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Archivio per febbraio 6, 2018

Harvest, clean cryptocurrencies for climate change | Neural


[Letto su Neural]

Julian Oliver, uno dei più importanti autori del manifesto “Critical Engineering”, non ha mai smesso di creare opere d’arte con un aspetto solido, sia universalmente valide che in grado di aprire uno spazio di conoscenza e senso di contraddizione nel pubblico. “Harvest” ancora una volta possiede queste qualità. Utilizza una turbina a vento 2m collegata ad un computer (resistente alle intemperie), il quale è connesso ad internet attraverso 4Guplink. L’energia ottenuta dal vento e dalle tempeste alimenta i requisiti del computer per estrarre una criptovaluta (Zcash). I soldi incassati quindi vengono donati alle organizzazioni di ricerca sul cambiamento climatico senza scopo di lucro. Viene definito dall’autore un’opera di “arte ambientale computazionale”, Harvest è un breve circuito semiotico. Il valore associato con i simboli utilizzati cambiano tra i diversi sistemi, mentre passano attraverso, e sono in un circuito. Come in una poesia, essi sono entrambi opinabili e condivisibili. Alla fine ciò che rimane è la struttura del sistema e il suo esito che suona come un’evidenza astratta.

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Il mondo magico islandese, tentativi di disciplinamento – La misura delle cose


Su LaMisuraDelleCose un lungo articolo che indaga le origini del mondo magico e dei termini associati nati sull’isola islandese. In particolare, è evidente come il popolo fatato viene trattato in modo diverso soprattutto dopo le classificazioni che Carlo Linneo fece agli esseri viventi, catalogazioni che non potevano tener conto della natura appartenente all’immaginario degli esseri fatati (ma non per questo immaginari, se portiamo a escludere gli influssi settari del Positivismo).

Il sistema di classificazione scientifica applicato alla materia fluida della tradizione popolare non ha prodotto però i risultati sperati di sistematizzazione e ordine, a causa soprattutto della confusione attorno a certi termini che non vengono sempre usati con la stessa accezione e possono comprendere anche categorie diverse tra loro. Per esempio, nella letteratura medievale dei secoli XIII e XIV il termine “troll” sembra avere un significato molto ampio: può essere chiamato così, infatti, non solo il gigantesco orco abitatore delle montagne (significato che andrà consolidandosi appunto nel XIX secolo), ma anche una strega o un altro essere non umano o non corporeo. E proprio perché ormai tendiamo a leggere le categorie della tradizione medievale attraverso questa terminologia più recente, se ne è persa gran parte del significato originale, più esteso e indefinito.

Altro esempio di questa indeterminatezza dei vocaboli si trova in una raccolta di inni pubblicata nel 1589 dal vescovo luterano Guðbrandur Þorláksson, nel quale si esortava a «sradicare le rime sui troll e sugli antichi», volendo richiamare con questo, probabilmente, ad astenersi non solo dal tramandare favole sugli irsuti e brutali orchi, ma piuttosto da ogni forma di racconto popolare che avesse come protagonista qualsiasi specie di essere soprannaturale.

I troll non sono stati gli unici, nell’antico norreno, a subire questa “costrizione semantica” da un significato più ampio a uno via via più specifico. Anche gli elfi (álfar) hanno attraversato un processo linguistico simile: prima che nella collezione di Árnason, compaiono con il termine álfr in molte fonti medievali inclusa l’Edda poetica e in narrazioni dai contenuti più o meno leggendari come la Saga degli Islandesi e la Sturlunga saga, dove sembra ricoprire un significato più ampio rispetto a quello che assumerà in seguito. Gli álfar medievali erano in generale esseri soprannaturali senza distinzione di specie o razza, destinatari di un culto e di rango di poco inferiore agli Æsir veri e propri, inclusi i Vanir e altre tipologie di personaggi. A loro modo anche gli elfi contemporanei sono diversi da quelli della letteratura folklorica del Sette-Ottocento: gli elfi di Árnason per esempio sono descritti come simili agli umani anche nella statura, quasi dei loro “doppi”, mentre gli elfi del XXI secolo, complici anche certe fortunate trasposizioni letterarie e cinematografiche, tendono a essere immaginati più piccoli ed essenzialmente diversi per natura e qualità.

