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Archivio per ottobre 10, 2017

Una Tomba per gli alieni: Milena, Albedo, Palude


Ancora un arrivabile brano per Uduvicio “LeoBulero” Atanagi. Dal suo blog, tutto d’un fiato.

L’acqua scivolò sul corpo nudo di Milena, le gocce fredde correndo nelle loro scie, disegnarono forme e geometrie sulla sua pelle bianchissima.

Si guardò i seni, si guardò l’ombelico, l’acqua della doccia che curvava seguiva morbida i lineamenti della pancia, scendeva sul sesso, fino a sgocciolare tra le gambe, sopra i piedi.

L’acqua toccava e schizzava anche sopra quelle piccole protuberanze, le rivestiva di una pellicola trasparente, quei piccoli tentacoli che adesso si muovevano agitati tendendo verso l’alto come piante, crollando poi verso il basso, ondeggiati come le alghe sul fondo del mare.

Era il suo segreto, era la sua nuova forma che era uscita fuori da dentro di lei, che le aveva dato le sue vere fattezze o un accenno alla sua essenza, la sua mutazione verso forse quella bianchezza a cui anche Milena, con le sue cellule ambiva. I tentacoli erano sbucati lentamente, prima in accenni, piccole bolle che poi avevano preso lineamenti precisi, avevano iniziato a muoversi dentro a un prurito. Era stato prima o dopo Teresio?

Sebastian Barsoldi di sicuro li aveva già visti, li aveva succhiati e ci aveva messo le dita, anche in quelle fessure che si formavano, anche dentro dove le dava piacere.

Quando li toccava lei, di solito provava uno strano bruciore, un bruciore bello, senza vergogna, diverso da quando si masturbava, lo definiva un senso fresco e luminoso, era una cosa sua e bella e anche se lo nascondeva, anche se non capiva la faceva sentire speciale e più forte.

Quel giorno però i piccoli filamenti di carne si muovevano veloci, si agitavano violenti in delle specie di spasmi, poi diventavano duri e delle volte frustavano sulla carne come faceva la frusta di Sebastian Barsoldi. Quando li sfiorava, poi, si avvinghiavano alle dita e bucavano, facevano male e lei si chiedeva se fossero loro a sentire qualcosa oppure se quel movimento, quella tensione non nascesse forse da un suo turbamento.

Guardò in alto verso la doccia e vide una miriade di buchini e poi dei fili bagnati e poi infinite gocce e infinite creature che si muovevano fetali dentro alle gocce, poi si toccò la gola e si rese conto di avere un’ansia fortissima, aprì la bocca, il freddo le scivolò sulle labbra, le entrò dove era più caldo, lei gonfiò la pancia, l’acqua ci scivolò sopra veloce, le gocce si persero disordinate sul pube, soffiò.

Cosa succede? Domandò allora, e la sua voce risuonò sola nella doccia vuota, nello scrosciare argentato, costante, in quella luce biancastra che filtrava dall’alto di una fessura che adesso le accarezzava la carne, i capelli, il sedere rotondo, la parte più bianca, più lattea, delimitata dal segno del costume da bagno.

Umanità sotto attacco | L’indiscreto


Ancora sulle Intelligenze Artificiali, che hanno preso possesso del terreno scacchistico e di altri giochi enigmatici affini. C’è speranza? O la speranza è una trappola inventata dai padroni? Su L’indiscreto

23, 25 e 27 maggio 2017. Segnatevi queste date perché potrebbero finire nei libri di storia: non segnano ancora lo spartiacque della singolarità tecnologica, che spaventa molti, ma il definitivo passaggio di consegne tra intelligenza umana e artificiale sul campo dei giochi scacchistici. Negli scacchi propriamente detti, di nobile tradizione occidentale, il cervello dell’Homo Sapiens ha alzato bandiera bianca da almeno dieci anni, col potentissimo motore di Fritz che metteva in imbarazzo il campione Vladimir Kramnik. Troppo semplice la struttura del gioco, troppo limitati gli spazi sulla scacchiera per impensierire i moderni processori alimentati da una serie di algoritmi sempre più vasta; se n’era già accorto Garry Kasparov quando strappò un pareggio a Deep Blue, ormai preistoria in quanto a potenza di calcolo, tra 1996 e 1997. Caduti gli scacchi l’ultimo baluardo restava il go, antico gioco cinese diffuso in tutto l’estremo oriente: su una griglia 19×19, per un numero di posizioni calcolabile in 2,08×10^170,  si dispongono pietre bianche e nere allo scopo di conquistare porzioni del campo di battaglia. Una guerra di logoramento di cui solo l’istinto umano può cogliere le più intime sfumature, si diceva, grazie alla vastissima gamma di aperture disponibili che impediva alla macchina di trovare la soluzione vincente per tentativi, col cosiddetto metodo della forza bruta. Più che la ricerca ossessiva del vantaggio numerico, specialità del computer, sulla tavola da go serve il coup d’oeil dei migliori generali. Di questo erano convinti gli esperti, prima dell’avvento di AlphaGo.

