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Archivio per dicembre 12, 2016

Esce per la collana Spin-off, Infodump, del Premio Urania 2015 Lukha B. Kremo


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Libraria presenta una nuova puntata dell’Impero Connettivo, declinato nello split che l’imperatore Totka_II ha voluto per dedicarsi maggiormente alla trascendenza, lasciando la coverparte più postumana, il New Connective Empire, al suo fido plenipotenziario Sillax. Lukha B. Kremo, fresco vincitore del Premio Urania 2015, presenta quindi il suo racconto Infodump, una stordente cavalcata SpaceOpera che espande l’interazione delle anomalie spaziotemporali che animano il tessuto imperiale connettivo.

La collana Spin-off è dedicata alla diffusione di storie ambientate nell’Impero Connettivo – creazione connettivista che narra gli eventi di un Impero Postumano con forti similitudini a quello Romano – in cui lo Stato governa sullo spazio e sul tempo sotto il dominio psichico di un alieno, un Nephilim.

Sinossi

L’Impero Connettivo, Stato che come l’Impero Romano domina sullo spazio, ma anche sul tempo, è divenuto un’entità politica divisa in due, la prima metà è votata alle politiche più materiali mentre l’altra è in odor di trascendenza; alla prima fa capo il funzionario postumano Sillax, mentre la seconda continua a far riferimento all’alieno nephilim Totka_II.
Nella parte governata da Sillax, il New Connective Empire, un’inquietante anomalia mina le basi dell’esistenza dell’Impero Connettivo e scuote la coscienza di Sillax. Con l’aiuto della sacerdotessa Iñaxia, contatta l’Imperatore Totka_II, ormai chiuso nelle dimensioni trascendentali. La comunicazione è difettosa e Sillax commetterà un grosso errore.

Estratto

Xillam era proteso verso l’infinito.
Ormai controllava pienamente il Protocollo. Il suo carapace connettivo gli permetteva l’ipersguardo sul proprio dominio imperiale. Era il postumano più potente di tutti i continua e lo poteva “vedere”, percepire con le proprie cellule in grado di rilevare ogni singola particella, anche quella più esotica.
Centomila millenni sommati di Storia Statale, miliardi di sistemi planetari dispersi in galassie di rizomatici continua del multiverso, un googolplex di esseri senzienti, un numero di Graham di combinazioni particellari che formavano la struttura gerarchica piramidale dell’Impero Definitivo.
Il postumano Xillam si trovava al vertice supremo, discendente di milioni di dinastie soggettive, ormai convinto di essere assurto allo status di Nephilim, quindi a entità divina che racchiude sia le proprietà dei disincarnati, sia la possibilità di controllare la materia solo con la materia. Ovvero all’ipostasi, l’unione tra i Nephilim, in quelli che da molti sono chiamati déi.
Xillam cominciò a invocare i Nephilim con sillabe inintelligibili, fonetiche aliene: ultra e infrasuoni si mescolavano in un gorgheggio inascoltabile da un semplice organo umano. Si trattava del condensato di preghiere e canti sacri in milioni d’idiomi.
Il postumano ultimo sentì vibrare la struttura spaziotemporale che lo racchiudeva; scricchiolii quantici formavano crepe intorno a sé, disturbi alla trasmissione creavano perturbazioni di energia e materia oscura, gli effetti provocavano le cause.
Xillam era in grado di controllare tutto ciò grazie al Protocollo, creato dal Consiglio dei Nephilim per intervenire nel mondo fermionico, materico, per creare umani, postumani e mondi civili. La riattivazione del Protocollo permetteva ai postumani evoluti, dopo studi e pratiche millenarie, il suo utilizzo in senso inverso. Intervenire nella sfera trascendente.
Una presenza Nephilim affrontò il capo dell’Impero Definitivo.
– Xillam – lo chiamò adeguandosi al suo aspetto postumano. – Hai raggiunto il massimo del controllo.
Il Nephilim era una presenza multipla, racchiudeva in sé le coscienze di molti predecessori. Era facoltà di questi esseri quella di fondersi tra di loro – come dei buchi neri immensi – e formare esseri ancora più potenti.
Nonostante la potenza raggiunta, Xillam tremava, fremeva, era a malapena in grado di mantenere in precario equilibrio il proprio stato disincarnato con quello carnale.
– Ora avrai la Rivelazione Terminale – chiosò la presenza.
Terminale.

