HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per luglio 11, 2017

Ricordi stratificati


Negli abissi insondabili delle parole, ogni richiamo si porta alle complesse regole delle elevazioni, immensi ricordi stratificati in olografie.

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Lacan e le parole imposte | L’indiscreto


Un paziente di Lacan, il celebre psichiatra, soffriva di una strana malattia: la “sindrome da automatismo mentale”. È la dimostrazione finale, estrema, del linguaggio che è un virus, come sosteneva Burroughs. Su L’Indiscreto.

Quel che è certo, poiché rifiuta il carattere allucinatorio delle sue parole imposte, è che la cosa ha «aspetto di parola nella misura in cui è costruita come un discorso, come io parlo a lei. Io non restituisco la logica delle visioni, sono parole che sento nel mio cervello». E poi: «Non è qualcosa di pensato, arriva con il contatto, arriva tutto d’un colpo, ci sono delle frasi parassite che vengono a innestarsi». Ecco il carattere di parassita, di cancro della parola. Ecco l’aggressività sempre mortale e inaccettabile. Ecco il suo ritorno nel transfert: l’allucinazione.

Can’t Help Myself, helpless concerned robots | Neural


[Letto su Neural]

L’uso di robot industriali nell’arte di solito sfrutta I potenti valori estetici trasmessi dalla loro forza assoluta, generalmente mediati da una eleganza aliena meccanica. Nelle installazioni, essi sono protetti dal pubblico per ragioni di sicurezza, e questo aumenta le loro qualità esotiche come bestie di un altro pianeta in uno zoo futuristico. Anche in Can’t Help Myself di Sun Yuan and Peng Yu viene utilizzato Kuka, un robot industriale. Il suo braccio ha una enorme spatola attaccata, che cerca senza fine con veloci e precisi movimenti di rimuovere al centro il liquido rosso scuro che ricopre il pavimento, non riuscendoci mai. Le inutili, alle volte frenetiche azioni di pulizia possono essere interpretate in maniera controversa, perché il liquido somiglia molto al sangue. Gli artisti definiscono la loro posizione riguardo alle previsioni per il futuro come “piacere e paura” e il lavoro è stato commissionato e acquistato come la prima opera di arte robotica dal Guggenheim Museum.

Franck Vigroux – Rapport Sur Le Désordre | Neural


[Letto su Neural]

Elettronica, elettroacustica, noise e musica contemporanea: questa è la speciale mescola che Franck Vigroux alimenta in Rapport Sur Le Désordre, produzione comprensiva di quattro tracce per lato, un’ideale proseguimento di Centaure, performance audio-visual messa in scena con Kurt D’Haeseleer, producer video e fondatore del Werktank (una sorta di factory avanguardustica dedicata alla new media art). Centaure e Rapport sur le Désordre sono i capitoli finali di una lunga e consistente serie sugli immaginari distopici, tema al quale il compositore, musicista e performer, pare assai legato e che in passato lo ha visto protagonista in altre delle sue innumerevoli uscite (sono ben sedici, complessivamente, gli album licenziati dal transalpino fra produzioni soliste e progetti di altra natura). Vigroux, che ha collaborato anche con Mika Vainio (Pan Sonic) e Matthew Bourne (pianista e compositore altrettanto appassionato d’elettronica analogica e atmosfere rarefatte), infonde in queste sue piece futuribili un equilibrio decisamente inconsueto, pregno d’altalenanze ma infine coerente e molto intenso negli effetti, che sono dispensati in trame suggestive e mai banali, così come la complessità degli intrecci, che sorprende positivamente, catalizzando all’ascolto grazie ad una ipervivida tensione, ricca di stimoli auditivi e di fervida immaginazione narrativa. La propensione cinematica è palpabile in questo solo apparente “disordine”e altrettanto la ricerca di un adeguato climax: la “sintonizzazione” viene attivata facendo leva su toni più “apocalittici” che “integrati”, seppure nel gioco delle parti ancora una certa emozione metropolitana è meticciata da un approccio piuttosto esclusivo e imprevedibile, attento ai dettagli ma non civettuolo e nemmeno alla ricerca di troppo facili consensi. È un album volutamente contraddittorio ma ricco di nuance, Rapport Sur Le Désordre, che non poteva che confermare gli intenti più volte dichiarati dalla stessa DAC Records (D’Autres Cordes), etichetta di casa nel cui catalogo è stata presentata l’opera, a conferma dell’efficacia e della passione per la commistione di più elementi stilistici e “trans-disciplinari”.

La sopravvivenza degli antichi dei: American Gods e le metamorfosi delle religioni | L’indiscreto


Gli Dei non muoiono: si nascondono, si combattono e si trasformano. Alcune riflessioni a partire dalla serie American Gods, originaria della penna di Neil Gaiman, che traccia un percorso di sopravvivenza del mito degli Dei: tutto ciò mi ricorda Lovecraft e il suo pantheon di divinità ancestrali, terrificanti e potentissime. Su L’Indiscreto.

Che gli dei non siamo mai morti, ma abbiano subito trasformazioni, camuffamenti, alterazioni e risemantizzazioni, è un’idea condivisa da un nutrito gruppo di scrittori e ricercatori. È questo il caso delle ricerche iconografiche condotte presso il Warburg Institute di Londra. Gli allievi ed i collaboratori dello storico dell’arte amburghese Aby Warburg hanno continuato il suo progetto di ricerca: lo studio della sopravvivenza delle immagini degli dei Greci attraverso le loro peregrinazioni nell’astrologia islamica, nella poesia medievale e nelle immagini allegoriche del tardo medioevo, che recuperano infine la loro forma originaria nella filosofia e nella pittura del Rinascimento italiano.

“[…] il rinascimento ci appare come una reintegrazione di motivi antichi nella loro forma antica: non dunque una “risurrezione” come spesso si lascia intendere, ma un ripristino e un rinnovamento. “Rinascendo”, Ercole ritrova la muscolatura atletica, la clava e la pelle di leone, insomma i suoi attributi classici. Non può dirsi invece che risorga, perché, come Marte o Perseo, in realtà non era mai morto. Era andato perduto il suo aspetto esteriore, ma il nome e l’idea si erano conservati nella memoria di artisti e letterati. Allo stesso modo, anche Perseo aveva continua a vivere sotto le spoglie di un turco e Marte sotto quelle di un cavaliere. Bisognerà guardarsi però dal concludere affrettatamente che la forma classica, che era stata caratteristica di queste divinità, si fosse del tutto dissolta. Malgrado lunghe eclissi, il Medioevo ne aveva conservato il ricordo, un ricordo mantenuto e ravvivato, del resto, in certe epoche privilegiate, dalla vista delle rovine antiche e dalla lettura dei poeti” (Jean Seznec, La sopravvivenza degli antichi dei).

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