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Archivio per luglio 25, 2016

Sono fotogenico – Carmilla on line x


Su CarmillaOnLine il contributo settimanale di Alessandra Daniele: da quotare totalmente.

Barack Obama aveva promesso il Cambiamento.
Aveva promesso una migliore Sanità pubblica.
Negli USA si paga ancora per ricevere le cure più elementari. Si paga per essere assistite durante il parto, si paga per essere soccorsi dopo un incidente, un infarto, un’aggressione. Chi ha bisogno dell’ambulanza e non può permettersi di pagarla cerca di raggiungere l’ospedale con mezzi propri, rischiando di morire nel tragitto.
Barack Obama aveva promesso la chiusura di Guantanamo.
Otto anni dopo, Guantanamo è ancora in piena attività. I detenuti non hanno né i diritti dei civili, né quelli della Convenzione di Ginevra. Spariscono definitivamente in un buco nero del Diritto Internazionale.
Dopo aver vinto il premio Nobel per la Pace sulla fiducia, Barack Obama ha proseguito le campagne neocoloniali dei suoi predecessori, invasioni, occupazioni, bombardamenti, che hanno causato direttamente e/o indirettamente la distruzione di quattro stati sovrani, Libia, Siria, Afghanistan, e Iraq, lo sviluppo dell’ISIS, e allargato il teatro di guerra di fatto all’intero pianeta.
Siamo al punto che la notizia d’una decina di ragazzini morti ammazzati genera sollievo perché la strage non ha il marchio ISIS. È no logo.
Barack Obama aveva promesso il Cambiamento.
Il suo successore sarà peggiore.

Il primo presidente afroamericano chiude il suo mandato in un paese dilaniato dalla guerra civile tra polizia e afroamericani, uno smascheramento dell’ipocrisia intrinseca nella sua immagine solo apparentemente rivoluzionaria.
La scelta adesso è fra Hillary Clinton, talmente compromessa coi suoi sponsor che dovrebbe rilasciare le interviste davanti al tabellone coi marchi, e corresponsabile da Segretaria di Stato d’una politica estera non meno losca e sanguinaria di quella neocon, e il raccapricciante Donald Trump, l’unico che potrebbe portarla alla vittoria, che nel 2008 la sosteneva, e che oggi sembra quasi scelto apposta come orrido spauracchio nazistoide per spingere gli elettori nella direzione dell’ex first lady che persino metà dei Democratici detesta.
Alla fine però potrebbe succedere il contrario: disgustati dalla Clinton, gli elettori potrebbero rotolare verso Trump, nonostante la sua estrema somiglianza col Greg Stillson de La Zona Morta.
Tertium? Non datur.
Gli Stati Uniti pretendono di esportare la Democrazia.
È come se Cuneo pretendesse di esportare canguri.
Imprenditore “di successo” (cioè astuto bancarottiere) Trump ha un’immagine vincente, come lo fu in modo diverso quella di Obama, giovanile, elegante, spiritoso, fotogenico.
Sul piano dell’immagine, Hillary ha dalla sua parte soltanto l’appartenenza al genere femminile, cosa ritenuta da molti (immemori della Thatcher) progressista in sé, come lo fu l’essere afroamericano per Obama. Un cambiamento di facciata che ha prodotto nei fatti esattamente il contrario di ciò che prometteva.
L’immagine d’un futuro vertice fra USA, Gran Bretagna e Germania tutto al femminile verrebbe sicuramente venduta dai media come una rivoluzione, ma la sostanza non sarebbe che l’ennesimo accordo tra sfruttatori. Il tris di regine d’un mazzo truccato.
Se Hillary vincerà, alla faccia del limite dei due mandati ci toccherà un terzo mandato Clinton a ruoli solo formalmente invertiti, perché l’impressione è che in realtà sia sempre stata Hillary il cervello della banda.
Bill era fotogenico.
Se invece a vincere sarà Trump, la settima stagione di The Walking Dead verrà completamente surclassata dal telegiornale.
In ogni caso, la guerra continuerà.

