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Archivio per aprile 20, 2018

Una chiacchierata con Lukha B. Kremo, vincitore del premio Robot – Penne Matte | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Su PenneMatte è uscita una bella intervista al nostro editore Lukha B. Kremo. Molte le domande, pertinenti al suo ruolo di editore e anche di vulcanico connettivista, ma pure di compositore musicale, di artista e autore a tutto tondo insomma; eccone uno stralcio.

Da anni ormai sei al lavoro anche nel ruolo di editore con Kipple. Hai messo su due premi, uno per romanzi e uno per racconti, e sei sempre alla ricerca di autori che si muovono nel genere della fantascienza. Ci faresti tre nomi di autori italiani attuali che secondo te sono imprescindibili?

Per quanto riguarda gli imprescindibili direi di scolpire il nome di Valerio Evangelisti e aggiungere Lino Aldani e Vittorio Catani. Poi, è chiaro che se uno vuol scoprire cosa sta succedendo nella fantascienza italiana degli anni 2000, ci sono altre due decine di nomi, ma se faccio un elenco poi mi accusano sia di aver fatto nomi di amici, sia di non aver fatto altri nomi, per cui voglio citare solo Franci Conforti (che ha vinto l’ultimo Premio Kipple) e Davide Del Popolo Riolo (che l’ha vinto due anni fa), due autori già a un ottimo livello ma anche promettenti, nel senso che il meglio, secondo me, deve ancora venire (Non sono miei amici, eh, li ho visti solo di sfuggita, ghghghgh).

Di recente Delos ha pubblicato il libro Nuove Eterotopie, una raccolta di storie a opera del movimento connettivista, di cui tu sei membro attivissimo. Ci saranno presto novità anche su questo versante? Altri romanzi, o magari qualcosa che al momento non riesco neanche a immaginare?

Sì. Credo qualcosa che tu non riesci nemmeno a immaginare, di cui non posso parlare e che potrebbe articolarsi in complessità similfrattali da non riuscire nemmeno a descrivertelo. Ci stiamo lavorando. Ma non sarà pronto presto. Per il momento ci godiamo ancora Nuove Eterotopie, perché per noi rappresenta una pietra miliare, il punto di arrivo e di ripartenza. Il Connettivismo proseguirà con una nuova linfa, probabilmente con modalità diverse, ma con lo stesso entusiasmo artistico che si respira nel Manifesto.

Seguo con interesse anche la pagina Facebook, e il blog, di Nazione Oscura Caotica, un movimento artistico che ha creato una Nazione immaginaria con una propria Costituzione, una propria moneta, ecc. Nel blog infatti si parla soprattutto di attualità, politica internazionale e altre questioni che di recente stanno turbando i sonni del pianeta Terra. Quanto è importante la politica internazionale nella tua visione letteraria? E soprattutto, esistono bunker antiatomici nel caso in cui scoppi una guerra nucleare (giusto per sapere se devo fare il biglietto per Livorno…)?

Fondamentale. Non c’è un mio romanzo che non affronti la politica internazionale, sempre in modi e sensibilità diverse, senza appesantire la lettura e senza privarla della funzione principale della narrativa, che è quella di evadere dalla realtà riflettendo sulla realtà stessa. Spesso sono presenti distopie, e nel mio primo romanzo Il Grande Tritacarne, così come nella Trilogia degli Inframondi, c’è la minuziosa descrizione di una serie di piccole utopie e distopie, dove si affrontano problematiche sociali e religiose, politiche e storiche, ma anche economiche e finanziarie. Ci sono anche micronazioni fittizie (come quella che ho fondato io), criptonazioni e infranazioni (nazioni a cavallo tra un universo e l’altro). Abbiamo un bunker, certo, non si trova a Livorno, ma a Torriglia, in provincia di Genova. Non so se è a prova di radioattività o Sarin, ma è fatto di solida pietra ligure. Come armi disponiamo di un arsenale delle tanto vituperate armi chimiche. Non credo siano bandite dalla Convenzione di Ginevra: sono decine di fiale puzzolenti.

Il secondo nome fasullo di Patrick Stewart | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com una storiella curiosa, che il buon Silvio Sosio ha saputo rendere in maniera gustosa e intrigante; la chiosa è inquietante. Vi lascio alle parole di Silvio.

