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Land’s End – la fine del mondo secondo Arona | PostHuman


Segnalazione lussuosa quella comparsa a opera di Mario “Black M” Gazzola su PostHuman; soggetto: Danilo Arona, il suo ultimo romanzo (in realtà scritto a quattro mani con Sabina Guidotti) Land’s End. Un estratto della corposa segnalazione in cui è facile riconoscere l’opera minuziosa di ricerca e descrittiva di Gazzola:

I libri di Danilo Arona (a lato nel ruolo del chitarrista Morgan Perdinka) non finiscono mai. Non è (non solo) una battuta, perché scaturiscono tutti da una personale e precisa visione cosmica, tellurica dell’orrore: nella sua narrativa non c’è mai solo la motivazione individuale, psicanalitica del male. Anche se la trama ruota su dei serial killer cinefili (come in Io Sono Le Voci), o su misteriosi untori epidemici caraibici (come ne La croce sulle labbra), all’origine di qualunque crimine c’è il Male. Quello cosmico, assoluto, cieco, insensato e inarrestabile. Quello che l’autore di Alessandria (pardon, Bassavilla) definisce un brivido sulla schiena del drago (altro suo titolo storico), ossia una vibrazione alterata dell’asse terrestre, un fenomeno fisico che – attraverso il celebre effetto farfalla genera nefandezze a catena.

Anche in luoghi (o in tempi) fra loro lontanissimi: perché ci insegna un’altra teoria fisica centrale nella Weltanschauung aroniana che il “contagio” del Male non si muove secondo i vetusti criteri del moto dei corpi, bensì attraverso quello ben più imprevedibile dell’entaglement quantistico. In questa Weltanschauung quindi il Male non si sconfigge mai una volta per tutte (come Yin e Yang si equilibrano, nessuno dei due può prevalere in forma definitiva), lo si può arrestare temporaneamente ma prima o poi un altro dissesto tellurico lo rimetterà fatalmente in circolo a seminare morte e terrore sfruttando temporanei varchi dimensionali per sbucare dove meno ce lo aspetta.

Ecco che dunque in Land’s End – il teorema della distruzione (copertina in apertura) ritroviamo i serial killer di bambini biondi, ossessionati dal ciclo dei film sul Villaggio dei dannati (di cui accanto vedete un’emblematica scena del remake carpenteriano) nel citato Io Sono Le Voci, che stanziano il loro sinistro luna park proprio a Land’s End, reale punta estrema della Cornovaglia sul mare. Dove vive anche la coppia formata dall’ex giornalista Angus con la moglie sciamana Dafne, dotata di poteri medianici che le fanno presentire l’imminente arrivo dell’Onda, presumibile fine del mondo conosciuto secondo lo Schema tracciato da padre Nicholas, un religioso che ha lasciato enigmatiche premonizioni sull’imminente Armageddon sulle pareti della cella dell’ormai deserto monastero in cui viveva.

A Land’s End converge anche lo scrittore maledetto Morgan Perdinka per scoprire il luogo in cui sta ambientando il suo ultimo romanzo. Che ultimo resterà perché – già da L’estate di Montebuio – sappiamo che lo scrittore è morto suicida. Quindi questo suo nuovo romanzo si situa poco prima del fatto? Oppure quel che leggiamo sono gli incubi della sua amante e manager Cassandra, ossessionata dall’inspiegabile fine dell’amato creatore d’incubi, la quale ora sembra vivere proprio in un incubo partorito dalla di lui penna? O forse è la sua ancor più misteriosa, vetusta macchina da scrivere Continental (già ingombrante presenza in Montebuio), che sembra vivere di (malvagia) vita propria, vomitando orrori tramite il brillante scrittore o persino da sola?

Le due coppie si sfiorano a Land’s End senza davvero incontrarsi, perché in realtà abitano dimensioni diverse. O non sarà che forse Dafne e Angus sono solo i personaggi di un b-movie horror che il regista David Demoreaux sta girando a Hollywood, basandosi sulla storia di Soyoko, con due sfiorite glorie come attori protagonisti nei loro ruoli? Lo gira basandosi sulla storia di Soyoko, nel libro una leggenda indiana: bellissima giovine pellerossa trucidata da bruti gringo ai piedi del Monte Graham (sede dell’osservatorio vaticano inviso al suo popolo e altro avamposto per cogliere i segni dello Schema finale), diventa un leggendario babau che striscia senza gambe, s’annuncia con un inquietante “tike tike” e uccide per vendetta con uncini alla Freddy Krueger (di cui accanto ripassate la famigerata mano artigliata) anche se a me ha ricordato un po’ quelle maledizioni dell’horror nipponico alla The Ring/The Grudge (vedi a sinistra) avviluppate in nere chiome, sensazione confermata quando un dialogo verso la fine del libro ricorda la sua origine proprio in una leggenda metropolitana giapponese (Teke teke). Qui essa viene cucinata appunto in salsa indiana, comunque attraverso varchi dimensionali e/od onirici, Soyoko appare e fa danni sia di là che di qua dall’Atlantico, perfino nella Milano della terrorizzata Cassandra Marsalis.

 

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