Ceci n’est pas un Klingon: le polemiche su Star Trek Discovery | FantasyMagazine


Bell’articolone, su FantasyMagazine, a cura di Emanuele “Manex” Manco, dedicato al nuovo corso di StarTrek, che è tornato a essere serie televisiva e coinvolge in maniera diversa i Klingon, attori fondamentali dell’universo che, da cinquant’anni, è forse il polo maggiore di attrazione del fandom SF mondiale.

Segnalo l’articolo per i puristi, per coloro che pensano che la SF sia soprattutto questo; lo segnalo sia per omaggiare il gran bel lavoro di Emanuele, sia per segnare il mio distacco da tali tematiche: per quanto mi riguarda la SF è ben altro, è frontiera, è ricerca dell’inumano, in StarTrek non ravviso nulla di tutto ciò ma solo maniere per sentirsi di appartenere a un genere d’avanguardia, che tale non è.

Blade Runner 2049 | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com una bella recensione, a opera di Giovanni De Matteo, del film Blade Runner 2049. Devo andarci presto, devo vederlo subito… Un estratto:

Nei suoi 163 minuti Blade Runner 2049 regala così all’appassionato un’abbondanza di motivi per riprendere il filo di un discorso che per trentacinque anni non si è mai davvero spezzato. L’insieme fornisce un quadro organico e convincente, ma nelle singole parti la sinergia tra script, montaggio, scene e regia riesce a regalare attimi da brividi.

Memorabili sono la visita agli archivi della Tyrell Corporation scampati alla catastrofe e la progressiva presa di coscienza di K della vera natura dei suoi ricordi, per non dire dell’incontro tra Deckard e K in un casinò abbandonato, sulle note di Can’t Help Falling in Love suonate da un Elvis olografico.

Lo stesso discorso si applica anche alla fotografia di Deakins: sia che debba dare vita alla danza degli ologrammi per le strade di Los Angeles o riprodurre gli effetti della realtà aumentata, sia che venga chiamato a immortalare le gigantesche sculture dalle seducenti forme femminili abbandonate per le strade di Las Vegas, il maestro inglese ci regala campi lunghi di una perfezione pittorica. Istanti di pura, assoluta delizia per gli appassionati, che vedono gli sviluppi del film abbracciare anche due aspetti di grande interesse lasciati fuori da Blade Runner: il primo è il kipple, l’incontrollabile massa di rifiuti che era una delle intuizioni più geniali del romanzo di Dick, che viene qui trasfigurato nell’immensa discarica alle porte di Los Angeles che fa da sfondo a una delle tappe cruciali dell’indagine/regressione di K; l’altro è il movimento clandestino di liberazione dei replicanti, sottinteso nel film di Ridley Scott, una sorta di Underground Railway del futuro costruita per consentire ai replicanti di tornare sulla Terra e qui di costruirsi (o combattere per) una nuova vita.

En passant, è degno di nota il fatto che entrambi questi elementi comparivano nell’epocale videogioco omonimo sviluppato nel 1997 dai Westwood Studios.

Le due ninfe – La finestra di Hopper


Un bellissimo racconto inedito di Francesca Fichera; sul suo blog, da leggere tutto d’un fiato, in leggerezza poetica e introspezione emozionale.

Lei era di fronte a me, i riccioli neri sparsi sulle spalle in un ordine elettrico che non riconoscevo. Il suo sguardo azzurro e torvo mi penetrava. Aveva le braccia distese lungo il corpo e pugni stretti e tremanti alla fine, lambiti appena dai ciuffi bianchi delle onde.

Era venuta fuori con me, in me, quando credevo non fosse esistita mai. Nella mia storia eterna di ninfa marina il pensiero che non fossi unica non aveva attraversato una sola volta i miei pensieri. Giorni, anni, secoli, erano trascorsi nella bonaccia dell’assenza di dubbi. Ma è impossibile, mi dico, nutrire incertezza dell’inesistente.

A tradire la quiete era arrivato lui: il vento, il mio vento. Con gli occhi azzurri come i miei, che nascondevano una mente diversa e un cuore simile. Arrancava sulla spiaggia ogni mattina e pomeriggio, prima e dopo la scuola, con i capelli lucidi che diventavano arruffati col passare delle ore. Sedeva sulla sabbia tendendo i suoi calzoni buoni sulle cosce e mi – o dovrei dire ci – guardava. E io, spumeggiando, guardavo lui. Quelle rare volte in cui sfilava scarpe, calzini e arrotolava i pantaloni fin sopra le caviglie per raggiungermi, mi divertivo a solleticargli i piedi con dita fresche e bagnate. Tante creature avevano immerso i loro corpi nell’acqua su cui vegliavo ma nessuna di esse assomigliava a lui, per quanto al tempo di questa sensazione non riuscissi ancora ad afferrare il vero significato. Intuivo solo fosse un segno, una di quelle cose che solamente l’eternità capisce ma a cui il presente rivela d’essere sempre troppo cieco.

Eppure l’istinto mi diceva di non passarci sopra, come facevo con le impronte sulla battigia; voleva aprire i miei occhi invisibilmente blu, che guardavano davvero solo quando c’era lui, così bello e concreto come nessun corpo umano prima d’allora mi era apparso.

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