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Da chi salviamo la lingua? | L’indiscreto


Si può studiare in maniera scientifica l’evoluzione di una lingua che al tempo stesso vogliamo preservare, controllare e dirigere? Ma poi, da chi deve essere salvato l’italiano?

Questo è l’incipit di un articolo su L’indiscreto che interroga cosa rende viva una Lingua, portando come esempio la nascita della lingua volgare italiana, che prendeva le mosse dal latino del basso Medioevo e che rendeva la fonetica – non lo scritto – del latino parlato allora. Assai stimolante, tutto ciò…

Capua, marzo 960. Nel palazzo dei principi longobardi di Capua e Benevento il giudice Arechisi si prepara a quello che probabilmente ricorderà, negli anni a venire, come un giorno di lavoro fra tanti. Conosce bene il personaggio che si presenta a lui quella mattina, avendolo incontrato molte altre volte: si tratta del venerabile abate Aligerno, che regge da dodici anni l’abbazia di Montecassino. Conosce bene anche l’intenso lavoro svolto da Aligerno per ridare prestigio all’abbazia, riportandola nella storica sede che era stata distrutta dai saraceni nell’883 e recuperando tutte le proprietà e i terreni che nel frattempo sono stati usurpati dai privati. Non si sorprende quindi quando insieme ad Aligerno si presenta anche un certo Rodelgrimo con in mano una “scrittura”. Sa benissimo che Rodelgrimo contesterà all’abbazia la proprietà di certi terreni i cui confini sono accuratamente descritti nella carta che ha portato, ma anche che si tratta di una recita, il cui scopo è solo quello di ottenere una certificazione scritta e firmata da un giudice, cioè lo stesso Arechisi, che attesti invece i diritti dell’abbazia. Rodelgrimo, infatti, ammette subito di non poter produrre nessuna prova né testimone che confermi le sue pretese, al contrario dell’abate, il quale ha già pronti tre testimoni. Si conviene dunque di procedere secondo il rituale più volte collaudato: i testimoni, reggendo in mano la scrittura di Rodelgrimo, dovranno affermare che le terre contestate sono appartenute, nel corso degli ultimi trent’anni, all’abbazia dell’ordine di san Benedetto (secondo la norma risalente al diritto romano per cui dopo trent’anni di possesso ininterrotto si presume la legittima proprietà). Svoltasi questa cerimonia, e dopo che il giudice ha preso la sua decisione confermando le terre all’abbazia, si affida a Pietro, il notaio di palazzo, il compito di stendere su una pergamena – che sarà poi firmata dal giudice e dai notai – il resoconto di quanto appena avvenuto. A questo punto accade qualcosa di strano; quando Pietro deve riportare in discorso diretto quanto affermato dai testimoni, prende una decisione inedita, ispirato forse da un principio di assoluta obiettività: ovvero scrive esattamente quel che ha sentito, riporta in scrittura non il senso delle testimonianze ma il loro suono. Ed ecco che il latino medievale del documento, con la sua grammatica e il suo lessico, viene improvvisamente solcato  da suoni praticamente privi di senso perché mai prima canonizzati, da quello che al momento non è altro che puro rumore: “sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte sancti benedicti”.

La storia della lingua italiana, che in questa fase dobbiamo ancora chiamare “volgare”, comincia da questo episodio, che qui abbiamo un po’ romanzato. il cosiddetto “placito capuano”, conservato nella biblioteca dell’abbazia di Montecassino, è infatti la prima attestazione scritta di quella che potremmo considerare un’antenata della nostra lingua. Non lo possiamo chiamare ancora italiano perché non esiste ancora una norma culturale sulla quale misurare la correttezza di quelle espressioni che dovremmo quindi considerare  appartenenti in tutto e per tutto al mondo della natura, estranee a quello della cultura e quasi al livello dei versi animaleschi.

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