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Archivio per settembre 20, 2016

Ghiaccio Plutone


Tracciando le linee inefficaci sul suolo di Plutone, il confine del ghiaccio interiore è tracciato con la labile tracotanza dell’inesplorato.

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La sabbia dell’invisibile. Il 19 settembre 1985 moriva Italo Calvino | Necrologika


Approfittando dell’anniversario della morte di Italo Calvino, Necrologika confeziona un bel post in cui cala anche degli scritti del grande autore italiano. Un estratto del ricordo:

Il 19 settembre del 1985, Italo Calvino moriva. Con la sua scomparsa si ampliava il varco verso il vuoto nel quale entrava il mondo intellettuale italiano ancora testimone della Resistenza e delle illusioni (più o meno consapevoli e colpevoli) che avevano fatto del dopoguerra un momento di vitalità creativa e ideologica senza ombre, fino agli anni del boom economico, che segnarono la fine dello slancio della Ricostruzione.

Calvino, etimologicamente intriso del suo cognome, fu, con Sciascia, la voce più illuminista di quella stagione di fede. Ma se Sciascia possedeva il velo drammatico e disincantato dell’Isola, Calvino rifletteva la strategia netta e logica di strade e piazze e portici di Torino, la città che lo avrebbe formato, politicamente e letterariamente. In lui ogni parola, ogni pensiero, ogni idea allineava il profilo in una struttura narrativa escheriana – razionalissima eppure fantasmatica, favolosa proprio perché rigorosa, critica senza chiaroscuri, dotata di sottotesti come un ciclo alchemico. Tutto, nel dire di Calvino, è figura che deve essere individuata in una sfera di incantatore, che possiede un trucco che non nasconde. Il lettore deve entrare nel gioco del testo, fino a trovare il bandolo necessario a risvegliare la metafora, il simbolo, la struttura, dormienti come un Ippogrifo ariostesco.

Certo, è stata una grande perdita. Non è per niente facile trovare autori che scrivano con la sua stessa perizia e bravura, conviene tenerci stretto quel suo ricordo…

A Convention of Tiny Movements, Objects, subjects, spies | Neural


[Letto su Neural.it]

A guardarsi intorno in una giornata-tipo di una fiera di arte moderna e contemporanea, troveremo: studenti curiosi alla ricerca di illuminazioni, accompagnatori annoiati, professionisti del settore (che sembra sempre stiano facendo qualcosa di importantissimo), personale dipendente (che sembra spesso fare il conto alla rovescia delle ore restanti), coppie di innamorati che bighellonano, contenti di una scusa qualsiasi per passare una giornata insieme, donne di mezza età alla scoperta di nuove verità… Con un pubblico così eterogeneo nell’età così come negli intenti, spesso le opere d’arte restano protagoniste in disparte. Incomprese, fraintese, talvolta abusate, dal costo imprecisato e comunque, pur sempre numerosissime. Senza una guida, impossibile orientarsi in questi hangar enormi, pieni di bisbiglii e commenti, brulicanti di visitatori e di imprecisate genialità. Come affrontare tutto questo? Scarpe comode, spirito di attenzione e, ovviamente, uno snack. Ma se lo snack fa parte di un’installazione, allora è l’era in cui le opere si avvicinano veramente allo spettatore, causando riflessioni, paranoie, un sorriso e una piccola scorta di carboidrati. A questo deve aver pensato il brillante artista, dj e ricercatore Lawrence Abu Hamdan, giovanissimo eppure già affermato collaboratore di giustizia per le sue perizie sul suono in casi di omicidio ed immigrazione. La sua complessa opera A Convention of Tiny Movements, commissionatagli in occasione dell’Armory Show di New York, è nata sulla base della scoperta di alcuni informatici del MIT che, registrando con video ad alta velocità degli oggetti colpiti dalle onde sonore, sono stati in grado di estrarre le microscopiche vibrazioni che essi producono, ricostruendo, in parte, il suono di partenza. In una stanza, oggetti di uso comune come una pianta in vaso, un bicchiere d’acqua e, appunto, un pacchetto di patatine, posano in bella vista, accogliendo sulle proprie superfici tutti i suoni generati d’intorno. Simbolici microfoni sono situati nello spazio e creano una futuristica situazione in cui gli oggetti non sono più semplici oggetti, ma diventano ascoltatori, o forse trasmittenti. 5.000 pacchetti di patatine, con questa spiegazione stampata sul retro, sono stati lasciati a disposizione dei visitatori, finendo ben presto in tutta la fiera, come potenziali oggetti-spia di un futuro, non più troppo lontano.

Eymerich | In libreria torna GOCCE NERE, romanzo di Valerio Evangelisti


Dal sito di ValerioEvangelisti apprendiamo che è uscito un nuovo romanzo, Gocce nere. Eccone una descrizione:

La casa editrice CentoAutori ha appena pubblicato Gocce nere, romanzo breve di Valerio Evangelisti (pp. 226, € 13,00). Non è una “novità letteraria”. Scritto per una collana della casa editrice francese Baleine, poi scomparsa, per anni è stato liberamente scaricabile da questo sito. Nel 2001 è uscito in 24 puntate sul quotidiano “Liberazione”. È stato poi pubblicato, nel 2009, nella collana da edicola Epix, gemella di Urania. La trama, riguardante una terribile società futura dominata dai mezzi di comunicazione, ingloba racconti molto noti come Il nodo Kappa e Sepultura.

Zabet Patterson – Peripheral Vision: Bell Labs, the S-C 4020, and the Origins of Computer Art | Neural


[Letto su Neural.it]

Solo recentemente l’archeologia della computer art è stata oggetto di studi. Forse una delle ragioni per la quale questo è accaduto è perché maggiore è la distanza tecnologica, più profonda è la nostra comprensione delle azioni e degli esperimenti compiuti in un determinato momento nel tempo. In questo volume, Zabet Patterson indaga la computer art prodotta dalla fine degli anni Cinquanta, centrata sulla macchina Stromberg-Carlson 4020 utilizzata ai Bell Labs nel New Jersey (definita come “Microfilm Plotter”), uno dei primi dispositivi che ha permesso a un computer mainframe di creare output visivi. La sua considerazione di questa produzione è fluida e si concentra su alcuni seminali lavori artistici prodotti in quel luogo, coinvolgendo media diversi come la poesia, la fotografia, il disegno ed altri. La Patterson – inoltre – cerca di ricostruire l’intero contesto intorno le opere, invece di concentrarsi solo sugli audaci dettagli tecnici, facendo si che diversi aspetti rilevanti emergano. Tra questi il coping e il making-do, con i limiti tecnologici che probabilmente oggi avremmo considerato inaccettabili, oppure quello che riguarda l’elaborare soluzioni innovative (qui il confine tra il tecnico e l’artistico è piuttosto sfocato). Le dinamiche e le storie personali sono rimarcate attraverso un processo di ricerca che sembra aver fatto poco affidamento sui documenti ufficiali, scoprendo invece il valore di traiettorie strane e singolari. Il lettore è pervaso da una piena comprensione delle lotte coinvolte nella definizione e realizzazione di queste nuove opere d’arte e può far sua una generale panoramica del contesto tecnico e culturale di quel tempo, tra cui gli approcci specifici dei principali musei e di settore, alla fine imparando tanto e usufruendo di queste conoscenze in prospettiva.

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