L’autore

Lukha B. Kremo, Premio Urania (Mondadori) 2015, è ben noto ai lettori della fantascienza e del fantastico sia come autore che come editore.
Comincia a scrivere fantascienza nel 1990, pubblicando molti racconti in antologie e riviste, e i romanzi Il Grande Tritacarne, originale esempio di fantascienza alla Samuel Delany, Storie di Scintilla, romanzo a episodi, Gli occhi dell’anti-Dio, finalista al Premio Urania (Mondadori) nel 2007, e Trans-Human Express, nuovamente finalista al Premio Urania nel 2009 e finalista al Premio Italia 2013 nella categoria Miglior Romanzo (successivamente usciti per Kipple Officina Libraria).
Nel dicembre 2011 la sua raccolta di racconti Il gatto di Schrödinger è stato 1° in classifica tra gli eBook per Kindle su Amazon.it.
Nel 2015 l’antologia personale L’abisso di Coriolis (edizioni Hypnos) è finalista al Premio Italia nella categoria Migliore Antologia.
Nel 2016 comincia l’uscita della “Trilogia degli Inframondi” per Delos Digital, con i romanzi I nerogatti di Sodw, Morgànt dei nerogatti e I nerogatti di Briganti.
Nel novembre 2016 esce nelle edicole Pulphagus®: fango dei cieli (Urania, Mondadori), Premio Urania 2015.
Laureato in Storia Medievale, ha insegnato Storia e Filosofia nei Licei.

La collana

La collana Spin-off è dedicata alla diffusione di storie ambientate nell’Impero Connettivo – creazione connettivista che narra gli eventi di un Impero Postumano con forti similitudini a quello Romano – in cui lo Stato governa sullo spazio e sul tempo sotto il comando di un alieno, un Nephilim. La valuta monetaria in vigore è l’informazione, mentre l’Imperatore di stirpe aliena Totka_II governa con le sue capacità occulte sull’evoluzione tecnologica dell’umanità: i postumani.

Lukha B. Kremo | Infodump

Kipple Officina Libraria
Collana Spin-off — Formato ePub e Mobi — Pag. 38 – € 1.95 — ISBN 978-88-98953-69-1

Link

Le guerre dei papi | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione al saggio Le guerre dei papi, di Giuseppe Staffa. È una pubblicazione davvero peculiare, da far leggere un po’ in giro e sfatare il mito del Cristianesimo santo e slegato dai valori terreni: falso, il papato ha fatto una quantità di guerre notevoli nei suoi innumerevoli secoli di storia, senza contare le persecuzioni per cui si è adoperato. Un estratto:

Di quali argomenti si è servito il papato per giustificare, nei secoli, il proprio esercizio delle armi? Perché la Bibbia e i Vangeli sono divenuti materiale di propaganda per imprese che nulla avevano a che fare con lo spirito? Questo libro ricostruisce tutte le principali guerre scatenate dalla Chiesa di Roma, dalle prime sfide per il potere temporale alla cosiddetta Lotta per le investiture, dai periodi di rivalità con Federico Barbarossa e suo nipote Federico II alla “Cattività avignonese”, quando il papato ha affinato la sua strategia, gettando le premesse per il suo “ammodernamento”, potenziando allo stesso tempo l’apparato difensivo e militare. Non possono mancare le storie piene di veleni e intrighi delle famiglie più influenti – prime tra tutte i Borgia e i Farnese – che furono capaci di accedere al soglio pontificio, subordinando ai propri interessi la politica militare dello Stato. Tra le figure più rappresentative di questa epopea, che parte da lontano e giunge fino alla seconda metà del XIX secolo con la nascita dello Stato italiano, Giulio II, il papa guerriero per antonomasia. Ma come lui ve ne sono stati molti altri, animati da un desiderio di conquista e di potere simile a quello di imperatori e grandi condottieri.