Un paio di giorni fa mi hanno segnalato un articolo di un giornale locale toscano che parlava di una breve vacanza di Patrick Stewart a Cortona, in provincia di Arezzo. L’articolo era abbastanza preciso, si vedeva che il giornalista aveva fatto i compiti a casa, documentandosi su cosa avesse fatto l’attore nella sua carriera. Una cosa però mi ha colpito: il nome dell’attore veniva citato sempre con un secondo nome: “Patrick Hawes Stewart”. Hawes. Mai sentito. Mi sono incuriosito, e ho deciso di fare una ricerchina.

Ho cercato “Patrick Hawes Stewart” su Google e ho notato un fatto strano: trovava solo siti italiani. Certo, sono in Italia e quindi di preferenza Google mi passa link in italiano. Il primo risultato era WIkipedia.it; poi tanti articoli, pagine varie che quasi sempre riportavano la riga iniziale di Wikipedia. Ma scorri scorri le pagine, quando cominciavano i siti in inglese la parola “Hawes” spariva, o spariva Stewart dandomi pagine che parlavano del cantante Patrick Hawes.

Un veloce controllo cercando “Hawes” sulla Wikipedia inglese dava esito negativo. Nemmeno su IMDb diceva nulla.

Su un sito di biografie trovo però la grafia “Hewes”. Allora controllo meglio su Wikipedia e scopro com’è andata la faccenda.

Patrick “Hewes” Stewart

In un articolo uscito su Variety, Stewart racconta che quando andò a Hollywood nel 1987 per poter lavorare dovette iscriversi alla Screen Actors Guild. C’era un problema, però: c’era già un attore con lo stesso nome, e per le regole della Gilda non potevano esserci omonimi. Stewart fu quindi costretto a scegliersi un secondo nome per potersi distinguere.

Così scelsi un’iniziale che avesse il minor impatto possibile sul nome come parola unica, e scelsi il nome Hewes, H-E-W-E-S. Così tu poi dire Patrick Hewes Stewart e praticamente non sentirlo. Come se non ci fosse.

L’esigenza del secondo nome durò abbastanza poco, così quella parolina quasi inudibile scomparve del tutto.

L’effetto Wikipedia

Il secondo “Hewes” è stato aggiunto alla voce Wikipedia italiana nel 2009, da un utente anonimo. Nel 2013 un certo “Didone14” pensando di essere spiritoso cambia il nome in Sir Zio Franco; evidentemente pentitosi, dopo una mezz’ora lo rimette a posto, ma sbagliando a scrivere “Hewes”. Da allora in Italia Patrick Stewart ha avuto il secondo nome “Hawes”.

Dopo aver fatto questa ricerchina, ho messo in pratica ciò che raccomando spesso: se trovi un errore su Wikipedia non lamentarti che Wikipedia è sbagliata, documentati bene e correggila. E l’ho corretta, togliendo il secondo nome dalla scheda biografica e aggiungendo un paio di righe sulla faccenda dell’Hewes inventato nel 1987, con tanto di riferimento all’articolo di Variety.

La cosa che trovo interessante tuttavia è che adesso l’internet italiana è piena di articoli che citano questo doppio nome, non solo fittizio ma anche sbagliato, nato dall’errore di uno spiritosone. “Hawes”. E mi chiedo: quanto tempo passerà prima che qualcuno non vada a correggere la mia correzione, riportando come fonte una delle decine di articoli che riportano il nome sbagliato copiato da Wikipedia?

Abbiamo un Effetto Wikipedia, quindi, dove il il flusso degli eventi si ritorce contro il presente e modifica pescando da un ramo collaterale quantico. Nemmeno P.K. Dick avrebbe fatto di meglio…

L’effetto Scully esiste e ha avuto effetti misurabili | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com una riflessione sul potere dell’immaginazione applicata alla concretezza. Cosa vuol dire? Vi dico solo Dana Scully…

Non crediamo di aver bisogno di molti studi statistici per affermare che una buona parte della generazione che ha creato la moderna industria informatica e tecnologica sia cresciuta con Star Trek. La fantascienza in generale e in particolare Star Trek sono stati di stimolo per tanti ragazzi degli anni cinquanta, sessanta e settanta a intraprendere carriere scientifiche e tecnologiche. La stessa Samantha Cristoforetti, per esempio, è notoriamente un’appassionata di Star Trek e ha ammesso, a una nostra domanda a un incontro a Milano qualche anno fa, che la fantascienza è stata uno stimolo importante.

