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Archivio per luglio 29, 2018

Manufactura – Gemini Method


Il nuovo promo per i Manufactura. Eccellente, come sempre, il loro sound & visual, disturbante.

Lankenauta | Lady Frankenstein e l’orrenda progenie


Su Lankenauta la segnalazione di un saggio assai intrigante, Lady Frankenstein e l’orrenda progenie, a cura di alcune autrici dettagliate più avanti nel post originale. Qualcosa da tenere sempre pronto all’uso, per leggere interessanti punti di vista.

Sono trascorsi esattamente duecento anni da quel 1818 che vide la prima pubblicazione di “Frankenstein, o il moderno Prometeo” e, nell’occasione, sei autrici che hanno interessi in comune con la rivista “Leggendaria” e con la Società italiana delle letterate (SIL) – Maria Crispino, Silvia Neonato, Sara De Simone, Giovanna Pezzuoli, Carla Sanguineti, Marina Vitale – hanno voluto celebrare la figura Mary Wollstonecraft Shelley, puntando lo sguardo su aspetti forse fino ad ora non troppo indagati dalla critica. Non soltanto pura e semplice biografia della scrittrice, per quanto sia sempre molto controversa, ma analisi che devono qualcosa alla psicologia e alla psicanalisi e si concentrano, con un linguaggio piuttosto accessibile, sui motivi che hanno fatto di “Frankenstein” un’opera anticipatrice di molte delle profonde paure che assillano l’uomo e la donna contemporanei. Tanto per intenderci questo il piano di “Lady Frankestein”: Silvia Neonato è autrice del capitolo “La donna che anticipò le nostre paure”, Carla Sanguineti si è proposta con “Mary Shelley in Italia. In fuga oltre il dolore”, Marina Vitale con “L’incubo della generazione”, Sara De Simone con “Il mostro che la abita”, Anna Maria Crispino con “Creature post-umane: Da Frankestein ai Cyborg”, per finire con Giovanna Pezzuoli e “Il cinema e il suo mostro”. Sono saggi che attingono dalle biografie più recenti, tipo quella di Adriano Angelini Sut, dai carteggi dell’autrice, da studi non in senso stretto letterari, e che appunto evidenziano quanto il mostruoso e l’insolito della creatura di “Frankestein” debba ai sensi tenaci di colpa di Mary Wollstonecraft Shelley. Percezioni profonde che sarebbero comparse al momento stesso della sua nascita, visto che la madre, la celebre femminista ante litteram, mori di parto; e che poi si sarebbero accentuate con la morte prematura di una sua figlia, con la morte di Percy Bysshe Shelley e col suicidio della sorellastra Fanny.

“Frankestein” viene perciò letto innanzitutto come un’opera che mette in scena la drammaticità della nascita e che è stato condizionato non poco dallo “scientismo” dominante al tempo della rivoluzione industriale. Senza dimenticare chiaramente aspetti come “il contesto dell’epoca, le influenze romantiche, la scrittura e le connessioni culturali con l’Italia nel romanzo e nel resto della produzione dell’autrice”. Marina Vitale scrive di “circostanze tra i caratteri del testo originario e le circostanze fattuali della vita della sua autrice”, che “condizionarono senza subbio lo spirito con cui il romanzo venne pensato e scritto e lo stato d’animo che a quindici anni di distanza le facevo definire il suo concepimento «my hideous progeny»” (pp.75). Sara De Simone è ancora più esplicita, citando Anna Maria Ortese: “Mary Shelley è contemporaneamente Victor Frankenstein e la sua creatura, il creatore del mostri e  la sua orrida progenie perché in entrambe le posizioni è stata e di entrambe vuole renderci conto: figlia mostruosa assassina di sua madre – pure una madre mostruosa, per averla abbandonata – e madre mostruosa a sua volta dei figli che perde, uno dopo l’altro, senza poterli in alcun modo preservare, tenerle in vita” (pp.116). Anche Anna Maria Crispino approfondisce sulla creatura deviata, che risulta creata e non generata: “da Frankestein discende un’intera generazione di mostri – una ‘immonda progenie’ – che incarnano le paure dell’umanità, anzi, per meglio dire della civiltà occidentale esaltata e ossessionata dal progresso” (pp.135). Da questo punto di vista l’attualità dell’opera di Mary Shelley, e quindi di tutta la successiva gestazione di creature terrificanti, androidi, assemblaggi ancor più evoluti di carne senziente, non consisterebbe tanto nella descrizione cruda, impietosa di un mostro disgustoso, quanto proprio nell’atto della creazione. Una devianza che produce nella stessa scrittrice un alternarsi di “orrore per la cosa (the thing) e pietà per l’essere vivente, seppur imperfetto (the creature) partorito dalla sua mente (e da suo inconscio potremmo dire)” (pp.134).