Licheni


La trascendenza si annuncia in licheni a forma di tromba.

Nacqui / Nací (Poesia da Tijuana, Messico) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine è segnalata una poetessa messicana, Cynthia Franco, che narra del suo Paese con una connotazione a metà tra la protesta e lo sciamanico, quando ricorda le lande psichiche del suo passato ancestrale dove il fungo rende il mondo come qualcosa di più aderente al punto di origine.

Nacqui con le ossa fragili dentro una sacca di piombo
non lo posso negare
mi hanno insegnato fin da piccola a divorare le ceneri dei miei avi
dei loro calpulli, potrei dare in prestito lacrime
mia madre fu intuita in orizzonti meridionali, avvolta nei sette mais
bevve il pianto dei huichioles, dandomi alla luce partorì uomini morti
gli divennero cenere gli occhi e all’interno dell’iride cercammo un secondo parto, non lo posso negare
il mestiere ereditato dai miei nonni fu migrare come fanno gli uccelli
meditare la rotta con un’ala sul petto e l’altra in direzione del vento
i miei fratelli impararono a collocare rametti funebri nei loro rizomi
papà nacque nella culla degli amputati
scelse di lasciare l’impiego ed essere vedente
non lo posso negare.

Nacqui a Tijuana
sono del nord, sacrificio della frontiera, ho vissuto spaccata tra casinò e gringos leccando puttane
punto di fuga che richiede transgenici per lascito
iniezioni per saziare la mancanza d’incroci, dal seno latte gringo per alimentare nuovi frutti
faccio domande in inglese, all’asilo imparai l’inglese, mangiai in inglese, aprii le gambe in inglese,
non lo posso negare.

Nacqui un 10 novembre e a novembre assassinarono 10.000 bambini
nel tempo che ci misi per cominciare a parlare
furono torturate madri con frutti in grembo, zitte zittite
durante i miei primi passi le visioni furono di santi rifugiati
esigevano amore con monete, nessuno da amore gratis
in incognito il loro lavoro è uccidere, uccidere per amore
nel mio quartiere adornavano le strade con narcomessaggi, la gente rideva nei bar
cantando narcocanzoni, non lo posso negare.

Lasciai il cristianesimo per celebrare le mie proprie messe, cantare le mie proprie lodi
credere nel mio intimo chiamato Dio, Dio nel Nord e nel Sud, Dio esiliato e messo da parte
aprii le porte in grande, i miei calvari, non lo posso negare.

Nacqui
vidi madri cullando ninnenanne in tzotzil
con i piedi aderenti alla terra, con unghie divorate dal fango e per metà dal freddo
capii cos’è la fede, cos’è il canto, la contemplazione del tempo, la rabbia
non lo posso negare.

Nacqui
e fui capace di rendermi conto
abitando quel tutto nel quale tutto si muove
al vedersi si negano l’uno all’altro, costruiscono maquilas e industrie per sabotare popoli
si sta creando una nuova frontiera nel linguaggio
si cuoce una pentola di fagioli che sarà il pane di ogni singolo giorno
mentre un nuovo presidente impara a disincarnare il proprio popolo.

Nacqui
e fu il vento sopra i bambù, lo scricchiolare del fiume divorando se stesso
nel frattempo finirono i funerali, si sincronizzano i momenti preziosi:
una nuova linea della mano si forma in milioni di uteri, un nuovo cuore
comincia a palpitare in milione di grembi, un altro canto sciamanico trapassa il ventre del sole
fui capace di rendermene conto
piccole cose succedono
alla luce colando tra le ciglia
mentre un altro suicida appare tra le notizie
senza che nessuno se lo aspetti, con tutto il diritto
un battesimo consegna il mio nome al mondo
molti nomi, molti cognomi si crivellano tra loro.
Dove nascono i morti?

Lankenauta | Morire senza salute


Su Lankenauta una recensione a Morire senza salute, di Gabriele Pagliariccio, che analizza il mondo della sanità in Ecuador dove tentativi di porre fine all’egemonia disumana/inumana del Liberismo infiltrata anche nel mondo della sanità; tale egemonia viene messa in confronto con quella che si attua in Europa, quindi anche qui da noi.

