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Archivio per marzo 26, 2018

Esce per k_noir Uironda, di Luigi Musolino


[Letto su KippleBlog]

Torna per la Kipple Officina Libraria la collana k_noir, con alla guida Andrea Vaccaro che subito ci mozza il fiato con una raccolta di otto racconti e due romanzi brevi di Luigi Musolino: Uironda.
La deriva weird che percorre l’intera raccolta è ambientata per lo più nella provincia italiana, ha i caratteri disturbanti delle oscurità percorse dalle cattive volontà, un modo nostrano di approcciare alle ombre e alle introverse venature splatter dei suoi personaggi che non può avere riscontri all’estero.
L’introduzione è del curatore di collana, mentre la splendida copertina segna l’ingresso in Kipple di Franco Brambilla, inconfondibile autore di tutto il genere Fantastico, copertinista della collana Urania di Mondadori.
L’opera esce in formato digitale e presto sarà disponibile in formato cartaceo.

Sinossi

Esplorazione. Cos’è la letteratura se non l’esplorazione, la ricerca e il superamento di nuovi confini? Uironda di Luigi Musolino è anche un luogo, ma in primis è un confine, un confine tra la luce e l’oscurità, tra il noto e l’ignoto. Uironda è la Paura, ma non quella dell’oscurità o dell’ignoto stessi, ma quella più grande, quella della scelta. Scegliere se compiere il salto, assumersi la responsabilità, o più semplicemente reificare le proprie paure e cedere all’orrore. Difficile trovare un nero più nero (come una “notte nella notte”, proprio per citare uno dei racconti della raccolta) di quello in cui ci troviamo “impeciati” in queste dieci storie, dai toni cupi e spesso disperati (spesso ma non sempre, a volte s’intravede un flebile spiraglio di speranza, magari proprio nell’accettazione di quel nero più nero). A rendere questo nero ancora più oscuro e affascinante è il linguaggio, lo stile di questi racconti, che pur partendo da un tessuto realistico nonché contemporaneo, si contorce, come una pianta rampicante, sino ad avvolgerci e catturarci per poi scaraventarci in una nuova dimensione, grazie anche all’uso di termini desueti, di onomatopee, con il loro richiamo a suoni ancestrali.

Un estratto

Per molteplici notti adolescenziali Umberto Barbieri era stato perseguitato da un sogno di lamiere accartocciate.
Osservava il terribile incidente dall’alto di un ponte autostradale – la macchina grigia che sbandava al centro della corsia, il camion che sopraggiungeva in un luccichio di cromature, lo schianto inevitabile avvolto dai cristalli infranti – e l’attimo successivo si ritrovava sulla scena dell’impatto, salutato dall’odore di combustibile e catrame.
Nel camion non c’era nessuno.
Nell’automobile, incastonato tra volante e sedile del guidatore come un’orrenda fisarmonica di carne, c’era il suo cadavere maciullato, la testa rotta adagiata tra manopola del cambio e freno a mano, i capelli una zazzera sanguinolenta.
Palpebre semichiuse e immobili di un santo-mummia.
Ticchettio di metallo bollente e zaffate di benzina.
S’adoperava per spalancare la portiera – nel sogno gli sembrava doveroso mettere in sicurezza il proprio corpo – e quando riusciva ad aprirla l’Umberto morto sbarrava gli occhi pieni di schegge, ragliando con un ghigno da manicomio: – Ventotto. Ventotto asino cotto! Bum, testina di cazzooo!
Poi il mondo si tingeva di rosso-blu e una palla di fuoco digeriva ogni cosa, i rottami, l’autostrada, il mondo.
A quel punto si svegliava nel buio della camera. Senza gridare, senza batticuore. Semplicemente si svegliava e rimaneva a contemplare la luce ocra dei lampioni che filtrava dalle persiane, finché di nuovo scivolava nel sonno.
Col passare del tempo l’incubo ricorrente si trasformò in un’astratta convinzione, qualcosa da snocciolare la sera in birreria per impressionare gli amici.
– Morirò a ventott’anni in un incidente stradale. Sicuro. Lo sogno spesso.
Ma poi di anni ne aveva compiuti ventinove e, seppur incidentato dalla vita, di sicuro non era passato all’altro mondo.
Come per tutti gli esseri umani – anche se una buona percentuale non vuole ammetterlo – col passare del tempo e l’ingresso nell’“oltre i trenta” gli si aprivano altri scenari per la sua dipartita.

