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Archivio per ottobre 12, 2016

Lankenauta | L’ultima strega


Su Lankenauta la segnalazione del romanzo L’ultima strega, di Eveline Hasler. È il resoconto romanzato di una storia realmente accaduta, una delle tante persecuzioni medioevali e, ancor più orrore, rinascimentali, operate ai danni di donne accusate di stregoneria, vomitanti consuetudini di oppressioni politiche rivestite di verità ideologiche e quindi politiche. Gli orrendi religiosi non finiranno mai di scusarsi per le loro colpe inescusabili: fanno e hanno sempre fatto politica e oppressione, che sia chiaro a tutti.

Anna Göldin non è più una strega. La singolare decisione è arrivata solo il 27 agosto 2008, a distanza di 226 anni dalla decapitazione della donna, direttamente dalle autorità del parlamento del Canton Glarona, in Svizzera, territorio in cui Anna ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. È stato stabilito che la condanna a morte per “avvelenamento” con accuse di stregoneria furono espresse da un’istanza non competente e in violazione dello stesso ordinamento giuridico dell’epoca. Insomma la Göldin, l’ultima strega del libro di Eveline Hasler, è stata pienamente riabilitata: caso unico al mondo. A lei sono tuttora dedicati libri, documentari, convegni, spettacoli teatrali, un film (di Gertrud Pinkus), un museo e persino una fondazione impegnata a favore degli emarginati e delle minoranze. Insomma lo spirito dell’ultima strega giustiziata in Europa è ancora vivo e pulsante.

Il libro della Hasler è un affascinante romanzo storico che racconta, recuperando anche documenti autentici dell’epoca, la vita e la morte di Anna Göldin. Uno stile asciutto, a tratti persino spoglio quello della Hasler. Spoglio e vagamente ostile come la terra di Glarona, piena di pietre e di ombre. È così che la scrittrice di Glarus ci conduce nella Svizzera del XVIII secolo. Un paese in cui le autorità fanno sentire la loro forza anche con discreta prepotenza, una prepotenza che, al solito, la gente comune e più povera cerca di aggirare come può. Anna nasce nel 1734 nel cantone San Gallo da Adrian e Rosina Büeler. È la quarta di otto figli, membro di una famiglia un tempo sufficientemente prestigiosa ma ridotta ormai alla miseria. Va a scuola, Anna. Impara a leggere ma non a scrivere. Far di conto, al tempo, non era neppure previsto. Poi è costretta a lavorare a servizio: ha solo undici anni ma deve guadagnarsi il pane. La Hasler si muove così tra il passato e il presente di Anna, tra le tracce della sua infanzia/giovinezza e gli eventi della sua maturità.

Quando incontriamo Anna ha sicuramente più di quaranta anni. Donna comunque prosperosa ed avvenente, riccioli scuri che non riesce a tenere sotto la cuffia ed abiti dalle tinte alla moda che sorprendono persino la padrona. Anna lavora come serva da tanto tempo ed ha referenze di tutto riguardo, basti pensare che ha prestato servizio anche nella casa del famoso pastore Zwicky, a Mollis, in Glarona. Per cui quando, nel 1780, giunge presso la famiglia del dottore e giudice Johann Jakob Tschudi, non ci sono dubbi sul fatto che sia una domestica di preziosa esperienza e di sicura affidabilità. Anna è all’altezza delle aspettative: sveglia, servizievole ma pur sempre piuttosto seducente. Un elemento di intrigo per il dottor Tschudi e di invidia o preoccupazione per la sua signora. I problemi per la bella Göldin arrivano nell’arco di un anno o poco più: il rapporto con una delle figlie dei suoi padroni pare incrinarsi. La bambina la segue e la cerca costantemente ma è anche piuttosto capricciosa e volubile. A partire da un certo momento nel latte e nel pane serviti ai bambini iniziano a comparire degli spilli. Evento sorprendente che la stessa Anna non sa spiegarsi. Inutile, d’altro canto, smentire i figli del medico né, tanto meno, sua moglie. Anna viene licenziata mentre le condizioni di salute della bambina si aggravano: sputa chiodi e spilli tra le convulsioni e una gamba sembra gradualmente distorcersi.

