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Archivio per maggio 29, 2018

Kremo vince il Premio Vegetti 2018


Sabato, nella cornice del teatro Titano di San Marino, sono stati decretati i vincitori delle tre categorie del Premio Vegetti. Per il miglior saggio ha vinto Da Frankenstein a Star Trek di Franco Piccinini; per l’antologia di fantascienza ha vinto L’enigma di Pitagora, di Filippo Radogna, mentre per il romanzo di fantascienza il Premio è andato a Lukha B. Kremo, col suo Pulphagus, già vincitore del Premio Urania.

È stata l’ennesima consacrazione dei connettivisti e della KippleOfficinaLibraria, Kremo è nel collettivo connettivo ed è l’editore stesso della Kipple, però tra i finalisti della sezione Antologia c’è anche Marco Moretti col suo Abissi d’inumane apocalissi, anche questa opera connettiva ed edita da Kipple.

Faccio i complimenti a Kremo, felice di vederlo lì in cima all’Olimpo fantascientifico italiano, e complimenti anche a Filippo e a Piccinini, sono premi davvero meritati.

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Pietre taglienti


Poche immagini che percorrono il continuum e che infine si conficcano nell’humus dimensionale che vedi, estensioni di dolorose idee e incarnazioni divenute pietre taglienti.

I cinque fondamenti di Lilith – nella stregoneria contemporanea – La misura delle cose


Sul blog LaMisuraDelleCose un approfondimento su Lilith e il suo spirito indomito, che proviene da chissà quale iato quantico e ha attraversato ogni era dell’umanità. Un piccolo estratto:

Emblema della ribellione e della liberazione sessuale soprattutto a partire dalla “riscoperta” femminista, il potere di Lilith non si esaurisce in questa interpretazione e non ha mai smesso si suscitare l’interesse della neostregoneria proprio per il suo eclettismo; in particolare vengono messe oggi in discussione proprio quelle “certezze” attorno a cui si è costruito il modello romantico di eroina fatale e maledetta, a partire dalla stessa appartenenza al genere femminile.

Lilith e gender

L’identità di genere di Lilith non è determinata. All’immagine della sensuale ed elegante femme fatale, sostengono i wiccan di tradizione alessandriana del Circle of Cerridwen in Gender and Transgender in Modern Paganism, si affianca infatti quella proteiforme di un essere indefinito e ombroso, scomposto e disordinato – come talvolta sono rappresentati ad esempio i suoi capelli. È per questo che, soprattutto negli ambienti della stregoneria dianica, da emblema della “sacralità” che risiede nel corpo femminile è andata a identificarsi anche come icona transgender, condividendo con questa “categoria” il principio della libertà senza compromessi, che preferisce l’esilio alla sottomissione.

Un fermento crescente, quello promosso dalle devote transgender, che vuole indagare le radici “ermafroditiche” della dea semitica e ne predilige una rappresentazione androgina (così vengono letti i simboli che reca tra le mani la Regina della Notte nella sua più nota raffigurazione mesopotamica, un cerchio e una verga), quasi un mutaforma che rompe la “circolarità” femminile del ciclo mestruale e della gravidanza e concede “il dono” della sterilità. Lilith incarna insomma la paura che ciascuna cultura plasma attorno al tema della sessualità e delle sue molteplici espressioni e al tempo stesso il suo superamento, e sopravvive nella misura in cui vengono riconosciute tutte le sue facce.

L’inafferrabile essenza

Ecco perché, sostiene la sacerdotessa Anya Kless nel testo citato, «il primo pericolo nell’onorare Lilith consiste nel cadere in una mentalità dualistica che si basa su una scontata lista di antitesi: vergine/prostituta, bene/male, uomo/donna, reale/immaginario, vittima/carnefice», categorie rigide e semplicistiche; si ripercorre allora la sua storia nella mitologia ebraica e se ne scoprono quei lati che difficilmente sono riconducibili al genere femminile tout court: genera molti figli (lilim) ma non ha latte, può provocare sterilità e aborti spontanei, la morte delle vergini e dei bambini in culla, e a lei ci si rivolge al tempo stesso per allontanarla e invocarla.

Estetiche interattive | L’indiscreto


Su L’Indiscreto un estratto di Datacrazia, opera curata da Daniele Gambetta e uscita per D Editore; uno dei temi trattati all’interno di Datacrazia è su come la raccolta dei dati e l’interattività hanno influenzato l’arte contemporanea. Vi lascio a uno stralcio del piccolo saggio scritto da Tommaso Campagna.

