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Spacejunk, the Kessler syndrome | Neural


[Letto su Neural]

Per l’uomo, la conquista dello spazio è cominciata nel 1957, quando l’Unione Sovietica lanciò con successo il satellite artificiale Sputnik. Da allora sono più di 4.000 i satelliti e oltre 500 gli astronauti che sono andati nello spazio. In quasi 60 anni, nonostante le importantissime scoperte scientifiche raggiunte, le missioni spaziali sono state spesso soggette a forti critiche dovute a diversi fattori tra cui gli altissimi costi, la non indifferente percentuale registrata di fallimenti e di perdite umane, e il fortissimo impatto ambientale che esse hanno sul nostro pianeta e oltre… È stato infatti stimato che centinaia di milioni i detriti spaziali, grandi come autobus o più piccoli di scaglie di vernice, si muovono in questa regione del Sistema Solare. Essi orbitano intorno alla Terra a velocità che possono raggiungere i 36.000 km orari, rappresentando non solo un concreto pericolo, ma anche e soprattutto un enorme non gestito accumulo di rifiuti galattici. A puntare l’occhio su questo denso sciame ci sono vari istituti aerospaziali ma anche l’arte vuole fare la sua parte: l’americano David Bowen, infatti, avvalendosi di robotica, sensori, tele-presenza e un coordinamento software, ha dato vita ad un’installazione che è al tempo stesso scienza e poesia: un sofisticato eppure minimale kata tecnologico. All’interno di una stanza, un gruppo di braccia robotiche mosse da un sistema di osservazione in tempo reale della spazzatura spaziale, librando spogli legnetti come bacchette magiche, disegnano all’unisono nell’aria invisibili tracce. Così come invisibili sono per l’occhio umano le tracce percorse a folli velocità dalle migliaia di rifiuti spaziali che orbitano sulle nostre teste. Una minaccia silenziosa e massiccia, figlia delle promesse non mantenute della tecnologia utopica e dell’innovazione, riportata da Bowen in una danza robotica un po’ scienziata e un po’ ambientalista.

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