L’autore

Luigi Musolino nasce nel 1982 in provincia di Torino. All’attività di scrittore affianca quella di editor e traduttore. Nel 2008 inizia a collaborare con la Dagon Press per cui cura e si occupa delle traduzioni delle raccolte Rivelazioni in nero (2010) e Ritratti al chiaro di luna (2010), di Carl Jacobi. Tra le sue altre traduzioni più importanti i romanzi I vermi conquistatori di Brian Keene (Edizioni XII, 2011; Mondadori, 2014) e Torture sottili di Lisa Mannetti (Kipple Officina Libraria, 2016).
Come scrittore si impone all’attenzione del pubblico come vincitore di molti concorsi letterari, tra cui il trofeo RiLL due volte, nel 2010 e nel 2012, e il premio Hypnos nel 2016. Nel 2014 e nel 2015 vengono pubblicati due volumi dal titolo Oscure Regioni, antologia di venti racconti in due volumi edita da Wild Boar Edizioni, che si configura come un disturbante viaggio regionale alla scoperta delle leggende e delle creature dell’immaginario folcloristico italiano.
Suoi racconti sono stati pubblicati in America, Irlanda e Sud Africa.

La collana k_noir

k_noir è la collana di Kipple Officina Libraria, diretta da Andrea Vaccaro, dedicata alle contaminazioni noir con le espressioni più innovative del weird, alle sue mutazioni e ai furori che esplorano i confini della narrativa più esasperatamente umana e, contemporaneamente, più disumana che esista.

Luigi Musolino, Uironda
Copertina di Franco Brambilla
Introduzione di Andrea Vaccaro

Kipple Officina Libraria – Collana k_noir
Formato ePub e Mobi – Pag. 272 – 3.95 € – ISBN 978-88-98953-94-3

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X-Files: per Chris Carter la serie ha ancora molto da dire | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di una nuova puntata di Chris Carter per i seguiti di X-Files, dopo che Gillian Anderson ha annunciato la sua uscita dal personaggio di Scully. Purché se ne parli, eh Chris?

Così Carter ha dichiarato che ci saranno ancora molti X-Files: non hanno ancora chiuso con il lucchetto l’armadio delle prove nell’ufficio di Mulder, ci sono ancora molte storie da raccontare.

Carter vede la situazione attuale come se avesse due facce: da una parte, non è la stessa serie senza Mulder (David Duchovny) e Scully, dall’altra si dice certo che ci sia ancora molta vita all’interno della storia e pensa che non abbiamo ancora visto la fine.

Se Carter e la Fox dovessero davvero non riuscire a far cambiare idea alla Anderson, l’autore si ritroverebbe nella situazione opposta rispetto al passato, quando fu Duchovny ad abbandonare la serie nella stagione sette, fare solo alcuni episodi come guest star durante la otto e comparire solo sul finale della nove. Il tutto mentre entravano in scena Doggett (Robert Patrick) e Reyes (Annabeth Gish) come rimpiazzi. Una cosa del genere potrebbe accadere con i due nuovi agenti comparsi nella stagione dieci, Einstein (Lauren Ambrose) e Miller (Robbie Amell), potenziali nuove leve per il futuro.

La linguaccia di Liutprando | ilcantooscuro


Gran bel post quello di Alessio Brugnoli, sui Bizantini, quelli veri, quelli medioevali. Leggerlo tutto significa inquadrare molto bene cos’erano questi tardoromani_medievali_ellenizzati_cristiani, una sorta di razza aliena integralista e stellare, dotata di una logica così astrusa eppure così inattaccabile da stordire qualsiasi considerazione umana. “Sangue malato e prezioso mischiato a se stesso”, così diceva Teofilatto de’ Leonzi – interpretato da un superbo Gian Maria Volonté – a proposito della sua gente, appunto i Bizantini del Sud Italia.

Vi è una casa presso l’ippodromo rivolta a nord di meravigliosa altezza e bellezza, che si chiama Dekaenneakubita nome che ha preso non dalla realtà, ma per cause apparenti; deka in greco è dieci in latino, ennéa è nove, kubita poi possiamo dire le cose inclinate o curvate dal verbo cubare. E questo pertanto, perché nella natività secondo la carne del signor nostro Gesù Cristo (25 dicembre) vengono apparecchiate diciannove mense. A queste l’imperatore e parimenti i convitati banchettano non seduti, come negli altri giorni, ma sdraiati; in quei giorni si serve non con vasellame d’argento, ma solo d’oro. Dopo il cibo furono recati dei pomi in tre vasi d’oro che, per l’enorme peso, non sono portati dalle mani degli uomini, ma da veicoli coperti di porpora. Due vengono posti sulla mensa in questo modo. Attraverso fori del soffitto tre funi ricoperte di pelli dorate sono calate con anelli d’oro che, posti alle anse che sporgono nei vassoi, con l’aiuto in basso di quattro o più uomini, vengono sollevati sopra la mensa per mezzo di un ergalion girevole, che è sopra il soffitto, e allo stesso modo vengono deposti. Tralascio di scrivere, che sarebbe troppo lungo, i giochi che ho visto lì; uno solo non mi increscerà d’inserire qui per la meraviglia.

