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Archivio per marzo 15, 2017

A ottant’anni dalla morte di H.P. Lovecraft. Lovecraft, l’Italia, la Valsusa, il Polesine – Giap


Oggi è l’ottantesimo anniversario della morte di HP Lovecraft. È un fatto che quell’uomo abbia dato il via a tutta una nuova concezione dell’Horror e della SF, e solo per questo andrebbe osannato con tutti i suoi enormi e gravi difetti annessi, certamente.

WuMing 1 ha scritto un vasto articolo per esaminare minuziosamente la sua opera, le sue idiosincrasie, le storie costruite ad arte su di lui – tipo il fantomatico viaggio che avrebbe intrapreso nel Polesine, terra indubbiamente da Grandi Antichi. Trovate tutto il monumentale trattato su WuMingFoundation, da cui prendo un estratto:

Oggi cade l’ottantesimo anniversario della morte di Howard Phillips Lovecraft, morto all’età di 46 anni il 15 marzo 1937.

Quasi sconosciuto in vita, nei decenni dopo la sua morte Lovecraft fu riscoperto e ottenne una celebrità postuma prima in alcune nicchie e poi presso un pubblico sempre più vasto, fino a divenire un «classico». Le sue opere hanno influenzato gran parte dell’horror e della fantascienza del XX secolo, e anche nel XXI il suo mondo continua a ispirare il cinema, i videogame, le arti visive e, non ultima, la musica. Soprattutto nel metal, HPL si aggira nei territori delle sonorità più estreme.

A lungo ritenuto un mero cacatore di «monnezzoni», nonché — per via dello stile ipotattico e carico di aggettivi — uno scrittore sgraziato, di anno in anno l’eremita di Providence colleziona attestati di stima. Nel 2005 una raccolta di suoi racconti è stata pubblicata, a cura di Peter Straub, dalla prestigiosa casa editrice Library of America.
A un esame attento e non pregiudiziale, lo stile di Lovecraft rivela infatti una sorprendente, singolare maestria.
Soprattutto, l’immaginario che ha costruito risulta sempre più attuale.

Un esempio? Si legga con gli occhi del nostro presente avanzato il racconto The Colour Out of Space, scritto nel marzo 1927. Esattamente novant’anni fa.

Anni Ottanta del XIX secolo. A occidente dell’immaginaria città di Arkham, una «brughiera maledetta» — a blasted heath — è gradualmente contaminata da una sorta di radiazione ignota, descritta come un «colore», portata da un meteorite caduto nel giugno 1882. Un colore inclassificabile, che sfida ogni descrizione.
Il colore agisce nell’acqua: dal fondo di un pozzo, inquina la falda acquifera e il terreno, dà alle piante un «aspetto blasfemo» e divora gli umani dall’interno, come biascicandoli e svuotandoli.

Anima Persa | scheggetaglienti


Ieri avevo segnalato un breve racconto cross-over di Alessandra Daniele tra Eymerich e Star Trek, e ora ne segnalo un altro forse anche più bello, sempre tra Eymerich – l’inquisitore uscito dalla Storia e dalla penna di Valerio Evangelisti – e Lost, il serial TV che dieci anni fa fece impazzire tre quarti di mondo per i splendidi enigmi. Eccolo qui:

– Vi auguro di non avermi mentito – disse Eymerich in tono minaccioso, scendendo da cavallo. Il pingue frate benedettino gli corse incontro trafelato.
– Magister, ve lo giuro, è comparso dal nulla parlando una lingua infernale!
– Almeno tre o quattro lingue infernali – aggiunse un confratello.
– Comparso dove? – Chiese Eymerich.
– Nella radura dietro il convento, sembrava piovuto dal cielo – disse il primo frate.
– Dall’inferno! – Lo corresse il confratello.
– Basta, portatemi da lui. – tagliò corto l’inquisitore. Quei benedettini lo innervosivano. Sembravano davvero convinti d’aver catturato una creatura infernale, cosa che a guardarli gli sembrava altamente improbabile. Lo condussero a una cella. Incatenato in un angolo giaceva quello che a prima vista sembrava solo un fagotto di stracci.
– Volete interrogarlo Magister? – Chiese il primo frate.
– M’avete detto che parla in demoniese – rispose Eymerich, sarcastico.
– No, parla anche un po’ di catalano – rispose il secondo – anche per questo abbiamo chiamato voi.
– Un po’ di catalano? Me lo farò bastare.
L’inquisitore entrò nella cella. I benedettini si dileguarono. L’uomo rannicchiato nell’angolo sollevò la testa. Eymerich notò i suoi occhi chiarissimi nonostante la penombra. L’uomo lo fissò.
– Padre, vi prego, aiutatemi – disse in catalano, con un filo di voce – questi frati sono pazzi. M’ hanno incatenato qui dicendo che gli servivo per voi.
– Per me?
– Sì, li ho sentiti parlare d’un inquisitore che volevano attirare qui dicendogli d’aver catturato – scosse la testa, e la chinò – un demone – la sua voce si spense in un sussurro incredulo.
Eymerich avvicinò la torcia al prigioniero. L’uomo trasalì, appiattendosi contro il muro. L’inquisitore vide ch’era ferito al braccio destro.
– Chi o che cosa sei? Bada di non mentirmi. Io sono Nicolas Eymerich. Questo non è ancora un interrogatorio formale, ma può diventarlo, e credimi, qualsiasi cosa tu abbia subito finora non sarà niente al confronto di ciò che posso farti infliggere io.
Il prigioniero deglutì.
– Mi chiamo Enrique Gallus, e vengo dalla Catalogna. Sono un pellegrino. Ho chiesto riparo per la notte a questi frati, e loro m’hanno imprigionato, dicendo che sarei stato perfetto come esca. Che sareste venuto qui, e m’avreste preso davvero per un demone.
Alla luce della torcia i suoi occhi sgranati scintillavano di bagliori rossastri.
– A quale scopo?
Il prigioniero allungò lentamente il braccio sinistro per quanto glielo consentiva la catena, e indicò la porta.
– Imprigionare anche voi.
Eymerich si voltò. La porta era chiusa e priva di maniglia.