In che modo possiamo relazionare l’analisi dati con il mondo estetico, affinché lunghe stringhe di numeri e lettere possano essere analizzate da un punto di vista artistico?
L’utilizzo delle piattaforme digitali e la conseguente creazione di identità virtuali hanno permesso di raccogliere e analizzare informazioni sempre più dettagliate sui singoli utenti.

L’utilizzo di questi dati è diventato fondamentale per qualsiasi previsione e analisi di stampo politico, economico e sociale. Poter osservare graficamente i flussi che i singoli utenti creano è molto utile per capirne i gusti, i comportamenti e ogni altro parametro legato alla personalità.

Informazioni fondamentali per creare un’offerta che non sia soltanto statisticamente più vantaggiosa, ma che possa provare a soddisfare ogni singolo utente, rendendolo parte attiva del processo. All’interno della rete, quindi, ogni componente del sistema ha un ruolo che è di importanza proporzionale alla quantità di informazioni cedute. Questo rapporto intimo tra offerta e utente permette, però, al singolo fruitore di avere un grado di intervento e di coscienza non sempre soddisfacente. Se tramite la rete, infatti, la consapevolezza di far parte attivamente di un processo collettivo aumenta, è al contrario sempre più difficile avere il controllo di come le nostre informazioni vengono utilizzate esternamente.

Le implicazioni di questo fenomeno, potenzialmente rivoluzionario ma con un alto grado di pericolosità, sono diventate un importante campo di indagine teorica e tecnica. Nel mondo dell’arte questo fenomeno si va ad inserire in un processo che però ha basi molto più lontane.

La volontà di assegnare un ruolo, non soltanto al mittente di un determinato messaggio ma anche al suo ricevente, è un tema che nella storia dei media è spesso ripreso e che basa la propria idea di creatività sulla messa in comune degli strumenti del comunicare.

“Un’opera interattiva è infatti, per definizione, un insieme di possibilità, un processo più che un’opera: l’opera viene creata volta in volta proprio dall’intervento finale del visitatore o dello spettatore/partecipante. Si potrebbe addirittura pensare che l’interattività possa essere uno strumento per ricomporre la frattura fra arte e società prodottasi nella fase matura della modernità […]. I lavori che rivelano un approccio più interessante al rapporto uomo-macchina però sono forse quelli che non basano la loro interattività esclusivamente sulle scelte consapevoli del visitatore, ma su una combinazione di scelte consapevoli e di segnali emessi inconsapevolmente, e a volte solo su questi ultimi, escludendo ogni forma di attività da parte del fruitore, e spesso con l’utilizzo di sensoristica biomedica”

Questo estratto proviene dal saggio L’inconscio della macchina di Antonio Caronia, filosofo, critico letterario e saggista. Con queste parole, scritte più di dieci anni fa, il critico genovese ci ha consegnato un’interessante definizione del concetto di arte interattiva. Caronia ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca allo studio di quello che oggi potremmo definire il virtuale e più in particolare al ruolo che le soggettività hanno al suo interno, a partire dall’interazione tra il corpo e la macchina.

Il tradimento di Roma | ThrillerMagazine


Intrigante romanzo storico di Santiago Posteguillo, che ha scritto modellandosi sulla figura di Scipione l’Africano, Il tradimento di Roma. Vi lascio alle note dell’articolo, aggiungendo che quella in uscita è soltanto la prima di due parti del romanzo, la seconda la troverete sul mercato probabilmente in questo stesso anno con il titolo La fine di Scipione. Su ThrillerMagazine.

Il mio nome è Publio Cornelio Scipione. Sono stato due volte console, censore e princeps senatus di Roma. Ho servito la mia patria con orgoglio e lealtà. Devo ammettere che mai avrei pensato di scrivere le mie memorie. Nella mia vita ho ottenuto successi encomiabili, alcuni di essi celebrati da poeti, pensando che sarebbero rimasti senza dubbio nella storia, ma per via delle circostanze attuali mi vedo costretto a lasciare per iscritto i miei sentimenti riguardo a tutto ciò che è accaduto a Roma negli ultimi anni: un periodo in cui la nostra città, dall’importante centro in Italia che era, si è convertita nella capitale di un immenso impero, un impero del quale io ancora non intravedo i confini. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza di me. Il mio lavoro è stato epico, il mio sforzo improbo, il prezzo che ho dovuto pagare desolante. Ho perduto mio padre e mio zio, le due persone che mi formarono, per colpa di una lunghissima guerra alla quale io posi fine. Ho conosciuto l’orrore della guerra attraverso la mia stessa famiglia. Dopo di che, ho finito col contrastare proprio coloro che mi amavano, e a tutti loro ho recato danno. È questo, inevitabilmente, ciò che più mi ferisce.

