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Archivio per maggio 8, 2018

het Ei (the Egg), crackling water electronics | Neural


[Letto su Neural]

Fedde ten Berge costruisce diversi strumenti musicali sperimentali, combinando forme e materiali riconoscibili con comportamenti controllati da sensori. ”het Ei” (the Egg) è stato sviluppato in collaborazione con l’esperto di ceramica Frank van Os, e ha la forma di un uovo rotto nella parte superiore. Il modo di suonarlo è quello di alternare prossimità e distanza, a seconda dei sensori utilizzati. La sua particolarità è che parte dei suoni emessi si basa sul crepitio dei gusci d’uovo, con l’intensità del crepitio amplificato da lampi di luce emessi dalle strisce LED collegate. Ma come in altri strumenti creati da ten Berge, l’acqua è un elemento essenziale. L’uovo contiene acqua e il suo utilizzo sulla sua superficie esterna intensifica i suoni ancora di più. La natura aliena di tali strumenti, sperimentata soprattutto attraverso una manipolazione naturale/innaturale, porta a un valore coreografico. La sua forma e il suo atteggiamento suggeriscono un uso performativo, dove risuonano le elettroniche bagnate.

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Torna Paul Di Filippo in un vera orgia nerd | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di una nuova uscita Delos Digital per Paul Di Filippo: Delitto a Geektopia. Un estratto che farà felici i nerd:

Cosa sarebbe successo se all’inizio del secolo scorso, quando ancora i media avevano reale influenza sull’opinione pubblica, il più importante imprenditore dell’informazione, William Hearst, avesse deciso di opporsi in tutti i modi alla guerra e alla violenza imponendo la cultura e la scienza?

Secondo Paul Di Filippo, gli Stati Uniti e buona parte del mondo avrebbero potuto diventare una specie di utopia dei geek. Un mondo dove conoscere la fantascienza, la cultura pop, la scienza sono valori assoluti e plasmano la società. In una girandola incredibile di citazioni e riferimenti, che farebbe andare in corto circuito anche Sheldon Cooper di Big Bang Theory, Paul Di Filippo costruisce un mistero e un’indagine che porterà a scoprire un grande segreto che potrebbe minare le fondamenta stesse della geektopia.

Strani giorni: La società dello spettacolo – Guy Debord


Sul blog di Ettore Fobo la recensione a La società dello spettacolo, saggio storico e seminale di Guy Debord. Un estratto, assai significativo che, per sincronicità, arriva a me come una conferma, proprio nel momento giusto.

La mia adolescenza fu feconda di scoperte come questa, inutile citarle tutte ma in questo caso conobbi, attraverso la luce di una scrittura inimitabile e di incomparabile difficoltà, la struttura stessa della società contemporanea, il fondo fangoso della sua alienazione e mi furono forniti i concetti chiave con cui elaborare il lutto del processo di marginalizzazione cui eravamo sottoposti in quanto consumatori e spettatori.

Suddiviso in 221 aforismi strutturati intorno a una visione, a un’idea unitaria di implacabile lucidità e preveggenza, La società dello spettacolo colpisce per la sua compattezza adamantina, che brilla già nell’incipit che è un detournement (termine con cui Debord descriveva un tecnica a metà fra il plagio e la miscitazione) di Marx stesso.

“Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un ‘immensa accumulazione di spettacoli

Rispetto a Marx il termine “spettacoli “sostituisce il termine “merci”, rivelando così implicitamente la loro inquietante intimità. Pensieri taglienti, chiari nella loro funambolica espressione, netti, rovesciamenti improvvisi, chiasmi affascinanti, aforismi che dopo analisi estenuanti forniscono la scintilla di una nuova comprensione del mondo.

La società dello spettacolo è un libro con uno scopo, utopistico, onirico, esaltante, impossibile: sovvertire la società, smontare il modello spettacolare fornendo la teoria per una rivoluzione sentita però come difficile, estrema, non istituzionalizzata nelle forme di allora. Più che una rivoluzione sembra quella che Camus definiva “rivolta”, puro e semplice “no”, elaborato, però, in uno stile di grande bellezza, “no” scagliato contro al “movimento di negazione della vita divenuto visibile” lo spettacolo, perché esso non è innocuo come si credeva è il cuore stesso “dell’irrealismo  della società reale”, quando la realtà si è allontanata in una rappresentazione.

Lo spettacolo da regno delle illusioni è diventato la realtà. Così Baudrillard, negli anni Novanta in cui leggevo per la prima volta La società dello spettacolo, poteva affermare ”La Guerra del Golfo non è mai avvenuta” essendo divenuta lo spettacolo assoluto in un’epoca già volta al virtuale sistematico.