L’articolo è ben più vasto e articolato di quanto ho segnalato, a chi interessa ne consiglio caldamente la lettura, per indagare altri livelli cognitivi dell’argomento.

Futurist Renaissance: Le avanguardie virtuose


È disponibile (anche) su Amazon Futurist Renaissance, una raccolta di tematiche inerenti al Transumanesimo e al momento sociale attuale. Curato da Roberto Guerra e Pierfranco Bruni, il volume presenta anche un mio intervento inedito, Futurismo nel futuro, dedicato alle avanguardie basate sul Futurismo e andate oltre.

Il futurismo è ancora vivo? È possibile rintracciare una continuità tra il “futurismo storico” e le operazioni allestite da chi afferma di recuperarne l’eredità? Futurist Renaissance è una ricognizione a 360° sul futurismo contemporaneo – tornato alla ribalta in tutto il mondo dopo la grande mostra retrospettiva allestita al Guggenheim Museum di New Work nel 2014. Oggi, questo movimento artistico, culturale e filosofico viene rilanciato, in dis-continuità concreta con la sua matrice storica, attraverso la nascita e il lavoro di nuovi gruppi sinergici di artisti, scrittori, sociologi e scienziati. Un ritorno in generale delle avanguardie non solo artistiche, ma sociali, filosofiche e scientifiche. In quest’opera, ventisei ricercatori futuribili espongono altrettante visioni sul nostro presente, lanciato in corsa verso il futuro.

Sinestesia e occultismo nell’era Vittoriana | L’indiscreto


Su L’indiscreto una ricerca particolare e approfondita sull’intreccio tra sinestesia e occultismo di inizio ‘900 e su alcuni risultati che può aver generato. Un estratto, non esaustivo.

“Mi sono sempre considerato come una voce di una più vasta rivoluzione che è appena iniziata nel mondo – la rivolta dell’anima contro l’intelletto”, così scrisse William Butler Yeats nel 1892 al suo mentore, il nazionalista irlandese John O’Leary. Yeats credeva che la magia fosse al centro non solo della propria arte, ma anche di un’epoca nascente in cui spiritualità e tecnologia avrebbero marciato insieme verso un futuro incerto.

Da questo fermento di misticismo tardo-vittoriano è emerso Le forme-pensiero (1901), un libro strano, accattivante, spesso pretenzioso ma assolutamente originale. È stato scritto da Annie Besant e Charles Leadbeater, ex membri della London Theosophical Society come lo era Yeats, e presenta una splendida serie di immagini a illustrazione dell’argomento centrale del libro: emozioni, suoni, idee ed eventi si manifestano anche come aure visive.

Le ambizioni del libro sono evidenti sin dalla prima pagina. “Dipingere nei colori spenti della Terra le forme vestite di viva luce di altri mondi,” si lamenta Besant, “è un compito duro e ingrato”. Poi insiste sul fatto che le immagini del libro “non sono forme immaginarie, costruite da un manipolo di sognatori”. Piuttosto, “sono rappresentazioni di forme realmente osservate, percepite da uomini e donne comuni”. Inoltre l’autrice spera che grazie ad esse il lettore “si renda conto della natura e del potere dei propri pensieri”. Questa magniloquenza era tipica dell’epoca: gli occultisti di fin de siècle hanno dato vita ad alcune delle scritture più barocche della storia letteraria, la più purpurea tra le prose barocche.

Ma cosa intendiamo, esattamente, quando definiamo una prosa scritta nero su bianco “purpurea”? [N.d.T: un termine usato in inglese come sinonimo di “prosa ornata”]?