Bestiario lovecraftiano – Ghatanothoa


Su HorrorMagazine continuano le puntate del bestiario lovecraftiano, ovvero della descrizione di ogni singolo componente del pantheon di HP Lovecraft. Questa volta parliamo di Ghatanothoa che, nella descrizione, appare come:

Grande Antico proveniente dal pianeta Yuggoth, vive intrappolato sotto il Monte Yaddith-Go che si eleva nel continente sommerso di Mu. Il continente perduto di Mu sembra essere situato tra la Nuova Zelanda e il Cile, nell’oceano Pacifico. Gli abitanti del luogo adoravano innumerevoli dei, tra questi i tre figli di Cthulhu: Ghatanothoa, Zoth-Ommong e Ythogtha che sprofondarono negli abissi insieme al continente.

Prima che Mu si inabissasse, i suoi abitanti tributavano al dio molti sacrifici, temendo che Ghatanothoa potesse lasciare la sua dimora per cercare prede tra gli umani se non fosse stato placato. Il suo aspetto è così orribile che chiunque lo veda, viene pietrificato e intrappolato in un bozzolo di pelle per l’eternità.

Lankenauta | Il Grande Dio Pan


Su Lankenauta la recensione ll’ultima edizione de Il Grande Dio Pan, di Arthur Machen, edizione arricchita di molti contributi critici. Un estratto:

Le parole di Michele Tetro in merito all’opera di Arthur Machen (“Guida alla Letteratura Horror, ed.Odoya”) le possiamo ricordare anche e soprattutto ad introduzione de “Il Grande Dio Pan”, forse il romanzo (breve) più noto dello scrittore britannico: “L’ambiente fatato del Galles, in cui venivano a fondersi miti e tradizioni pagane, celtiche e cristiane, parve operare per Machen come base di una ricerca, in principio decadente ed estetizzante votata alla scoperta di terrificanti altrove, oltre la fallace realtà percepita dai nostri sensi, celti alla comprensione umana, la cui intrusione nel nostro mondo, avvenuta la sconsideratezza di esperimenti scientifici o l’utilizzo di pratiche magiche, costituisce il peccato, l’essenza di un Male primievo e aberrante, veicolo di corruzione, degrado sessuale, violenza e morte” (pp.280).

L’orrore prende vita, infatti, nel laboratorio del dottor Raymond, un chirurgo che si dedica alla cosiddetta “medicina trascendentale” e che vuole testare un’operazione sulla sua figliastra diciassettenne, forse sua amante (“il dottore si curvò gentilmente a baciarla sulla bocca”): il fine è quello di svelare la realtà per quello che è, far vedere il mondo reale al di là delle barriere costruite dai sensi. Incurante delle sorti della giovanissima Mary, il chirurgo pratica una lesione mirata nel cervello della sua cavia e l’effetto è subito devastante: la ragazza si sveglia, osserva cosa la circonda e, inorridita, precipita in uno stato da cui non si riprenderà più. Lo certifica il dottore, gelido e distaccato: “E’ ormai un’idiota senza speranza. Non è stato possibile evitarlo: dopotutto ha visto il Gran Dio Pan” (pp.36). Un’operazione a cui ha assistito, incredulo e terrorizzato, il signor Clarke, che da tempo raccoglie informazioni su fatti inquietanti per poi raccoglierli in uno “Zibaldone sull’Esistenza del Demonio”. Anche se in questo caso il “demonio” poteva essere riconosciuto anche nelle vesti del cinico dottore, pervaso probabilmente un distorto spirito darwiniano: “Ritengo che la sua vita [ndr: della figliastra Mary] mi appartenga e di poterne fare l’uso più opportuno” (pp.31). Passano gli anni e giungono altre notizie che, pare, abbiano a che fare con quello sfortunato esperimento: una ragazzina di nome Helen Vaugham, di aspetto mediterraneo, quanto meno anomalo per quei luoghi, viene data in adozione ad una famiglia che vive in un villaggio gallese e, dopo poco, avvengono fatti inquietanti e letali; tutti avvalorati da testimonianze, accuse e voci di “pratiche innominabili”, e di un “uomo nudo” che vive nei boschi. Passano ancora gli anni e il signor Clarke, ancora segnato dall’esperienza vissuta nello studio del dottor Raymond, viene a conoscenza di un possibile legame tra la defunta Mary e quanto accaduto nel villaggio gallese. Quelle pratiche “innominabili”, forse pratiche orgiastiche, sembrano proseguire nella grande città londinese e, a farne le spese, sono gli uomini venuti in contatto con una donna di aspetto mediterraneo e di origini mai chiarite. Una sessualità probabilmente sfrenata, almeno da quanto riferito a mezza bocca, perversioni e chissà cos’altro, inducono al suicidio o alla disgrazia le persone venute in contatto con la misteriosa ed esotica signora Beaumont, o con colei che, sotto  altro nome, nasconde origini incomprensibili alla ragione. L’epilogo della vicenda, grazie al racconto – sempre reticente – di raccapriccianti mutazioni, svela solo in parte il mistero, lasciando intuire però cosa si cela dietro quel terrore atavico che annichilisce.