Prevedendo ciò che sarebbe stato e che ai tempi della scrittura del libro era appena agli albori, Debord scrive del “divenire merce del mondo” analizzando con precisione chirurgica le tecniche strategiche del consumismo, dove le merci combattono la più strenua delle battaglie affinché s’imponga su tutto ”la forma merce”. Un oggetto viene posto al centro della vita sociale come fosse la finalità stessa della produzione, oggetto inizialmente aristocratico che racchiude in sé magicamente le tensioni sociali verso quello che Debord chiama ”consumo totale”. L’oggetto magico perde però il suo prestigio nel momento in cui da unico che voleva apparire si scopre di massa, entrando nelle case di tutti, riacquistando così la volgarità del sistema produttivo che l’ha imposto. Già un altro oggetto però entra sulla scena per riproporre la stessa illusione e il ciclo si ripete.

Così Debord racconta delle ”sottigliezze metafisiche” della merce di cui lo spettacolo è la dimensione apologetica, controcanto costante che esalta non le armi e i cavalieri ma le merci e le loro segrete passioni. Lo spettacolo invade totalmente la realtà perché è l’epitome del consumo, la sua emanazione che determina la struttura stessa della città con la messa in circolo di quelle “merci vedette” che sono le automobili e la trasformazione di altri quartieri in quartieri museo, per la spettacolarizzazione della Storia, bene di consumo intellettuale.

Neil Harbisson, il primo vero cyborg | L’indiscreto


Su L’indiscreto un articolo su colui che probabilmente è il primo cibernetico della storia (ormai ex) umana: Neil Harbisson. Un estratto dal post:

C’è un signore, per esempio, caschetto biondo e aria vispa, che non vede nessun colore, ma li può “sentire” grazie a un’antenna. Si chiama Neil Harbisson ed è un cyborg: il primo vero cyborg. La sua storia racconta di come le lacune tra normo ed eterodotati non sono ancora state colmate, nonostante una tecnologia sempre più avanzata.

Proprio per via della tecnologia, il terzo millennio sembra essere iniziato all’insegna di una diffusa compenetrazione dei sensi e delle esperienze sensoriali. Una società sinestetica sembra svilupparsi dalle sue fondamenta tecnologiche, tanto che è nata una disciplina che non solo agisce sul mondo esterno, ma interviene addirittura modificando il nostro apparato sensoriale, permettendoci di assaporare il mistero di una realtà più vasta. Una cibernetica estetizzante, che insegue una realtà sempre meno virtuale.

Neil è nato trentatré anni fa a Belfast, in Irlanda del nord, ma è catalano di adozione. La sua malattia si chiama acromatopsia congenita, cioè un’incapacità totale di percepire qualunque colore sin dalla nascita. Così, nel 2004, a soli vent’anni, decide di farsi impiantare nel cranio una speciale antenna che gli permette di ricevere segnali che vengono poi tradotti dal dispositivo, compresi i colori dell’ambiente che lo circonda. Oggi fa il musicista ed è la prima persona al mondo a sentire i colori, nonché il primo cyborg legalmente riconosciuto della storia dell’umanità.

La sua è una “chirurgia transpecista”, come la definisce lui stesso nell’intervista per Triwù, e gli permette addirittura di cogliere infrarossi e ultravioletti; fino ad ora off limits per i limitati sensi dell’essere umano.

(edited by) Christiane Paul – A Companion to Digital Art | Neural


[Letto su Neural]

Dopo le sue diverse edizioni aggiornate dell’antologia “Digital Art” (Thames e Hudson), Christiane Paul ha curato un’altra raccolta di testi volti a definire l’arte digitale attraverso una struttura sistematica. Si tratta di una collezione di personaggi conosciuti, con alcuni dei più famosi protagonisti (artisti, accademici e curatori) dell’arte fatta con le tecnologie. Ciò che si distingue non è la dimensione spessa del volume, ma la densità dei rimandi, che coprono con precisi punti di riferimento il vasto e mutevole contesto di decenni di produzione. Il libro è diviso programmaticamente in quattro sezioni. La prima riguarda la storia dell’arte digitale, ed è definita da alcuni elementi fondanti (territoriale, archivistico, generativo, femminista e partecipativo). La seconda sezione è dedicata all’estetica, soprattutto dal punto di vista processuale, teorico e delle piattaforme pubbliche. La terza sezione esplora le “culture di rete”, o “politiche dell’arte digitale”, che comprendono le diverse dimensioni che sono state istigate negli anni Novanta e da allora si sono espanse e mutate in paradigmi di social media, big data e play. La quarta e ultima sezione riguarda il rapporto vitale con le istituzioni, che è essenzialmente quello che ha dato origine a tutte le potenzialità e i problemi, dal riconoscimento all’archivio alla questione aperta della conservazione delle opere. Paul scrive una lunga introduzione che può essere considerata come un primo avvincente saggio sull’argomento, mentre l’intero libro è alla fine un perfetto ‘compagno’ per l’arte digitale.

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