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Archivio per settembre 13, 2017

FREAKSHOW di Pee Gee Daniels | Recensione apparsa su Iyezine – KippleBlog


Su Iyezine è apparsa una bella recensione a FreakShow, il romanzo di Pee Gee Daniel che ha vinto il premio Kipple 2016; eccone un corposo estratto, perché la critica è organica e ha bisogno di spazio per dispiegarsi:

Il circo itinerante Korallo’s gira nella spazio per proporre il suo spettacolo. La ciurma diretta da Korallo, anima e boss di questa attività, è formata da un popolo selezionato di freak, esseri deformi e fenomenali, questi monstrum nell’accezione latina: dei prodigi, esseri fenomenali, portentosi, eccezionali. Una specie di Corte dei Miracoli futuristica ma in grottesca salsa d’antan da circo di fine ottocento. In questa marmaglia dedita allo spettacolo da circo affiorano nani, giganti dalla forza brutale, donne grassissime e uomini stecco, sorelle siamesi, donne barbute, uomini focomelici, ragazzi microcefali, la tipica dotazione fenomenologica di un buon circo stile Barnum.

Ma Pee Gee Daniel, l’autore di questo romanzo edito da Kipple nella collana Avatar , romanzo vincitore del Premio Kipple 2016, ci trasporta tra gli accadimenti di questa strampalata truppa di freak in un’epoca diversa da quella che ci si potrebbe aspettare, in città che hanno tutto l’aspetto di quelle odierne ma su cui scorre trasversale una serie di riferimenti che ci fanno capire che siamo in un mondo infinito, nel quale l’uomo è riuscito a viaggiare nello spazio e a colonizzare altri pianeti. Dunque questa ambientazione superkitsch, ambigua e di un nobilissimo trash, tra surreale in salsa fine secolo e trama spaziale, fa acquistare al libro una stravagante e interessantissima peculiarità. Come in maniera sopraffina contaminare i generi, insomma, come aggiungere verve a un adattamento che così compare duplice (o triplice, ad infinitum), e che vagamente traveste il racconto di un’atmosfera stile Steampunk, e poi grottesca, e ironica, totalmente visionaria.

Questa storia è assolutamente da leggere perché riesce a creare un connubio singolare di atmosfere e ambientazioni e generi, con un linguaggio ricercato che anch’esso sembra attingere da un certo genere di romanzo di fine secolo, con richiami a squisite interpretazioni della lingua che sì all’inizio sembra inceppare un poco la lettura per la sua voluta ricercatezza ma che poi si fa godibilissima divenendo a tutti gli effetti una caratteristica inscindibile al racconto. Giallo, humor, fantascienza, amalgamati da una narrazione istruita e nozionistica: ecco un pacchetto esclusivo da non lasciarsi scappare.

Sinossi

Su un lontano avamposto spaziale sul satellite Europa, viene ad allietare la popolazione il circo Korallo, costituito da singolarità bizzarre, un freak show dove creature deformi si agitano per strappare un sorriso, un moto di riprovazione, uno sbigottimento in cambio di pochi spiccioli equivalenti al biglietto d’ingresso. A risvegliare la deprimente situazione, nasce tra gli artisti un improvviso credo religioso: Uincio Uancio, che salverà tutti i freak del circo per portarli nel paradiso degli sgorbi. Sarà vero? Chi è questo messia che si profila tra gli infelici malformi? L’entusiasmo che infetta ogni artista del Korallo è coinvolgente e attraversa le lande siderali del mondo di frontiera in cui vi troverete con loro.

Pee Gee Daniel | Freakshow
Copertina di Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 208 – € 1.95 — ISBN 978-88-98953-67-7
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 200 – € 15.00 — ISBN 978-88-98953-68-4

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Compendio di Ortodossia Nihilista | Perpendiculum


Sul blog di Marco “Antares666” Moretti, sono leggibili ben due post (uno di Pietro Ferrari) che trattano il Nichilismo e, in qualche modo, ampliano l’orizzonte oscuro dell’Esistenzialismo. I post sono leggibili qui e qui, e così vi allego sotto una parte del trattato.

Vivere il Nihilismo significa esser contro se stessi e l’umanità, recidere ogni legame con la comunità dei gaudenti, negare il consenso alle istituzioni che governano la società, avversare la natura come il proprio peggior nemico. Il comandamento dei nihilisti è: “Disprezza il mondo come te stesso“.

Il Nulla, nell’ambito dell’esperienza individuale quotidiana, costituisce la dimensione spirituale e pratica del nihilista ortodosso. Esso equivale ad una specifica modalità di rapporto rispetto alle cose ed alla propria soggettività, che trova espressione nella disciplina esistenziale nihilista basata sulla rinuncia, sull’atarassia e sull’aprassia.

Per un nihilista la propria morte non è mai prematura. Una morte rapida e subitanea è sempre un evento auspicabile, da augurarsi in ogni istante. Cosa c’è di meglio che trapassare nel Nulla imperituro? Cosa c’è di meglio che cessare di esistere? La morte ci strappa dalle grinfie di una natura crudele, ci libera dal tormento della coscienza e del pensiero, della percezione sensoriale, dei bisogni fisiologici. Con la morte si smette di soffrire, di desiderare, di provare ansie e delusioni. Attendiamo dunque il suo sopraggiungere con animo sereno: insieme alla vita non perdiamo altro che un fardello di dolori.

Morire è preferibile al nascere, il non essere preferibile all’essere. Solo una perversa inclinazione al delitto è in grado di spiegare la perseveranza funesta degli umani nel procreare, nel voler garantire continuazione alla propria specie scellerata in ogni angolo del globo.

