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ROCK CRIMINAL #19: THE COASTERS | VERDE RIVISTA


A Las Vegas ci vai per morire. Che tu lo voglia o no. Che tu lo sappia o no. Anche se sopravvivi, sei morto. Las Vegas è per chi ormai è perduto. Banditi, ex politici, cantanti col parrucchino o con il viso tirato dal lifting e playboy abbronzati fuori tempo massimo. Pensionati e turisti illusi che quella sia la vera vita. Che sia ancora un po’ di vita. La più lunga possibile, quasi fino all’eternità dei miti in 70 millimetri. Come le coppie, più o meno giovani, che si sposano nelle cappelle dalle insegne colorate al neon con il coupon dell’agenzia di viaggi tutto compreso, anche Elvis e Marilyn a fare da testimoni. Entrambi vestiti di bianco, come la sposa col mazzetto di fiori in mano offerto dal finto prete.

Durano un attimo i matrimoni a Las Vegas: il tempo di riprendersi dalla sbornia. Sono unioni che celebrano gli errori e la fine dell’amore. Il divorzio altrettanto rapido messo a pietra tombale e prezzi vantaggiosissimi. L’ossigeno diffuso dai condizionatori d’aria nei casinò ti tiene su e perennemente sveglio in una replica di esistenza che ti dice che puoi vincere una mano su quel che ti rimane della tua inutile e disperata vita. Un’altra ancora. E ancora una. Ma non è che accanimento terapeutico. Il banco vince sempre. L’ossigeno è per i malati terminali. Sulle pareti delle case da gioco non ci sono orologi. Niente finestre. La morte è l’assenza di tempo. È la luce sempre accesa. Negli interni sfarzosi che riproducono la Roma Imperiale o altri fantastici sogni esotici all’americana, roba per cowboy che sanno di stalla e profumi costosi quanto gli Stetson che non si tolgono mai, per giapponesi ed europei che non sanno nulla del loro paese né degli Stati Uniti. Luce di notte nelle grandi vie a troppe corsie; luci cittadine che spente di giorno mostrano il loro inganno di insegne di plexiglass. Luci morte.

Gli alcolici gratuiti e disponibili in ogni momento serviti dalla cameriera col culo scoperto e i seni chirurgici in bella mostra ti tolgono quel residuo di coscienza che ti rimane. Rilassati, tanto ormai se sei qui è perché il salto dal mondo dei vivi l’hai già fatto, no? Ti manca solo un breve pezzo di strada. Su, non fermarti adesso. Le portefinestre sui balconi dei piani alti degli hotel che danno sulla Strip sono sbarrate perché non è quello il modo. Meglio lanciarsi dalla diga di Hoover. Meglio il deserto intorno, pieno di carcasse di animali morti. Las Vegas ti fa a pezzi: pezzi di fiches lasciati sul tavolo da Black Jack, pezzi di sesso e sentimenti dimenticati in una stanza d’albergo, slip, calze di nylon, una cravatta da sera e smoking a noleggio sul letto vicino al frigobar e la slot-machine, pezzi del tuo corpo dilaniato seccati dal sole sul terreno roccioso e spaccato, conservati dal repentino freddo della notte.

Questo è l’incipit del racconto noir di Sergio Gilles Lacavalla apparso su VerdeRivista. Già questo vale tutto il pezzo successivo, impregnato com’è di decadenza liberista: i miei complimenti!

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