È l’anno 201 a.C. Nel lungo ritorno a Roma, Scipione è acclamato in ogni porto per le sue vittorie contro Annibale. Ma dietro tanta adulazione, si celano i sospetti e il tradimento. Roma non sembra volergli tributare tutti gli onori che merita, e il Senato si trincera dietro una freddezza che sa di congiura. In questo penultimo volume della saga di Scipione l’Africano, l’uomo che piegò Annibale e conquistò gli immensi territori africani, Santiago Posteguillo, come sempre, fa rivivere con straordinaria forza i giorni più epici della storia di Roma.

È in libreria La casa delle conchiglie, il nuovo romanzo di Ivo Torello | FantasyMagazine


FantasyMagazine segnala l’uscita, del nuovo romanzo di Ivo Torello, per Edizioni Hypnos, intitolato La casa delle conchiglie. Intrigante, come sempre, il contenuto:

Dopo il successo di Predatori dall’abisso, torna Ivo Torello con un romanzo ambientato nella Parigi di metà Ottocento, in cui alchimia, esoterismo, creature mostruose, libri magici, arte ed eros si incontrano nel luogo protagonista del romanzo, il bordello parigino condotto dalla maîtresse Madame Sabatière, la Maison des Coquillages. Saldamente ancorato alla realtà storica, La casa delle conchiglie è popolato di personaggi realmente esistiti (Courbet, Manet, Dumas, Nadar, Flammarion, Kardec, ecc.) e offre al lettore eventi celebri come quello del Salone dei Rifiutati nel quadro di una narrazione in cui l’arte, l’amore sensuale e la libertà di espressione si contrappongono in una vera e propria guerra contro censori e adoratori della morte.

Un romanzo per molti versi “acido” e torbido, genuinamente weird, che deve tanto ai classici del fantastico europeo come Maupassant ed Ewers quanto al weird d’oltreoceano di Lovecraft, e in cui il sense of wonder si manifesta nell’immagine di una vagina dischiusa e dove il pessimismo cosmico viene, spesso e volentieri, seppellito con una dissacrante risata. La prefazione è di uno dei guru dell’horror, Paolo Di Orazio, e il volume è impreziosito da una serie di tavole a colori fuori testo con alcune tra le più importanti opere d’arte erotica dell’epoca.

Strani giorni: Esercizi di ammirazione – Emil Cioran


Sul blog di Ettore Fobo la recensione a un’opera minore di Emil Cioran, Esercizi di ammirazione. Vi lascio ad lacune considerazioni di Ettore:

In Cioran la disillusione, il disincanto, la lucida chiaroveggenza assumono i tratti di una stregata fatalità e si fondono con un certo stralunato lirismo per produrre una delle prose più perfette, uno degli stili più riconoscibili del Novecento. Che da romeno si sia espresso in francese ci convince una volta di più che spesso l’esule, lo straniero, lo sradicato, posseggono le chiavi per accedere allo scrigno di qualche insolita saggezza.

E quella di Cioran è saggezza, nel momento stesso in cui l’autore riconosce e confessa i propri limiti, i propri vizi, in primis la scrittura stessa, che serve solo per svuotare l’animo da ciò che lo turba e che coincide con ciò che più profondamente lo anima, per arrivare proprio alla saggezza che è sterile, non produce nulla, è il vuoto.

Questo Esercizi di ammirazione, tradotto da Mario Andrea Rigoni e Luigia Zilli, vide la luce in Italia per Adelphi nel 1988, trent’anni fa dunque.

Sono ritratti, saggi, intorno a figure che Cioran ha conosciuto, ora come lettore, ora personalmente. Sono ritratti spesso in sospetto di essere anche autoritratti dell’autore, che tanto più racconta di De Maistre, Borges, Fitzgerald, Valéry, Zambrano e altri tanto più si racconta, indugia nelle proprie ferite, scava nella propria disillusione ma non proietta se stesso sullo schermo dell’altro, solo l’altro è colui in cui indovina segrete affinità.

Il saggio più bello è, forse, quello su Mircea Eliade, che è probabilmente agli antipodi della personalità di Cioran e che Cioran ebbe modo di conoscere personalmente. Entusiasta l’uno e amante del proprio surplus creativo, quanto disilluso l’altro e incline a rimuginare sull’inutilità della propria opera e di ogni opera in generale. Il saggio si chiude in maniera semplice e mirabile: “ Siamo tutti […]ex credenti, siamo tutti spiriti religiosi senza religione.” È una frase chiave per comprendere Cioran, più ancora che Eliade, o forse per comprendere tutti coloro, e sono legione, che sono attraversati nel profondo da una nostalgia verso la trascendenza, che l’epoca contemporanea ha definitivamente seppellito fra le superstizioni vacue del passato.

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