dall’autore siciliano “balordaggine”. E conclude In nome dell’arte, sì; in nome della vita, no

È una considerazione che apre il campo al concetto di coerenza in sé dei mondi inventati, che per sembrare veri devono essere rigorosamente concepiti, senza che l’autore cambi le regole del suo mondo in corso d’opera. Se viene rispettata questa regola, tutt’altro che semplice vedremo in seguito, lo scrittore ha più probabilità di coinvolgere il fruitore della sua opera, mediante un paradigma che è stato enunciato nel 1816 dal poeta e studioso critico dell’opera scespirana, Samuel Taylor Coleridge nel volume Biographia Literaria: la “sospensione dell’incredulità”.

Essa implica la volontà del lettore (o spettatore nel caso teatrale) di ignorare i propri sensi, la ragione che gli dice che sta fruendo di un’opera di fantasia, sospendendo il senso critico, accettando l’opera per “vera”. Lo spettatore sa che quanto sta vedendo o leggendo ha un senso nel mondo che l’autore ha costruito, e solo in quello. Idealmente autore e lettore si stringono la mano sottoscrivendo il “patto” per il quale finché dura la lettura del libro, o lo spettacolo è messo in scena, tutto quello a cui si assiste è vero. Al di fuori di quel mondo fittizio le regole sono altre e lo sanno entrambi.

Ma se invece un’opera è così ben riuscita che si arriva a una immedesimazione che porta a dimenticare quel confine, e ci porta ad aprire la bocca per lo stupore quando assistiamo a qualcosa di palesemente irreale? Succede che i nostri sensi assimilano ciò che è fantasia al mondo delle esperienze possibili. Il nome che è stato dato a questa esperienza è sense of wonder, ed è stato coniato per lo specifico del fantastico.

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