* * *

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The Professor n.3: Follia | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a The Professor n.3, il fumetto già segnalato qui. Sicuramente qualcosa di molto valido, grazie anche alla presenza nella sceneggiatura di Cristiana Astori; un estratto della rece:

Terzo numero, molto bello, questo di  The Professor, dal titolo Follia. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Cristiana Astori, i disegni di Riccardo Innocenti, mentre l’inquietante e oscura, perciò notevole, copertina è  dell’ideatore della serie: Andrea Corbetta.

Il fumetto è un horror gotico, molto raffinato, ambientato in epoca vittoriana  e racconta le avventure del Professor Benjamin Love, docente ordinario di scienze dell’esoterismo e dell’occulto presso l’University College di Londra. Gli appassionati di storia, oltre che di horror, sapranno certamente apprezzare la scelta di raccontare questo particolare momento della realtà inglese e per chi non lo conoscesse, queste letture sono un’ottima opportunità per scoprirlo.

L’età vittoriana, paurosa e decadente, è infatti, un periodo complesso, pieno di violenza. Vennero calpestati i diritti civili di molte categorie regolarmente umiliate, specie i bambini e le donne, costretti a lavori assurdi e considerati meno di niente. Lo smog, l’inquinamento delle fabbriche rendevano Londra un luogo oscuro, saturo di odori e sensazioni forti. La prostituzione era largamente diffusa, come l’alcolismo e molti altri problemi sociali. Nello stesso tempo, visto l’enorme divario tra ricchi e poveri, la corte della regina Vittoria viveva un lucente splendore…

Proprio in questo numero, la corte e i suoi nobili hanno un ruolo centrale. Il nostro professore verrà convocato a Scotland Yard, dall’ispettore Stevenson, per indagare sui dei sanguinosi delitti perpetrati da assassini altolocati, molto vicini alla regina, che impazziscono dopo aver ricevuto misteriose e anonime missive contenti precisi simboli occulti. Per un’indagine completa verrà affiancato dalla bella, quando concreta Lady Emma Blackman, psichiatra che dirige il Bethel Royal Hospital, meglio conosciuto come manicomio di Bethlem. Un personaggio delizioso e tutto da scoprire, che ritroveremo anche in numeri futuri! Unendo le forze, i protagonisti, riusciranno a far luce sul mistero che avvolge gli omicidi.

“Futurismo: Passaggi e pulsione”, un saggio di Vitaldo Conte – CRITICA IMPURA


Su CriticaImpura un bel saggio di Vitaldo Conte cross-over tra Futurismo, Dadaismo, Esoterismo e Noise musicale ante litteram. Uno stralcio:

“Noi, del Futurismo, siamo i primitivi di una nuova sensibilità. Siamo l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia, il coraggio, la ribellione.” (F.T. Marinetti)