Leggi il seguito di questo post »

Il progetto più estremo: il Cosmismo russo | L’indiscreto


Tornando sul concetto di Cosmismo, su L’indiscreto è disponibile un articolo molto esteso che tratta in modo anche filosofico e teologico l’argomento.

La strana storia di Nikolaj Fëdorov, il cosmista russo che voleva abbattere la morte, acquisire il potere assoluto sulla Natura, far risorgere tutti gli antenati e colonizzare l’Universo.

«Ecco un sant’uomo», disse Lev Nikolaevič. «Non possiede nulla. Cede subito alla biblioteca tutti i libri che compra o che gli sono donati. A casa dorme sopra un baule coperto di giornali in una cameretta affittatagli da una donna anziana. Naturalmente è vegetariano, anche se, timido e modesto qual è, non gli piace parlarne. Sappiate, però, che ha una sua teoria!»
E Tolstoj iniziò a raccontarci qualcosa di strano: Fëdorov non riesce in alcun modo ad accettare che gli uomini muoiano e che coloro i quali ora ci sono molto cari un giorno scompariranno senza lasciare traccia, perciò ha sviluppato una teoria secondo cui la scienza, con un gigantesco balzo in avanti, scoprirà un metodo per estrarre dalla terra i resti, le particelle dei nostri antenati, per poi riportarli in vita.

Come nella famosa dicotomia (suggerita a Sir Isaiah Berlin da un frammento attribuito all’antico poeta greco Archiloco) fra la volpe, che sa molte cose, e il riccio, che ne sa una grande, Nikolaj Fëdorov era un pensatore che aveva un’unica grande idea. Credeva che tutti i problemi conosciuti avessero un’unica radice nel problema della morte, e che nessuna soluzione ad alcun problema sociale, economico, politico o filosofico si sarebbe dimostrata adeguata finché non fosse stato risolto il problema della morte. Una volta trovata la soluzione a tale problema, si sarebbero trovate di conseguenza anche quelle che avrebbero permesso di risolvere tutti gli altri.
Tutti i suoi scritti, raccolti sotto il titolo Filosofiia obshago dela, (La filosofia dell’Opera Comune) sono dedicati a una soluzione del problema della morte. Egli credeva che qualsivoglia questione, quantunque triviale in apparenza, fosse in sostanza e letteralmente una questione di vita o di morte. Qualsiasi considerazione, quale che sia l’argomento a cui si riferisce, come lo sviluppo della calligrafia, o l’abbigliamento femminile, o la storia completa della specie umana, conduce all’unica medesima conclusione: la decomposizione è la regola universale è la ricomposizione è il compito umano. Ovunque guardi, Fëdorov vede manifestazioni del principio naturale di decomposizione, eppure, con inesauribile ottimismo, considera ogni esempio di decomposizione come una nuova occasione per iniziare il compito umano della ricomposizione.

machine brut(e), temporal monolithism | Neural


[Letto su Neural]

La correlazione tra suono ed architettura è stata spesso espressa nello spazio come mezzo principale attraverso il quale il suono e le strutture possono essere espresse. Raramente, invece, principi architettonici specifici sono stati applicati al suono, attuando questo tipo di transdisciplinarità alla composizione. Seguendo questa prospettiva, Machine brut(e) è una serie di dieci sculture sonore di Mo H. Zareei (aka mHz), un musicista e artista iraniano, che cercano di rispecchiare l’architettura Brutalista. Nella sua installazione, egli mostra 10 composizioni suonate da diverse combinazioni di sculture, ma tutte composte da motivi (di solito lunghi una o due battute) ripetuti in infiniti loop, metaforicamente mimando la geometria a griglia dell’architettura Brutalista. Zareei vuole realizzare un “monolitismo temporale” per questo ogni scultura è posizionata in maniera accurata in ogni composizione, ed anche un blocco di cemento grezzo (béton brut) è simbolicamente presentato.

DAVID GILMOUR – LIVE AT POMPEII AL CINEMA – L’INTERVISTA | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia c’è una bella intervista a David Gilmour, che proprio oggi (e soltanto qui in Italia per altri due giorni) proietta il suo David Gilmour a Pompei nei migliori cinematografi esistenti. Io andrò a vederlo venerdì…

DD: Il concerto di Pompei è spettacolare, con le gradinate vuote e il pubblico al centro dell’arena. Prima di sentire alcuni spezzoni del concerto vorrei parlare con Gilmour di un’altra volta in cui Pink Floyd suonarono nello stesso anfiteatro a Pompei, senza un pubblico, nel 1971. Questo concerto è disponibile online e nell’ultimo boxset dei Pink Floyd. Qual è il tuo ricordo del film del 71?

DG: Passammo qualche giorno là,  andammo sul monte del Vesuvio, e in delle sorte di piscine di zolfo bollente, e registrammo tutto in modo piuttosto amatoriale, il live fu registrato in una macchina a 8 tracce, e in qualche modo i nostri ragazzi riuscirono a far funzionare il tutto. Ne abbiamo ottenuto un bel film.

DD: Vi preoccupaste dei rischi di disturbare il luogo?

DG: Allora? No, non avevamo un sistema di amplificazione perché i microfoni erano collegati direttamente al nastro, c’erano solo i nostri amplificatori, quindi non penso ci fossero rischi di danneggiare niente. Non come adesso, abbiamo dovuto assicurare gli abitanti della città e l’amministrazione del sito archeologico che non avremmo fatto alcun danno.

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