Proprio l’intuizione, il sottinteso diventa anche cifra stilistica del romanzo breve di Machen: le parole non descrivono esplicitamente il mondo del Grande Dio Pan e gli orrori scaturiti dalla commistione della dimensione pagana con quella normalmente conosciuta. Le intuizioni conseguono grazie ad un racconto “a scatole cinesi”, ovvero condotto valorizzando più punti di vista: per forza di cose niente che si mostri apertamente ma di sicuro ripetute allusioni ad un orrore indescrivibile. Allusioni, come leggiamo nella stessa prefazione dell’autore, che, inizialmente, furono ben poco apprezzate dalla critica letteraria del tempo, insieme ad altri temi che potevano toccare la sensibilità della società vittoriana: ad esempio affermazioni tipo “incubo incoerente di sesso” dalla seconda recensione del “Westminster”. Molto diversa l’opinione della critica successiva che, invece, ha apprezzato proprio la reticenza di Machen quale efficace strumento per tenere desta la curiosità e quindi l’attenzione del lettore. Una volta archiviati i condizionamenti moralistici del tempo, giustamente anche la critica più recente ha compreso il forte legame tra gli orrori pagani di Pan e gli effetti devastanti di una sessualità selvaggia che non conosce remore sociali e morali.

Abisso incarnato


Nel velo di un rosso crimisi mi specchio nell’abisso incarnato.

Esce DNAbyss, di Marco Raimondo per la collana Versi Guasti | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Libraria è lieta di presentare, nella collana VersiGuasti, DNAbyss di Marco Raimondo, un doloroso passaggio poetico verso la maturità di un’esistenza che è pura coverincarnazione e sofferenza interiore, uno stato vitale che martirizza ed esalta la vita stessa.

Qualunque cosa si voglia intendere per poesia, un elemento sembra essere imprescindibile: la poesia “significa”. La poesia è espressione di comunicazione attraverso cui il poeta, o se preferite il demone stesso della poesia, racconta, descrive e narra.
Spesso, anche nelle presentazioni precedenti ai volumi virtuali di questa collana, abbiamo osservato come il potere nascosto e segreto della parola poetica fosse quello di penetrare gli strati profondi della realtà e giungere a intuire, se non ad afferrare, panorami di significati altrimenti impossibili. Là, solo in quello spazio oltre il confine della nostra apparentemente solida quotidianità (che negli altri VersiGuasti abbiamo chiamato “Tempio nascosto”, “Futuro post atomico”, “Casoli”, ecc.), solo in quei luoghi che vivono a margine del nostro campo visivo si può scorgere, confusamente ma inequivocabilmente, un ulteriore senso, quasi un rumore bianco che lascia presagire l’altro/l’oltre.
La parola del poeta, carica di un potere quasi magico di significazione, porta a epifanie impossibili, aldilà di ogni ragionevolezza logica e condivisa. Non si fraintenda, la poesia non è lo strumento di un’indagine alternativa e ulteriore della realtà, non è microscopio di un laboratorio delle parole, essa è in sé azione creatrice; non è il coltello che squarcia la tela, è lo squarcio stesso. Taglio dentro cui si aggrovigliano connessioni, significati, sensi e realtà di cui non possiamo dire nulla di provato, ma di cui possiamo cantare forme e movenze in versi.

