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Archivio per luglio 10, 2018

Pulphagus, esplode la rivoluzione | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione della nuova uscita per il ciclo di Pulphagus®, il mondo futuribile nato dalla penna di Lukha B. Kremo che, dopo il Premio Urania, si è sviluppato in un arco di racconti editi da DelosDigital, con le copertine disegnate da Ksenja Laginja. La quarta:

Dopo l’alleanza, Raskal e i capi di Pulphagus® inviano degli emissari su Vupolb, la più grande sede del gruppo utopistico ribelle del 3A, per compiere un boicottaggio epocale. Grazie al coordinamento tra un raid via terra e i satelliti artificiali controllati dalla PulphagusCo™, si colpisce il cuore della GoogleAndroidLine™, la linea che divide i territori standard di LaTerra® in quattro zone. L’operazione sembra avere un grande successo, finché un evento troppo umano sconvolge tutti i piani.
Continua la celebrata serie derivata dal romanzo vincitore del Premio Urania!

Somatic Echo, spatial bone conduction | Neural


[Letto su Neural]

Il suono per conduzione ossea, o suono che può essere udito perché le vibrazioni viaggiano nell’orecchio non attraverso l’aria ma attraverso le rispettive vibrazioni delle ossa del cranio, è stato sperimentato negli apparecchi acustici fin dagli anni ’20, ma il suo uso per le composizioni è molto recente. Juri Hwang lo usa in “Somatic Echo”, attraverso 6 trasduttori posti di fronte all’utente e due nella parte posteriore della testa per ascoltare una composizione a 8 canali. I suoni viaggiano letteralmente attraverso la testa e anche le vibrazioni attraversano la pelle. Hwang ha sottolineato la possibilità di questa particolare configurazione, permettendo ai suoni di ‘viaggiare’ attraverso lo spazio della testa, indagando come la psico-acustica possa influenzare la nostra percezione dello spazio. Di fronte a un ambiente che ricorda l’esperienza prenatale del suono nel grembo materno, l’ascoltatore è nudo auralmente, con il suo corpo interno esposto in modo innocuo alla volontà del compositore, stabilendo un nuovo rapporto tra i due.

Tarab + Artificial Memory Trace – Obex | Neural


[Letto su Neural]

L’australiano Tarab e il cecoslovacco Artificial Memory Trace – aka Slavek Kwi, adesso residente in Irlanda – hanno prima iniziato a scambiarsi materiali audio e oggetti risonanti, singole sculture e piccoli marchingegni auto-costruiti. Da qui si è partiti con manipolazioni minime di entrambi ma fondamentalmente anche solo collocando le sculture in situazioni particolari e lasciandole lavorare. Tarab ha dimestichezza con i suoni raccolti e la sua abilità è proprio quella di ricontestualizzare queste catture, anche con gesti tattili e in composizioni che infine assurgono a una loro precisa dinamica. È una sorta di psicogeografia, una deriva sonora ispirata a cose scartate, che possono assurgere a nuovi utilizzi o che – semplicemente – sono state raccolte nella spazzatura o trovate, camminando senza meta e portando la percezione all’infinitesimale, all’urticante, consci che anche il decadimento della materia possieda una sua qualità. Anche nel field recording site-specific avviene qualcosa di simile, ma non è propriamente la stessa cosa. Tarab sembra orientato a un impegno ambientale più coraggioso, alimentando metanarrazioni, sensazioni viscerali e un’accresciuta consapevolezza di come – e quanto – un’esatta sintonia sia assolutamente determinante. AMT parla di “quadri sonori elettroacustici”, cercando di definire questa pratica, il cui esito è quello di una musicalità stridula, nervosa, che solo nelle pause diradanti trova un po’ di sfinimento, mentre nei pieni rimanda a trame tipiche della sintesi granulare. In Obex tutti i materiali agiti sono stati poi selezionati e ulteriormente organizzati, alcuni lasciati integralmente o accostati ad altre registrazioni. Alla Crónica Electronica per questa uscita hanno scelto un formato un po’ desueto – anche se adesso, in un certo qual modo, ricercato e fascinoso – quello delle vecchie cassette a nastro, un chiaro riferimento al “feticismo dell’offline”, la passione sfrenata e maniacale per tutto quello che è precedente all’era internet, esattamente quando la non-music già esisteva e aveva altri medium. Un’esperienza d’ascolto così avvolgente, decisamente intrigante e ricca di molteplici sfaccettature è accompagnata ad arte da una gestione delle tracce un po’ schizoide. Infatti la durata delle incisioni è in principio di poche decine di secondi mentre nelle altre aumenta, spesso rimanendo di difficile decifrazione nelle cesure. Un ulteriore elemento che tende non tanto a confondere quanto a costringere ad un’attenzione più vigile e gratificante.

La fine di Scipione | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di La fine di Scipione, romanzo storico scritto da Santiago Posteguillo. Ecco la sinossi per illustrare il contenuto del libro che, visto con gli occhi dell’appassionato di Storia e amante del periodo trattato da Posteguillo, m’incuriosisce molto.

Publio Cornelio Scipione sa di essere arrivato alla fine. È il 190 a.C. La crisi siriaca è al suo culmine, e Roma, anche se sfinita da anni di guerra, ha deciso di fronteggiare il re di Siria, Antioco, costante minaccia ai confini orientali della Repubblica. Scipione è tra i legati inviati in Grecia a negoziare la pace, e anche se la missione è un successo, che porta a Roma di fatto l’incontrastato dominio del mar Egeo e ricchezze inestimabili, Publio Cornelio non viene salutato da Roma come crede di meritare. Lontano dall’essersi arricchito, è tuttavia accusato, insieme al fratello Lucio, di aver accettato doni e denaro da Antioco, per una negoziazione giudicata da Roma troppo mite. È così che Scipione l’Africano, l’uomo che aveva sottratto l’Africa ad Annibale, e che aveva fatto di Roma la sua ragione di vita, decide di ritirarsi a Liternum, in Campania, dove la morte lo coglierà nel 183 a.C.