Se per l’Ecuador Pagliariccio scrive di una “costruzione”, per il resto del pianeta si assisterebbe semmai a una “decostruzione” della sanità, ad una sua palese mercificazione: “si è condannati a morire sulla porta di un ospedale se non si hanno i soldi con cui pagarsi le cure”. Affermazione che ormai non ci scandalizza più ed anzi riteniamo vera se riferita a paese extraeuropei. Ma anche l’Italia, sempre secondo l’autore del saggio, non si può tirare fuori da questa tendenza ben poco virtuosa. Soprattutto le pagine iniziali di “Morire senza salute” sono dedicate ad una sorta di sintesi di diritto sanitario, un excursus in merito alle più recenti riforme, dalla legge 883/78 fino alla legge delega 229/1999 e successive modifiche. Un percorso “riformista” che, sempre secondo Pagliariccio, si merita appunto il virgolettato: il diritto alla salute, condizionato da un’idea aziendalista del sistema e da una logica del profitto che non si è fermata neppure di fronte ai diritti fondamentali, in realtà sarebbe stato largamente inapplicato. Tutto sulla scia di un montante neo-liberismo, inteso innanzitutto come logica di profitto e subdola privatizzazione, che non ha risparmiato gli schieramenti politici di destra e sinistra, che ha scatenato gli appetiti anche di istituzioni insospettabili  e che soprattutto, malgrado la teoria e le dichiarazioni di intenti, non avrebbe nulla a che vedere con una maggiore efficienza. Senza dimenticare – bisogna darne atto a Pagliariccio e a Luigi Ciotti, autore dell’introduzione – le tante inefficienze, gli interessi partitocratici, i favoritismi, la corruzione che fanno del sistema sanitario un ricettacolo di spese senza fondo e alle quali, per ora, non ha potuto mettere un freno nemmeno una spendig review di fatto derubricata a tagli lineari. A riguardo leggiamo alcune parole piuttosto impietose: “Il quadro che si va delineando comporterà una sanità a due velocità: da un lato quella dei ricchi che possono permettersi un’assicurazione privata con la prospettiva di afferire a strutture di alta qualità con i migliori specialisti e dall’altra una sanità pubblica senza risorse e con risicate possibilità finanziarie che si affida a strutture mediocri e ad operatori sanitari scarsamente motivati e tecnicamente poco efficienti anche perché sottopagati” (pp.87).

Pagliariccio infatti ha lavorato come volontario in diversi paesi in via di sviluppo, un tempo chiamati “terzo mondo”, e proprio in Ecuador è ha potuto cogliere gli effetti della riforma sanitaria promossa da Rafael Correa: pur fortemente osteggiata da tutte quelle multinazionali e dai medici al servizio della sanità privata che non volevano perdere i propri privilegi, il risultato sarebbe coerente con una Costituzione che mette al centro il cittadino e che, in particolare, risponde ai principi del “buen vivir”. Un “buen vivir”, come leggiamo nell’intervista a David Chiriboga, medico e ministro ecuadoregno della salute dal 2010 al 2012, che, basato sul concetto indigeno di sumak kawsay, andrebbe interpretato più precisamente come la “miglior vita possibile”; ovvero “porre le persone e la madre natura al centro del modello di sviluppo, al posto del PIL” (pp.109). E’ evidentemente un approccio eretico e soprattutto agli antipodi rispetto le tendenze liberiste più recenti. Noi in Italia magari ci accontenteremmo di volare più basso, pretendendo una maggiore efficienza, meno sprechi, un accesso alle cure meno difficoltoso; ma al di là delle critiche che si possono rivolgere al modello ecuadoregno, e in particolare alla prospettiva di una sanità monopolizzata dal settore pubblico, va notata la sostanziale critica al Pil che si legge nell’intervista a Chiriboga. A volte si possono cogliere delle affinità inaspettate: in tempi non sospetti Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi, economisti non proprio assimilabili a dei barricadieri socialisti,  avevano scritto che il prodotto interno lordo è “una misura sbagliata delle nostre vite”. Figuriamoci allora se si tratta di salute.

Alessandro Rolfini

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