Venne un tale che portava sulla fronte senza aiuto delle mani un palo lungo ventiquattro piedi o più, che aveva un altro legno di due cubiti per traverso ad un cubito più in basso dalla sommità. Furono introdotti due fanciulli nudi, ma campestrati, cioè con un cinto, i quali salirono sulla pertica, vi fecero evoluzioni e discesero poi a capo in giù, mantenendola immobile come se fosse infitta al suolo con le radici. Quindi, dopo la discesa di uno, l’altro, che era rimasto e lassù aveva fatto giochi da solo, mi rese attonito per ancor più grande meraviglia. In ogni modo, finché entrambi avevano giocato, sembrava cosa possibile, perché, sebbene in modo mirabile, governavano con un peso uguale la pertica su cui erano saliti. Ma quel solo che rimase sulla sommità della pertica, poiché seppe equilibrare il peso così bene da giocare e discendere indenne, mi rese così stupefatto che la mia meraviglia non passò inosservata anche all’imperatore in persona. Perciò, fatto venire l’interprete, mi chiese che cosa mi paresse più straordinario: il fanciullo che si era equilibrato con sì gran misura che la pertica rimaneva immobile, oppure quello che sulla fronte aveva sorretto il tutto con tanta abilità che, né il peso, né le evoluzioni dei fanciulli lo piegarono neppure un po’. Dicendo io di non sapere che cosa mi sembrasse thaumastòteron, cioè più meraviglioso, egli, scoppiato in una gran risata, rispose che similmente non lo sapeva neppure lui.

Ma nemmeno penso di dover tralasciare in silenzio quest’altra cosa che colà vidi di nuovo e straordinario. Nella settimana prima del baiophoron, che noi diciamo i rami delle palme, l’imperatore fa l’erogazione di monete d’oro sia ai militari, sia a quelli preposti ai vari uffici, a seconda del merito di ciascun ufficio (24-30 marzo 950). E poiché volle che io partecipassi all’erogazione, mi ordinò di venire. Fu una cosa di tal genere. Era stata posta una mensa di dieci cubiti di lunghezza e quattro di larghezza, che aveva le monete poste in scatolette, secondo che era dovuto a ciascuno, col numero scritto all’esterno delle medesime. Entravano alla presenza dell’imperatore non alla rinfusa, ma in ordine secondo la chiamata di colui che recitava i nomi scritti degli uomini secondo la dignità dell’ufficio. Fra questi è chiamato per primo il rettore della casa, al quale vengono posti non nelle mani ma sugli omeri le monete con quattro scaramangi (mantelli). Dopo di lui ho domestikòs tes askalónes e ho deloggáres tes ploôs, dei quali il primo è capo dei soldati, l’altro della flotta. Questi, siccome la dignità è pari, ricevono monete e mantelli in pari numero e, per la gran quantità, non li portarono già sugli omeri, ma se li trascinarono dietro a fatica con l’aiuto di altri. Dopo questi furono ammessi i magistri nel numero di ventiquattro, ai quali furono erogate libbre di monete d’oro, a ciascuno secondo lo stesso numero ventiquattro, con due mantelli. Dopo questi seguì l’ordine dei patrizi, che ricevettero in dono dodici libbre di monete con un mantello. Non so il numero dei patrizi né quello delle libbre, ma soltanto ciò che era dato a ciascuno. Dopo queste cose vien chiamata una turba immensa, dei protospathari, degli spathari, degli spatharokandidati, dei kitoniti, dei manglaviti, dei protokarabi, dei quali uno aveva preso sette libbre, altri sei, cinque, quattro, tre, due, una libbra, secondo il grado di dignità. Non vorrei tu credessi che questa cosa si sia compiuta in un sol giorno. Si cominciò il giovedì dall’ora prima del giorno fino all’ora, quarta del venerdì e al sabato fu terminata dall’imperatore. A questi che prendono meno di una libbra, non già l’imperatore ma il parakoimómenos distribuisce per tutta la settimana che precede la Pasqua. Assistendo io e considerando con meraviglia la cosa, l’imperatore per mezzo del logoteta mi domandò che cosa mi piacesse di questa faccenda. E a lui dissi: «Mi piacerebbe assai, se mi giovasse; come anche al ricco assetato e ardente il riposo di Lazzaro apparsogli sarebbe piaciuto se gliene fosse venuto pro; ma poiché non gliene venne, come, di grazia, avrebbe potuto piacergli?» Sorridendo l’imperatore, un po’ mosso da vergogna, accennò con capo che andassi da lui e volentieri mi diede un grande pallio con una libbra di monete d’oro, che ricevetti ancor più volentieri.

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