Una “orrenda progenie” evidentemente non relegata nei primi decenni dell’ottocento visto che, agli inizi del nuovo millennio, le polemiche su nascita e maternità sono sempre più virulente, a cominciare da quello che può voler dire clonazione, passando per la procreazione assistita, per la GPA (gravidanza per altri/e). Un omaggio all’opera di Mary Wollstonecraft Shelley che, pur nei limiti di nemmeno duecento pagine, ha voluto evidenziare quanto l’idea di “Frankenstein” abbia condizionato la letteratura, quanto debbano al “mostro” le arti visive, il cinema; e, aspetto tutt’altro che secondario, quanto gli incubi dell’autrice si siano rivelati, non soltanto manifestazioni di archetipi presenti in ciascuno di noi, ma delle vere e proprie anticipazioni di un futuro distopico.

BEATBLOG2: LUKHA B. KREMO: PULPHAGUS® FANGO DEI CIELI


Matteo Barbieri recensisce Pulphagus®, il romanzo vincitore del Premio Urania 2016 scritto da Lukha B. Kremo, libro in seguitore vincitore del Premio Vegetti e Cassiopea. Insomma, un romanzo incredibilmente vitale e bello. Un estratto:

Per chi in precedenza ha letto uno dei suoi lavori più sperimentali e complessi, Gli occhi dell’anti-Dio, è davvero grande il salto che si percepisce in questo suo ultimo lavoro, perché nel suo essere avanguardistico, Pulphagus® non disdegna di (anzi, ambisce a) essere un Romanzo con la R maiuscola, di quelli da cui il lettore esce con la soddisfazione di aver letto una bella storia. Con tutte le idee e le speculazioni del caso, sì, okay… ma una bella storia. Per capirci, quel genere di sensazione che resta dopo aver finito un romanzo di Stephen King.
Credo che questa sia una linea sottile e difficile da valicare, e qui Kremo ci è riuscito definitivamente, scrivendo prima di tutto una storia di amore e riscatto con qualche risvolto persino da romanzo formativo. Qualità che risalta ancora di più se la si pone nel contesto sci-fi alla base della sua visione.

IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE > L’INGLESE E’ E RESTA UNA LINGUA GERMANICA


Un bel post di Marco Moretti sulla lingua inglese e sulle sue derivazioni, inclinazioni e storpiature che quel linguaggio ha subito col passare dei secoli, e delle dominazioni. Demolizioni che, almeno questo, la nostra lingua non ha passato.

La natura germanica della lingua inglese moderna dovrebbe essere chiara a tutti. Eppure non è così. Il vocabolario derivato dall’anglosassone sembra esiguo rispetto all’immensa mole dei prestiti di origine romanza, latina e greca, così sono state avanzate proposte di classificare l’idioma di Shakespeare come una lingua germano-romanza. Per lo stesso motivo l’uomo della strada, che ignora la filologia germanica, è incline a ritenere l’inglese un bizzarro tipo di lingua romanza. In Italia questa opinione è diffusissima, complice un sistema scolastico tradizionalmente ostile a tutto ciò che non ha in Roma la sua radice.

La battaglia di Hastings (1066) ha cambiato per sempre il destino dell’Inghilterra. A causa del dominio dei Normanni, la lingua inglese è stata colpita da una sciagura gravissima, un trauma irreparabile a cui possiamo dare il nome di integrazione anglo-romanza. Gli esiti di questo processo spaventoso e caotico sono sotto gli occhi di tutti. Si stima che circa l’85% del lessico anglosassone originale sia andato perduto. Circa 10.000 vocaboli sono entrati nel medio inglese a partire dalla lingua d’oïl parlata dai Normanni. Di questi prestiti, il 75% è tuttora vivo. Come se non bastasse, innumerevoli parole dotte sono state prese a prestito dal latino e dal greco nella fase dell’inglese moderno. Questo processo, che tra le altre cose ha permesso la formazione della lingua scientifica, è tuttora in corso e non accenna a diminuire. Potremmo quasi parlare di integrazione anglo-latina e di integrazione anglo-greca. Esistono moltissimi lavori che parlano di questi argomenti, sia nel Web che cartacei.

Come conseguenza della sua storia molto travagliata, l’inglese è una lingua fortemente dissociativa. Questo significa che forma parole derivate a partire da radici prese dal francese, dal latino o dal greco, che non hanno alcuna attinenza con la radice germanica usata per esprimere il concetto di base. Questo è in netto contrasto con la lingua di Beowulf, che era fortemente associativa, dal momento che formava le parole derivate utilizzando la radice delle parole semplici e opponendosi a ogni opacità etimologica.

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[Letto su KippleBlog]

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Alessandro Rolfini

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