Momento olografico


Le profondità del distributore sono annesse alla distanza estranea del suono, ne ricordo alcuni frammenti persi per il momento olografico.

Complessa ferita psichica


Conseguenze esportate sulla battigia dei sensi, lasciate riassorbire dalle noie inesperte del suolo e del suono. Mi accorgo di essere una complessa ferita psichica adagiata su me stesso.

Lo straniero | Albert Camus


English: Albert Camus in 1957

Su BooksBlog un post per ricordare uno dei romanzi più interessanti di tutto il ‘900: Lo straniero, di Albert Camus.

Sono passati settantaquattro anni da quando Gallimard diede alle stampe Lo straniero, il primo romanzo di un giovane saggista neanche trentenne. Fu l’epifania di uno straordinario scrittore, quell’Albert Camus che occupa un posto privilegiato nel Pantheon dei grandi della letteratura del Novecento.

Il libro è diviso in due parti. Nella prima si racconta la vita di Meursault, un uomo di origine francese che vive ad Algeri. In questa prima parte viene raccontata la sua indifferenza nei confronti della morte della madre e la relazione con una donna conosciuta in spiaggia, Maria. Contro la sua volontà e lasciandosi trascinare dagli eventi, Meursault commette un omicidio sparando quattro colpi a un arabo su di una spiaggia.

Nella seconda parte si racconta il processo, l’apatia del protagonista, la condanna a morte di Meursault e la sua presa di coscienza dell’indifferenza del mondo nei confronti dell’umanità.

Personalmente, uno degli elementi che mi hanno maggiormente affascinato del romanzo di Camus è l’incredibile capacità di mantenere alta l’attenzione del lettore anche con una minuziosa descrizione deitempi morti del protagonista. Il secondo capitolo del libro è dedicato a una domenica trascorsa a non fare nulla, a contemplare la città. Nulla progredisce nella trama, ma quelle sette pagine non sono affatto inutili.

Specialmente se vengono comparate a quelli che in altri romanzi sarebbero snodi narrativi sottolineati da solennità e squilli di tromba e che Camus, invece, ridimensiona per costruire il carattere indifferente e apatico del suo straordinario personaggio:

La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva.

Vale la pena interrogarsi su cosa accadrebbe oggi a un libro come Lo straniero. Probabilmente un editor casserebbe per intero quel secondo capitolo che è, invece, una straordinaria prova di osservazione e, quindi, di letteratura. Una cosa è certa: dal 1942 a oggi questo libro non è invecchiato di un giorno.

[Pseudobiblia] Le Finzioni di Borges 1 | nonquelmarlowe


Lucius Etruscus presenta sul suo blog un interessante post, che continua la saga degli pseudobiblia, ovvero dei libri dati dagli autori per esistenti ma, in realtà, bufale colossali e comunque seminali. È la volta di Borges, che ha usato più volte quest’artificio per giocare e contemporaneamente aumentare la sua dose di creatività. Un estratto dal post:

Va premesso che identificare gli pseudobiblia nell’opera borgesiana è impresa a dir poco ardua, visto che l’autore amava nascondersi dietro falsi nomi, attribuendo ad altri proprie creazioni o addirittura firmando con “autore anonimo” suoi aforismi! Interrogato sui suoi lavori, fingeva di non averne memoria, di non amarli o addirittura di non averli mai scritti: ne sa qualcosa lo studente di Oxford che, nel 1971, chiese a Borges notizie di una sua raccolta di saggi e si sentì rispondere dall’autore: «Quel libro non esiste!» (per fortuna invece quel libro esiste, ed è arrivato in Italia nel 2007 con il titolo La misura della mia speranza, grazie ad Adelphi.)
Negli ultimi anni della sua vita Borges rilasciò moltissime interviste dove – per la fortuna e la gioia degli appassionati come me – rivelò molti dei suoi trucchi, dei suoi pseudobiblia (“libri falsi”) e dei suoi pseudoepigrapha (“libri falsamente attribuiti”). Forse non aveva più memoria dell’averli usati, forse voleva rivelarli a tutti… o più probabilmente – e plausibilmente – stava ancora giocando con i suoi lettori.

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Laudabunt alii claram Rhodon aut Mytilenem...

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