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Occhi che sembrano seguirti – L’eredità di Lovecraft | L’indiscreto


Su L’indiscreto un saggio abbastanza esteso che riguarda Lovecraft, la sua poetica, i suoi pensieri, raccontati anche da altri scrittori come King o Houellebecq. Un estratto:

Oggi Lovecraft è oggetto di molta polemica, negli Usa e in Inghilterra, a causa del razzismo che tracima soprattutto dalla fitta corrispondenza e dalle poesie. Sulla miopia di non saper distinguere tra il debito oggettivo che un genere deve a un autore e le sacrosante distanze che si devono prendere da elementi insostenibili del suo pensiero, ho già scritto (non potremmo allora leggere più Dante perché dice che gli Ebrei sono stati giustamente cacciati da Gerusalemme per aver ucciso Cristo, o Leopardi perché parla delle anguste fronti femminili). Ma l’uscita della nuova, sontuosa traduzione – a opera di un maestro come Sergio Altieri – del cosiddetto Ciclo del Sogno, nel volume Feltrinelli Il profeta dell’incubo, permette, se sovrapposta alla riflessione di un lettore lovecraftiano d’eccezione, di intuire come, al cuore proprio dei suoi miti più efficaci, ci sia lo stesso smacco personale che si sarebbe avvitato e avviluppato anche ad un’allucinata xenophobia, punta dell’iceberg del suo progressivo e universale “No alla vita”. L’espressione è proprio di Michael Houellebecq – sì, l’autore del tanto dibattito e strattonato Sottomissione – che a Lovecraft ha dedicato una splendida monografia Contro il mondo – contro la vita (Bompiani) che ambisce a guardare il mondo attraverso le palpebre sottili e nervose del creatore di Cthulhu e Nyarlathotheph. Riuscendoci appieno. Un libro che, partendo da Lovecraft, si interroga anche sulla dinamica artistica in generale – “Se si ama la vita, non si legge. Né, d’altro canto, si va al cinema. Checché se ne dica, l’accesso all’universo artistico è riservato quasi esclusivamente a che ne abbia un po’ le palle piene”– e il tipo di relazioni che determinate narrazioni di successo stabiliscono col pubblico – “creare un grande mito popolare significa creare un rituale che il lettore aspetti con impazienza, che ritrovi con piacere sempre crescente, ogni volta sedotto da una nuova ripetizione in termini leggermente diversi, percepiti come un nuovo approfondimento” – senza risparmiare battute feroci sulla miopia dei critici laureati, che per decenni hanno snobbato gli autori cosiddetti popolari -“la critica finisce sempre col riconoscere i propri torti, più esattamente, i critici finiscono col morire e vengono sostituiti da altri”. Nella sua postfazione, Stephen King, che di paura se ne intende, aggiunge una notazione importante per questa nostra riflessione: “Se ci mostrate quello che ha terrorizzato una generazione (o, se preferite, gli incubi che si annidano in un cuscino collettivo), allora nove volte su dieci vengono alla luce molte altre scelte – legali, morali, economiche e anche militari – prese ai tempi in cui quella narrativa è stata pubblicata.” Occorre dunque chiedersi cos’abbia potuto spaventare Lovecraft stesso. Ovviamente, al fondo di tutti i suoi racconti c’è uno sguardo che è stato giustamente definito cosmico, un’intuizione spaventosa, rispetto a cui traumi e paure più circostanziati sono solo castelli di carte sui doccioni di una gigantesca cattedrale abbondonata.

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