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Spiegare il misticismo | L’indiscreto


Su L’indiscreto un articolo con intervista di Francesco D’Isa a Richard H. Jones per sviscerare l’argomento Misticismo. Ecco a voi alcuni passi esplicativi del post:

Chi ha rifiutato qualcosa per poi provarne la mancanza potrà comprendere il problematico rapporto dell’Occidente col misticismo, dapprima spodestato a seguito dei successi tecnico-pratici del naturalismo – aeroplani e antibiotici sono argomenti molto persuasivi – e poi ricercato altrove, spesso con la medesima superficialità con cui era stato scacciato. Un interesse talvolta inaspettato, nascosto, persino inappropriato, ma sempre presente, come dimostra l’attenzione crescente nei confronti delle pratiche meditative, gli psichedelici , lo yoga, le filosofie orientali o persino alcune teorie fisiche che divinizzano gli alieni.
La globalizzazione delle culture ha portato a un proficuo scambio di conoscenze, evidenziando similarità e divergenze in prassi religiose nate in contesti e culture diverse. Gli studi di storia delle religioni del ventesimo secolo non sono stati accantonati, anzi, generano dei frutti maturi, scevri dell’acerbo entusiasmo e della scarsa scientificità che ha caratterizzato una parte della produzione che va dalle società teosofiche del XIX secolo a quella che viene abitualmente classificata come letteratura New Age.

D: Anzitutto, a cosa serve una filosofia del misticismo?

R: Ci sono domande circa le esperienze mistiche e il loro valore cognitivo a cui la scienza non può rispondere. E queste domande sono particolarmente importanti in una fase in cui in molti si avvicinano alla meditazione, per ragioni legate alla salute fisiologica e psicologica, così come (almeno negli Stati Uniti) in molti tornano a porsi delle questioni legate alla spiritualità. Ci si chiede se le esperienze mistiche siano eventi cerebrali che producono allucinazioni soggettive, prive di un valore conoscitivo che vada oltre dei dati utili agli studi dei neuroscienziati, o se invece ci permettono di accedere a una dimensione che trascende l’ordine naturale, mettendoci in contatto con una realtà trascendente. La neuroscienza in sé, non importa quanto accurata, non è in grado di determinare la verità. Nonostante questo molti scienziati e professionisti della meditazione presuppongono, senza approfondire la questione, che qualche spiegazione naturalista degli stati “mistici” sia la soluzione giusta. Una filosofia del misticismo può delineare questi problemi e costringere la gente – o almeno le persone che desiderano una “vita consapevole” – a esaminare i presupposti delle proprie convinzioni. Studiare le tradizioni mistiche con diversi valori e approcci metafisici può inoltre evidenziare i presupposti nascosti delle nostre idee – in effetti, in questo senso il misticismo è meglio dello studio delle diverse culture e sistemi filosofici, in quanto i mistici sono spesso estremi, radicalmente altri rispetto alle credenze e ai valori della maggior parte dei contemporanei. Questo non significa che la filosofia risponderà alle domande che solleva. Huston Smith dopo decenni non è riuscito a decidere se le esperienze vissute mediante l’uso di sostanze stupefacenti avevano un valore cognitivo o erano semplici deliri. Quel che si può fare con una filosofia del misticismo, dunque, è esporre le problematiche coinvolte e offrire alcune valutazioni degli argomenti addotti dai sostenitori di diverse risposte.

A proposito del valore conoscitivo delle esperienze mistiche scrivi che:

Anche se i mistici hanno delle esperienze uniche, le descrivono e ne deducono conseguenze solo di ritorno a uno “stato dualistico” della coscienza. Alla fine dei conti dunque, non si trovano in una posizione privilegiata per quel che riguarda la giustificazione delle proprie credenze. Essere un mistico non ti qualifica necessariamente nel vedere e interpretare correttamente le questioni coinvolte nell’esperienza vissuta. Il forte impatto emotivo che i mistici spesso legano a queste esperienze, infatti, può complicarne l’esame critico e portare a un’ingiustificata sicurezza nella loro interpretazione.

E in seguito:

Avere un’esperienza è una cosa; valutare il suo significato un’altra. Che i mistici stessi siano in conflitto sull’interpretazione di queste esperienze non fa che evidenziare la situazione. Sostieni inoltre che l’interpretazione di un’esperienza mistica dipende in gran parte dalle dottrine della tradizione di riferimento del mistico e che,

[…] in un certo senso tutte le esperienze sono ineffabili: non possiamo comunicare in modo adeguato una sensazione anche se conosciamo le etichette appropriate per la nostra cultura. È impossibile descrivere il gusto di una banana a chi non è ha mai assaggiato una: conosciamo il gusto attraverso l’esperienza, ma come facciamo a descriverlo?

Seguendo questo calzante esempio, ogni esperienza è ineffabile ed è difficile scoprire persino il valore conoscitivo del gusto di una banana. D’altra parte, i mistici sostengono che la loro esperienza sveli una verità più profonda, che di solito chi mangia una banana non afferma di scoprire. Questa differenza implica un valore cognitivo diverso?

Il gusto di una banana è un’esperienza sensoriale e (ignorando il problema delle “altre menti”) siamo certi di poterlo comunicare semplicemente offrendo una banana. Anni fa, nel comprare un sacchetto di liquirizia in un negozio, un commesso che non l’aveva mai assaggiata mi chiese “di cosa sapeva” ed io non sono riuscito a trovare un modo per descrivere il gusto. Nonostante questo, comunicare il sapore non è un problema per la maggior parte di noi – lo è solo per i filosofi, per via delle sue implicazioni sull’intera classe di esperienze sensoriali.

Le esperienze mistiche sono diverse in due modi: in primo luogo, non si può proporre agli altri l’oggetto dell’esperienza. Anche se lo stato mentale di persone che meditano o vivono esperienze mistiche è rappresentato dallo stesso indicatore neurologico, non abbiamo alcuna garanzia che persone diverse vivano la stessa esperienza “soggettiva”. In secondo luogo, queste esperienze hanno di solito un enorme impatto su chi le vive – chi le sperimenta in genere ritiene di essere venuto a conoscenza di una realtà fondamentale di cui vuole comunicare il significato anche agli altri. E qualora si creda che sia coinvolta una realtà trascendente, questo non fa che aggiungere alla questione del comunicare un’esperienza soggettiva una dimensione supplementare.

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