Oggi uno studio del Geena Davis Institute on Gender in Media e di J. Walter Thompson Intelligence ha però verificato, dati alla mano, un altro “effetto” forse meno visibile ma altrettanto importante: il cosiddetto “effetto Scully”.

“Scully” naturalmente non viene dall’ex boss della Apple famoso per avere cacciato Steve Jobs, ma da Dana Scully, il personaggio di X-Files interpretato da Gillian Anderson.

Scully è in effetti un medico, come tanti altri personaggi femminili prima di lei (pensiamo per esempio alla dottoressa Crusher di Star Trek The Next Generation o a Helen Russell di Spazio 1999). Con una differenza però fondamentale: mentre il ruolo di quei due personaggi era puramente di cura, di caregiving, il medico Scully è un vero e proprio scienziato. La sua forza, il suo prestigio, la sua importanza, il suo essere individuo donna indipendente e rispettato, dipendono dalla sua conoscenza scientifica.

Scully è quindi un modello di donna moderna, emancipata e indipendente, e ha avuto un effetto misurabile nell’incoraggiare giovani donne a intraprendere studi e carriere nelle cosiddette “STEM”, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica.

Secondo lo studio, il 63% delle donne che conoscono il personaggio affermano che ha accresciuto il loro interesse per le scienze e la tecnologia; tra coloro che hanno guardato con regolarità X-Files la convinzione che le donne dovrebbero essere incoraggiate a studiare scienze e tecnologia è molto superiore a coloro che non lo hanno seguito.

Altri dati, anche tra chi ha scelto carriere nella tecnologia, confermano l’influenza significativa del personaggio.

Quindi la potenza del modello da imitare è sempre valida, e ciò serve anche per motivi eticamente positivi, come scardinare un ordine precostituito; ciò può avvenire pure dai canali commerciali, uno dei pochi esempi positivi del nostro regime economico-sociale.

Overhead


Laggiù, nelle pieghe della distanza da identificare, i lontani echi di altre esistenze si plissettano in sacche dimensionali inconcepibili.

Il fiuto del dottor Jean | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di una raccolta di racconti di Georges Simenon dedicati a una figura minore nella sua bibliografia: il dottor Jean Dollent. Ed è l’incipit di uno dei racconti che mi ha conquistato, roba da saltare sulla sedia per la semplicità e capacità di raccontare dell’autore, davvero da fuoriclasse.

«Pronto! È lei, dottore?… Pronto!… No, signorina, non mi tolga la linea…».
La voce all’altro capo del filo era ansiosa. Il dottor Dollent, invece, era appena tornato dal suo giro di visite e annusava con avidità il profumo di spezzatino di montone che aleggiava in casa. Fuori c’era un caldo torrido. Ma dentro, con le persiane chiuse, regnava una penombra deliziosamente fresca.
«Dottore, mi ascolti… La chiamo dalla Maison-Basse… Deve venire subito…».
«La sua amica sta male?» chiese il medico.
«Presto!… Conto su di lei… Non c’è un minuto da perdere!…».
«Devo por…».
Stava per chiedere se doveva portare la valigetta del pronto soccorso, o qualche farmaco particolare, ma l’altro aveva già riattaccato. Il dottore teneva gli occhi puntati sull’orologio della sala da pranzo, anche se il suo era il tipico sguardo un po’ assente di chi è al telefono.
Forza!… Si accese una sigaretta… Dischiuse la porta della cucina e annunciò che non sarebbe rientrato prima di una mezz’ora… La sua automobile biposto era parcheggiata sotto il sole a picco, e i sedili scottavano…
Solo mentre usciva dal centro abitato e si dirigeva verso la palude, lungo la strada costeggiata da fossi, senza un filo d’ombra, il dottore aggrottò la fronte e, immerso com’era nei suoi pensieri, rischiò di andare a sbattere contro un carretto di fieno.

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