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Paradossi della visione: L’arte di M.C.Escher | L’indiscreto


Su L’indiscreto un articolo esteso che parla di M.C. Escher e del suo percorso artistico in cui la matematica, spesso, s’intreccia con l’arte. L’estensore è Francesco D’Isa, noto artista grafico dei connettivisti e che su Escher ha basato la sua tesi di laurea. Un estratto:

Chi si avvicina a M.C Escher capisce presto di avere a che fare con un autore inusuale. Gli artisti, che più di altri subiscono il fascino della fisiognomica, considerano questo ometto dal viso poco bohème uno scienziato che sa disegnare, mentre gli uomini di scienza, che si innamorano facilmente del suo lavoro, lo reputano un artista che conosce la matematica – sebbene l’olandese abbia ammesso di non capire le interpretazioni algebriche dei suoi disegni. Ma la peculiarità che lo rende difficilmente classificabile non risiede in una supposta interdisciplinarità, quanto nel soggetto della sua arte, ovvero la rappresentazione stessa.

Nessuno, infatti, illustra con più precisione di Escher l’ambiguità a fondamento di ogni forma linguistica, e, sebbene l’artista condivida con i colleghi la tendenza a demolire le leggi della figurazione, non aspira a sostituirle con delle altre – la cui cura (e distruzione) verrebbe a sua volta affidata alle generazioni successive. Escher preferisce smascherare i meccanismi del linguaggio senza offrire un sostituto, in modo da costringere lo spettatore ad ammirare la nuda incoerenza delle regole. Egli sta alla figurazione come Wittgenstein al linguaggio scritto (e parlato), o Gödel  alla matematica, è, insomma, un “pittore dei pittori”, così come Hölderlin era (almeno per Heiddegger) “poeta dei poeti”. Proprio grazie a questa attitudine ad abitare i confini della figurazione, i suoi quadri ci trasportano nell’occhio del ciclone attorno al quale ruota ogni visione del mondo – il che spiega la  stranezza di cui si parlava.

Sin dalle primissime opere è evidente l’attenzione dell’autore verso il linguaggio che adopera nel realizzarle. Questa passione, all’epoca in cui era ancora studente in Architettura e Arte decorativa ad Haarlem, si manifesta nella dedizione con cui si adopera all’apprendimento delle tecniche del disegno: la sua unica meta è la padronanza assoluta degli strumenti e l’unica gratificazione il semplice uso delle proprie abilità. Solo in seguito sente, come dice egli stesso, «cadergli la benda da davanti agli occhi». La padronanza di una tecnica non è più una soddisfazione sufficiente, Escher deve esprimere delle nuove idee, idee che «derivano dalla mia ammirazione e dal mio stupore nei confronti delle leggi che governano il mondo in cui viviamo». Ma l’artista non mette la sua abilità al servizio di queste mirabili leggi, tutt’altro; come il più feroce degli amanti, egli utilizza le proprie capacità per analizzare, esplorare, studiare e finanche dissezionare l’oggetto della sua passione, per ritrovarsi in mano un vuoto impossibile.

Il lasso di tempo che va dal 1922 al 1937 circa è il cosiddetto Periodo dei paesaggi. Nascono opere come Castrovalva, un paesaggio montuoso abruzzese  ritratto durante un lungo soggiorno italiano. Questa incisione, sviluppata da alcuni schizzi presi sul posto, è una delle sue prime opere che ebbe un concreto successo presso la critica a lui contemporanea, che la definì «…il meglio che Escher abbia fino ad ora mai prodotto… tecnicamente perfetta… Castrovalva risulta, in tutta la sua essenza, bene comune, comprensibile a tutti.». Ma più della perfezione tecnica e della bellezza suggestiva del paesaggio, è interessante notare l’insistenza con cui sono rese le caratteristiche spaziali e prospettiche, come la mulattiera che divide a metà il quadro. Il punto di fuga esasperato concede a questa immagine – apparentemente realistica – una suggestione ulteriore, quasi una breccia sulle medesime tecniche che ne garantiscono l’illusoria verosimiglianza. Castrovalva risulta sì “in tutta la sua essenza, bene comune, comprensibile a tutti”, ma non tanto per l’esecuzione impeccabile, quanto per l’attenzione che Escher focalizza sulle stesse tecniche con cui l’immagine è rappresentata e per la chiarezza con cui il linguaggio che è all’opera nel quadro esplicita le proprie regole.

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