Queste particolari associazioni tra parole, colori e suoni erano proprio quel che ha mosso Le forme-pensiero. In altre parole, il libro parla di sinestesie. L’illustrazione della musica di Mendelssohn riprodotta sopra, ad esempio, raffigura linee gialle, rosse, blu e verdi che emergono da una chiesa. Questo, secondo Leadbeater e Besant, “esemplifica il movimento di una delle parti della melodia, i quattro movimenti che si dispiegano approssimativamente insieme, denotando rispettivamente il soprano, l’alto, il tenore e il basso”. Inoltre, “il bordo smerlato che circonda il tutto è il risultato di varie fioriture e arpeggi, e le mezzelune galleggianti al centro rappresentano accordi isolati”. Il colore e il suono si erano così mescolati.

Eppure Leadbeater e Besant non miravano solo a visualizzare il suono, ma anche a dimostrare i loro doni psichici: la capacità di rilevare le “vibrazioni” spirituali di idee, emozioni e suoni come forme visive. In altre parole, una sorta di sinestesia spirituale, un fatto religioso quanto neurologico.

Il mood d’inizio ‘900 (ma anche di fine ‘800) dev’essere stato assai particolare, generando mostri ma non perché la ragione si assopiva (eravamo al culmine del Positivismo) bensì perché, involontariamente, si gettava luce soltanto sugli aspetti del reale mentre le cose in ombre rigurgitavano, acquisivano forza dai loro rivoli occulti; perché l’esistenza umana e l’intero cosmo sono tutt’altro che razionali…

Katharina Klement – peripheries / sound portrait Belgrade | Neural


[Letto su Neural]

Che ogni città possieda un suo dna sonoro sembra essere oggi un’idea comunemente accettata e condivisibile anche ben oltre le esclusivissime enclave audio sperimentali – ambiti che non sempre hanno brillato nella popolarizzazione di certi contenuti. Per un field recordist, tuttavia, il concetto di audio-genoma urbano può essere modulato in maniere assai differenti e spesso è proprio la sensibilità dell’artista, indirizzata da un particolare modello d’approccio, a infondere qualità e coerenza alla ricerca, che infine diventa essa stessa opera, il risultato finale d’una esperienza percettiva comunque sofisticata e dalle venature anche documentaristiche e psicogeografiche. Nel 2014 Katharina Klement ha trascorso nove settimane a Belgrado accumulando catture auditive in diverse aree della città e intervistando persone sulle ambientazioni di quei luoghi. Quello che ha appassionato maggiormente Klement sono le numerose periferie della metropoli serba, zone circoscritte ai cui confini possono essere colti passaggi improvvisi, transizioni inaspettate per volume e tipologia dei suoni, rumori e feedback, che spesso nelle concatenazioni poetiche dei sensi danno vita a significative interazioni con l’architettura, con il traffico, con le presenze umane e la percezione del tempo, che sembra anch’esso procedere assecondando circolari geometrie e intrecci. Partendo dall’appartamento nel quale l’artista ha stabilito la sua residenza la città è divisa in otto cerchi concentrici e ognuno di questi anelli è strutturato nella seminale partitura compositiva come uno strato a sé. Poi le registrazioni selezionate, alcune grezze ed altre più o meno elaborate, sono mixate assieme utilizzando otto canali audio, ognuno collegato ad un proprio altoparlante, cercando di restituire una sorta di densità metropolitana a tutti questi materiali minuziosamente raccolti. Naturalmente nel CD è possibile ascoltare solo una versione stereo di questo articolato happening sonoro anche se Katharina Klement – che è anche un’apprezzata pianista free form – non si è fatta sfuggire l’occasione di presentare un’intera versione del lavoro live a Vienna, nel Dicembre 2016, all’Alte Schmiede Kunstverein di via Schoenlaterngasse 9.

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