Dall’introduzione

Marco Raimondo, come un moderno empirista, sembra affermare che esiste solo ciò che è percepito, e ciò che egli percepisce, ciò che l’intera razza umana percepisce, è Dolore. E del Dolore si compone la natura della realtà.
Nella sua poetica il poeta perde ogni pudore dell’inganno, quel velo di Maya che nasconde, per rispetto, il letto del degente. Marco Raimondo prende la tenda di plastica che protegge il letto d’ospedale su cui giace l’Uomo e la scosta di quel tanto che basta per sentire la sofferenza, la disperata insensatezza, il tanfo putrido, la fine che si appresta. Senza ipocrisie il poeta afferma che quella tenda era tesa non per proteggere il paziente morente, ma per preservare noi stessi dalla verità che il malato porta con sé.
La verità è che ogni essere umano è, in quanto vivente, un essere morente, un essere sofferente, una biologia contaminata, dal e nel Dolore. Nessun consolamentum, neppure la Morte è conforto al Dolore perché la fine è solo un momento nel passaggio da vite a vite, da Dolore a Dolore. Catena ellittica che si ritorce su se stessa.

La quarta

Per Marco Raimondo nulla è da comprendere perché tutto è già maestosamente, enormemente, assolutamente presente. Ogni singolo grammo dell’intera realtà in cui lui, come poeta, e noi, come lettori, viviamo, è composto di un’unica sostanza. Quasi come quei filosofi presocratici della Scuola di Mileto che cercavano l’Elemento primo che costituiva il tutto, Marco Raimondo non fa altro che presentare al lettore ciò che per lui, poeta ed essere vivente, è banalmente naturale.
Ogni cosa è puro e semplice Dolore.
La poesia di Marco Raimondo è Essenza del Dolore. La poesia di Marco Raimondo fa male.

L’autore

Marco Raimondo nasce nel 1988 in provincia di Torino dove vive un’esistenza anonima e caratterizzata da una grave disabilità fisica; Ha frequentato prima Letteratura e poi Ingegneria Biomedica senza portare a termine gli studi.
Intellettualmente si muove lungo i confini di territori opposti: tra natura e tecnologia, tra logica scientifica e spiritualità; fortemente affascinato dalle contraddizioni dell’umano.
Un immaginario che fonde futuribile e arcaico, ispirato poeticamente dall’antico e dall’avanguardia; s’interessa di biotecnologia e dei lati oscuri del progresso, di nuove forme di comunicazione, studio e conservazione di antiche tradizioni Gnostiche e Dualiste.
Ha iniziato a scrivere, ferendo la poesia, alla fine della sua adolescenza in seguito al contatto con Avanguardie creative del XXI secolo, presto però abbandonate; Le sue prime poesie sono state pubblicate nella silloge connettivista Concetti spaziali, Oltre.

La collana VersiGuasti

VersiGuasti è la collana di Kipple Officina Libraria diretta da Alex “Logos” Tonelli e interamente dedicata alla poesia e alla letteratura lirica in versione digitale, alla costante ricerca di connessioni e poetiche appartenenti al Connettivismo e non solo.

Marco Raimondo, DNAbyss
Prefazione di Alex Tonelli

Kipple Officina Libraria – Collana Versi Guasti – Pag. 60 – 0.95€
Formato ePub e Mobi – ISBN 978-88-98953-60-8

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