Futurismo manifesto di Arte Vita

La possibile eredità e attualità del Futurismo è anche nelle parole dei suoi manifesti: “Noi vogliamo cantare l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità”. Questi intenti oggi tendono a essere latitanti nelle varie espressioni della vita socio-culturale italiana. La delimitazione cronologica del cosiddetto Futurismo storico, circoscrivibile da studiosi al periodo che va dal 1909 al ‘15 o ‘19, può risultare una schedatura forzosa e semplicistica: misconoscendo gli sviluppi successivi (anche se meno eclatanti), non si vuole considerare l’ulteriore ricerca innovativa di questo movimento e della situazione storica (quasi tutti i futuristi furono impegnati in guerra). I manifesti, gli scritti, le loro conseguenti espressioni (successive alla grande guerra fino agli anni Trenta e oltre), più che a essere ispirate da intenti “occupazionali”, tendono a volersi radicare meglio (attraverso ampliamenti sinestetici) nelle segnaletiche dell’esistenza quotidiana. Esempi sintomatici di questo ascolto, oggi particolarmente vicino alle nuove espressioni: il Tattilismo, il Teatro della Sorpresa e quello Tattile, la Poesia pentagrammata – negli anni Venti –; la Cucina, la Fotografia, l’Aereopittura, l’Arte Sacra, la Radia, il Romanzo Sintetico, ecc. – negli anni Trenta –. La storia del Futurismo durò, comunque, per tutta l’esistenza del suo fondatore (che morì nel 1944): le esperienze postume ne rielaborano i linguaggi con la parola Futurismo preceduta da variabili prefissi o denominazioni. Il Futurismo si propone di essere, per mezzo della creazione, un’avanguardia delle avanguardie che vuole realizzare una sorta di rivoluzione permanente della coscienza. I suoi passaggi storici possono essere, infatti, meglio compresi, a oltre cento anni dalla nascita, proprio grazie alle successive poetiche che ne hanno ulteriormente sviluppato e metabolizzato le espressioni.Se accettiamo l’ipotesi della sua “rivoluzione continua”, questa potrebbe oggi essere maggiormente riscontrabile, non attraverso i linguaggi specifici “rivoluzionati”, ma, viceversa, attraverso i suoi ancora numerosi aspetti segreti che coinvolgono l’esistenza. Il Futurismo è Arte come Vita: un “movimento antifilosofico e anticulturale d’idee” che ricerca una creazione globale e contigua dei vari linguaggi con un vitalistico coinvolgimento di questi nella realtà quotidiana. Alla sua creativa azione di rottura va attribuito come merito una capillare diffusione di manifesti: per una sorta di ridefinizione di tutte le attività intellettuali ed espressive. Risulta essere una radicale sperimentazione a tutto campo, sensibile alla percezione simultanea e alla sinestesia. L’energia esuberante del Futurismo esalta la bellezza della Vita come Creazione, che diventa così “arte-azione, cioè volontà, ottimismo, aggressione, possesso, penetrazione (…) proiezione in avanti”. Questa sfida continua è una messa in gioco di arte-cultura-esistenza che si fondono in un linguaggio proteso verso il rinnovamento: “Armati di coraggio temerario e innamorati di ogni pericolo, essi arricchirono l’arte e la sensibilità artistica col succo e colle vibrazioni di una vita impavidamente osata vissuta goduta” (Marinetti).

Il Futurismo non è soltanto una molteplice possibilità di esprimersi è anche un modo di vivere, che ama incontrare emozioni e pericoli, protendersi verso il futuro. Convertirsi al Futurismo significa sposare la sua innocente crudeltà che vuole “uccidere” ogni stagnazione dell’atto creativo, in quanto l’arte “non può che essere violenza”. Il campo energetico di questo movimento deborda da ogni confine stabilito, talvolta al limite della visionarietà e mistica: “Fra le tante definizioni io prediligo quella data dai teosofi: “I futuristi sono i mistici dell’azione”.” (Marinetti). La bellezza di un’azione della vita come arte è già un dono di per se stesso.

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Media-Trek » Blog Archive » Petra Magoni e Ferruccio Spinetti al Blue Note


Segnalazione d’obbligo e di soddisfazione per Mario “Black M” Gazzola, che approda sul blog di Ernesto Assante di Repubblica e scrive una recensione a un concerto da lui visto; qui la rece, dallo stile ultrariconoscibile e unico. Complimenti, Mario!

Gli acuti aguzzi di Petra. Cos’avete pensato? Mica la tragica Petra fassbinderiana: qui parliamo della solare Petra Magoni, che a sentirla cantare vi riaccende la vita. Accompagnata dal fido contrabbassista Ferruccio Spinetti – con cui da 14 anni fa coppia nel rodato duo Musica Nuda – Petra Magoni è una “maga di Oz della voce” benedetta dalla musa Euterpe, t’incanterebbe anche cantando degli estimi catastali. Ma se accende il juke box all’idrogeno delle sue cover, allora dimentichi tutto e voli Over The Rainbow, perché lei ti fa superare di slancio ogni barriera: per prima quella incrollabile fra generi musicali “alti” o “bassi”. Già, nel suo canzoniere una Paint It Black di Caterina Caselli ha la stessa dignità di quella degli Stones, e Judy Garland o il Nat King Cole di Nature Boy possono andare a braccetto con Händel, Madonna o Donatella Rettore: purtroppo ieri sera ci sono mancate proprio le sue versioni funamboliche di Like A Virgin e Splendido Splendente, ma vi basti sapere che la sua Blackbird non teme il confronto con le mille cover che già conoscete della gemma musicale di McCartney.

Chiara Prezzavento

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… Dorothy si trova in un mondo colorato con delle piccole casette e una stradina dorata, in viaggio verso la città di smeraldo. Il mago di Oz (1939)

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