Scopa mi aveva detto che sconfiggere i catafratti era impossibile. Che per fermare l’avanzata di una cavalleria corazzata di tale portata non c’era altro modo che possederne una identica da opporle. Se il re Antioco, sostenuto da Annibale, avesse utilizzato abilmente le proprie armi, saremmo stati annientati. O forse no. Man mano che ci addentravamo in Asia pensavo solo a come affrontare quella potentissima arma del nemico. A Zama riuscimmo a fronteggiare gli elefanti in campo aperto, cosa che mai nessuno prima era riuscito a fare. Nel fondo della mia anima albergava la speranza che prima del combattimento finale sarei riuscito a elaborare una strategia che ci avrebbe permesso di ottenere la vittoria. Solo pochi giorni prima del grande evento, in preda alle febbri che avevano nuovamente preso possesso del mio corpo, mi si delineò una soluzione. Non era una decisione definitiva, né nulla di nuovo. Ero stato talmente soggiogato dalla mia vanità da cercare disperatamente una maniera innovativa e originale per sconfiggere i catafratti, mentre avrei dovuto guardare al passato, poiché la soluzione era lì e, proprio come era accaduto in passato, il successo dell’impresa poteva ripetersi. Mi venne in mente una lezione del nostro antico pedagogo, Tindaro, che mio padre aveva assunto per istruirci durante l’infanzia. È curioso come la necessità possa farci rammentare tanto nitidamente qualcosa vissuto tanti anni prima. Chissà, forse fu proprio la febbre ad aiutare la mia mente a schiarirsi, a mettere insieme i tanti pezzi che dovevano completarsi per comporre il grande mosaico di manovre che avremmo dovuto seguire per sconfiggere un esercito magnificamente armato che ci raddoppiava in numero. La chiave era rappresentata dai catafratti, ma ciò che davvero mi preoccupava era di non avere abbastanza forze per condurre la battaglia. Dovevo cedere il comando a Lucio e avevo due timori: che non fosse all’altezza del compito e che i legionari si sentissero traditi nel vedermi ripartire in direzione del mare. Tuttavia, le febbri mi avevano lasciato invalido e non c’era altra possibilità. Però, avevo incastrato le tessere del mosaico anche in modo tale da eliminare Gracco, l’uomo di Catone nella campagna, approfittando delle manovre che le legioni avrebbero seguito. Quella fu una mossa meschina della quale non vado affatto orgoglioso. Non ripeterei mai una simile azione. Anche chi ha saputo ottenere grandi cose rimane consapevole del fatto che avrebbe potuto fare di meglio, che molti errori potevano evitarsi. Solo un illuso, un superbo, ripeterebbe le proprie azioni passate nello stesso identico modo. Ci sono filosofi che avrebbero molto da insegnare su questo tema.

Marc Namblard – F. Guyana | Neural


[Letto su Neural]

Marc Namblard non è nuovo ad approcci audio-naturalisti – basti ricordare le sue precedenti uscite su etichette quali Nashvert, Ouïe-Dire e Kalerne – e a dire il vero anche all’esplorazione di spazi open-air nella Guyana Francese, che in luoghi differenti erano già stati oggetto di estese registrazioni. Il sound collage di quelle prime catture auditive – field recording realizzate tra la stagione secca e la “piccola stagione delle piogge” – evidentemente deve essere rimasto impresso allo sperimentatore parigino che per questo rilascio sulla prestigiosa Gruenrekorder ha scelto stavolta, sempre nello stesso periodo dell’anno, le regioni costiere, sicuramente non prive d’altrettanto fascino delle altre, nella foresta e nella savana, ricche comunque di differenti e ben dettagliate frequenze vibratili, di frammenti risonanti e avvolgenti iterazioni. Le suggestioni ambientali sono spesso mantenute astratte, forti di un singolo suono, per poi in altri casi aprirsi ai cinguettii di una colonia d’uccelli al mattino, ai gorgoglii di scimmie e cicale – tra gli altri abitatori mattinieri – che sono in evidenza con gutturali e crepitanti espressioni. Sulla strada di Saint-Élie, vicino Sinnamary. un’area che è già al limite della foresta, Marc Namblard è attirato dalle emissioni dei colibrì, dal ronzio acuto delle immancabili cicale, nonché dal martellare incessante dei picchi. I suoni che ascoltiamo non sono mai banali: le field recording raccolte sono ricche d’interferenze minime e le sequenze droniche sono in altri casi registrazioni di specie particolarissime di rane (i leptodactylus, le vitreorana oyampiensis e gli eleutherodactylus johnstonei, fra quelle più conosciute), di uccelli (ad esempio i cyphorhinus arada o i leptotila rufaxilla) o semplicemente dell’oceano, accompagnato dal rifrangersi tenue e inquietante delle onde sulla spiaggia oppure dalle stesse che battono incessantemente sulla barriera corallina. Tutta l’opera sembra infusa dallo spirito purista della primigenia fonografia e non abbiamo sentore all’ascolto di nessun post-editing: un qualche ulteriore “abbellimento” è dato solo dall’interessante book allegato, completo di suggestive immagini a colori che si devono a Hadrien Lalagüe, Antoine Baglan e Anne Cécile Monnier, autentici specialisti in questo generi di scatti. Insomma, lo spazio sonoro è davvero ben definito, ricco di dettagli e iper-vivido e l’ascolto è decisamente gradevole, assolutamente all’altezza di una così sedimentata e pregevole serie discografica.

Alessandro Rolfini

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