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Archivio per settembre 5, 2017

Sole endotermico


Le ragioni che adduci sono inserite in un contesto di variabilità incarnata, lasciata rapprendere sotto un sole endotermico di dubbia comprensione.

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Victory over the sun, light sufficiency | Neural


[Letto su Neural]

Victory over the Sun è un progetto ancora in corso (iniziato nel 2015) ideato dall’artista Elisa Balmaceda (sviluppato in collaborazione con Celeste Rojas e Francisca Gacitua) all’interno della serie “Electric Fields”. Il titolo è un riferimento diretto all’omonimo musical futuristico russo di Aleksei Kruchenykh, famoso per i costumi e la scenografia di Kazimir Malevich. Nel musical del 1923 la storia è incentrata sulla rapina del sole da parte di personaggi eccentrici e colorati: esso viene imprigionato in un secchio di cemento, come celebrazione dell’auto-sufficienza energetica e del progresso tecnologico dell’uomo. L’opera contemporanea di Balmaceda è composta da un video e una foto con una lunga esposizione. Nel video, l’occhio della fotocamera segue il cammino di una persona che percorre la valle dei meteoriti, nel deserto di Atacama, in Cile, lungo quella che sembra essere una fila infinita di piloni elettrici. È notte, il soggetto cammina lentamente tenendo in una mano una sorta di tubo al neon (come se fosse una torcia) che si illumina ad intermittenza a seconda dell’intensità del campo elettrico intercettato. La fotografia con una lunga esposizione rappresenta la stessa azione, congelando il cammino in una banda di luce, forse per mettere in risalto la quantità sufficiente di energia prodotta dagli esseri umani, nonostante il suo lento inesorabile esaurimento. Terminata con la nascita del sole, quest’opera sembra ironicamente invertire la narrazione dell’opera futurista che ha ispirato l’artista: chi vince realmente, se il Sole in conclusione risalta nel paesaggio finale?

Un saggio per (ri)scoprire il dandismo | BooksBlog


Su BooksBlog la segnalazione del saggio Storia inimitabile del Dandy, scritto da Ellen Moers, che indaga le origini e lo sviluppo del dandismo, estetica e filosofia di vita assai particolare.

Il dandismo, inteso come fenomeno sociale, e perfino politico, con ripercussioni sul mondo delle idee, fu un’invenzione della Reggenza: vale a dire del periodo della storia d’Inghilterra in cui l’aristocrazia e la monarchia furono più disprezzate (e quindi per reazione divennero sempre più insopportabilmente chiuse, esclusive). Il dandy, come George Bryan Brummell detto “Beau” lo creò, si isolò sul piedistallo inavvicinabile del proprio io: divenne l’arbiter elegantiarum, o, come si diceva allora, «non plus ultra del ton maschile».

Il dandy non difende la sua integrità vivendo distaccato dal mondo, anzi, frequenta a bella posta tutta la fauna di seccatori che affliggono questa terra, romantici, pedanti, atleti, magistrati e così via, per dimostrare a tutti la propria superiorità. L’essenza stessa del dandismo brummelliano consiste nella raffinatezza dell’umorismo e di tutte le cose soggette alla norma del gusto. L’ordinario, è assolutamente sconveniente per il dandy. Ogni suo atteggiamento, dal modo di danzare a quello di cavalcare dev’essere controllato, definito e assolutamente differente da quello della massa. Il dandy non ha né obblighi né vincoli affettivi: il dandy ha un unico scopo ovvero essere se stesso

Una Tomba per gli alieni: La Toscana negli occhi, Palude, in revisione.


Nuovo esempio di capacità letteraria per Udivicio “Leo Bulero” Atanagi, preso pari pari dal suo blog; copi e incollo, cosicché ve ne possiate render conto…

Erano finiti così in in mondo di roulotte e strade sterrate, un mondo marginale dove il loro tetto era stato il cielo stellato, filtrato da quella patina di polvere sporca che si accumulava incessante sul parabrezza dall’auto.

Avevano vissuto in movimento, rimanendo solo per periodi limitati nei luoghi più oscuri ed esotici della regione. Paesini dimenticati da Dio, depressioni nella terra popolate da poche decine di anime che sembravano spettri, o ricordi di un tempo passato.

A Teresio era rimasto impresso il giallo. La Toscana non è verde, è gialla, è il giallo ardente dei campi di grano dove il sole sembra vomitare una luce accecante e cupa che poi tende a tonalità più scure. Colori per cui non sono ancora nati occhi adatti a vederli, desolazioni che si possono percepire solo con il cuore o con lo stomaco, con sensi nuovi e abissali che si annidano nelle profondità della carne. Poi avevano visto le ville, le società che ammiccavano a rituali antichi o scimmiottavano antichi misteri, avevano visto i colletti degradarsi, riempirsi di vermi, un senso di sporco nascosto da una lucentezza apparente. I corpi degli omicidi rituali dei mostri, ancora lì, carie, fantasmi, spiriti inquieti che vagavano per i boschi, l’inferno accecante di Fiesole, l’esoterismo storpio di certe aree suburbane o profondamente urbane fatte di arcate e forme, e architetture ecclesiastiche che parevano ambire a qualcosa d’altro, come se guardando un rosone il rosone potesse cominciare a girare e con lui a girare anche lo spirito, come quei mostri messi fuori dalle chiese, a spaventare, a dissuadere, non entrate oppure entrate, guardate l’orrore negli occhi, scopritene la polpa più morbida, la nudità segreta.

Sean Cubitt – Finite Media: Environmental Implications of Digital Technologies | Neural


[Letto su Neural]

I sistemi digitali hanno causato, col tempo, una relazione che può essere considerata molto vicina alla pura “devozione”. Siamo interessati ai rituali ipnotizzanti di cui riempiamo la nostra vita, ma essi hanno la proprietà di renderci completamente insensibili agli straordinari sprechi di risorse sociali e naturali che implicano e provocano o come Cubitt afferma nel testo, noi pensiamo “che la merce dei consumatori non ha storia”. Questo libro esamina l’infrastruttura globale digitale e il suo mantenimento economico attraverso la sua vorace necessità di energia e materie prime da un lato e la privazione dei poveri lavoratori dall’altro. Fin dall’opera precedente Ecomedia (2005) Cubitt ha indagato le dimensioni teoriche di ecologia, media e arte con un approccio intrecciato. È semplice riconoscere le due parti principali in cui è suddiviso il libro. Nella prima, l’esposizione di verità inquietanti coinvolge un ampio spettro di campi connessi, e rafforza il fatto, attraverso dei casi di studio, che non possiamo limitare il tema dell’ecologia soltanto alla natura, ma occorre includere anche gli “ambienti secondari” dei media e della tecnologia. La terrificante combinazione dei fatti e delle cifre in questa parte è messa insieme con il conseguente sviluppo nella seconda parte di un rigoroso approccio politico e filosofico, che porta al sostegno di “una estetica eco-politica mediatica”. Questo libro può essere attribuito a queste essenziali idee; dal momento che il concetto di limitatezza declinato nel proprio titolo, richiede un più ampio e efficace ambientalismo, comprendendo finalmente tutte le parti tuttora fondamentali del suo discorso.

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Questo blog è il mio taccuino personale, lo uso infatti per appuntare poesie che poi modificherò immancabilmente. Quindi siete avvertiti: quel che leggete oggi domani potrebbe essere diverso, o non esserci affatto.

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Blogger e studente di Comunicazione e ricerca sociale. Scrivo di geopolitica, diritto e tematiche ambientali, attraverso un'ottica globale sulla società europea ed internazionale.

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