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Archivio per ottobre, 2018

La società della sorveglianza e le profezie della scienze fiction | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com l’editoriale di Carmine Treanni per il nuovo numero di Delos; si parla di distopia, di controllo sociale attraverso l’uso massivo e perverso della tecnologia. Imperdibile…

Il Novecento è stato più volte definito come il secolo del trionfo delle immagini. La preponderanza delle immagini (in movimento e non) prodotte – a partire dalla fotografia, passando per il fumetto e il cinema, fino alla televisione – ha fatalmente marchiato il secolo scorso. Il nuovo millennio, però, si è aperto con un cambio di rotta decisivo e spiazzante: la produzione e, soprattutto, la diffusione a livello globale di immagini e video, non è più esclusivo appannaggio di fotografi, registi, disegnatori, distributori cinematografici, ma di ognuno di noi. Basta dotarsi delle giuste tecnologie, ormai a basso costo, e chiunque è in grado di produrre una foto o un video e di condividerlo, grazie a Internet, con chiunque sia dotato di un computer o di un telefono cellulare.

Questo proliferare d’immagini pone, ovviamente, enormi questioni in tema di privacy, di libertà individuali. Per un verso il diffondersi delle tecnologie legate alla sorveglianza e al controllo ha raggiunto un sviluppo inimmaginabile solo qualche anno fa; dall’altro verso, l’uso di tale tecnologia ha modificato sempre più lo stesso concetto di sorveglianza e di privacy.

Del resto, i moderni telefoni cellulari ormai hanno la possibilità sia di effettuare fotografie sia video. Ma non solo. Con la app giusta si possono montare dei video, così come modificare singole immagini, in altre parole manipolare. Quello che una volta era un gadget fantascientifico dell’agente segreto James Bond – una macchina fotografica nascosta nell’astuccio di un apparente portasigarette – è ormai un accessorio ad appannaggio di tutti. E poi, basta puntare e schiacciare.

La sorveglianza delle nostre città – guarda caso attuata proprio con l’occhio elettronico delle telecamere –, i reality show che impazzano per le televisioni di tutto l’Occidente, la voglia di voyeurismo che dilaga su Internet (vedi il fenomeno degli yotuber) sono tre fenomeni sociali, solo apparentemente dissimili, ma che in realtà sono profondamente legati e rappresentano le facce di una stessa realtà: stiamo – senza essere catastrofici o apocalittici – dirigendoci verso un’era da Grande Fratello di orwelliana memoria. Molti studiosi avvertono i pericoli di tale fenomeni. Scrive, ad esempio Stefano Rodotà (Tecnopolitica, Editori Laterza, Bari 2004):

Bisogna, quindi, definire le condizioni necessarie per evitare che la società della sorveglianza si risolva nel controllo autoritario, nella discriminazione, in vecchie e nuove stratificazioni sociali produttive di esclusione, nel dominio pieno di una logica di mercato che cerca una ulteriore legittimazione proprio nella tecnologia. Questo esige processi sociali, soluzioni istituzionali capaci di tener fermo il quadro della democrazia e dei diritti di libertà. È vano confidare nella sola autodifesa dei singoli: le speranze non possono essere affidate alle «strategie da bracconiere» che ciascuno di noi può cercar di praticare. L’impresa può apparire disperata. Non i catastrofisti, non gli apocalittici avversari delle tecnologie, ma i loro convinti apologeti hanno certificato, ben prima della svolta dell’11 settembre, la morte della privacy e, con essa, l’avvento di una società della sorveglianza in cui scompare la speranza del rispetto delle libertà e della dignità della persona.

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Lascivia


La lascivia lastrica le strade di un successo epidermico, strane percezioni che evaporano al suono del calore sull’asfalto.

La restituzione


Il globo terracqueo ha caratteristiche estemporanee di abrasioni standard, raschia la perfezione e restituisce polvere di abisso corrotto.

Alphaxone & Xerxes the Dark – Ancient Amulet


Nel sentieri siderale degli abissi incipienti…

Marchionne è vivo e lotta contro noi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una critica ragionata a L’era Marchionne. Dalla crisi all’americanizzazione della Fiat, disamina del signorotto ipercapitalista a opera di Maria Elena Scandaliato.

…è un bilancio critico e rigoroso, più che sulla carriera e il destino di un manager, su una stagione intera delle relazioni industriali e delle politiche del lavoro, in Italia, nell’ultimo ventennio. Attraverso la vicenda di Sergio l’Americano, si può leggere in controluce la regressione sociale e culturale di un intero paese.

Spulciando qua e là per il libro, saltano agli occhi questi passaggi:

Marchionne viene scelto nel 2005 dalla famiglia Agnelli (sempre più simile alla tribù parassitaria e anacronistica dei Saud) alla morte del vecchio Umberto. Non è un outsider, negli ambienti internazionali il suo nome è già conosciuto. Il suo biglietto da visita è a due facce: da una parte abile e spregiudicato manovratore finanziario, dall’altra disponibile al dialogo sindacale e alle istanze operaie. Le manovre di bilancio servono a tamponare immediatamente la crisi di liquidità del gruppo e farsi legittimare dagli azionisti; le aperture sociali servono a lanciare segnali verso il mondo sindacale e la sinistra di governo, in un momento di grande fragilità dell’universo Fiat, bisognoso di consenso e pacificazione. Raccoglie successi immediati su entrambi i fronti. Bravo e fortunato nelle faccende finanziarie (il suo vero mestiere, altro che metalmeccanico, come amava definirsi per dare una vocazione industriale alla sua biografia di manager), si trova bella e pronta davanti a sé la famosa clausola che, sulla base di piani falliti e accordi già stipulati dalle gestioni precedenti, obbliga la General Motors a sborsare un miliardo e mezzo di dollari, in alternativa all’obbligo di acquisto del comparto auto Fiat: l’esercizio di tale opzione porta una provvidenziale boccata di ossigeno nelle casse dell’azienda torinese. I fondamentali del gruppo cominciano a stabilizzarsi rapidamente. Anche gli investimenti nel miglioramento delle condizioni di lavoro, soprattutto nello stabilimento simbolo di Mirafiori, provocano reazioni positive e vincono le diffidenze dei sindacati. Marchionne non risparmia i segnali e gli ammiccamenti in tal senso:

I risultati raggiunti da Fiat dimostrano che simili trasformazioni sono possibili anche in un paese con forte coscienza sindacale. La maggior parte degli analisti finanziari ritiene che le riduzioni di organico siano per definizione positive, ma sono fissazioni. Il costo del lavoro incide solo per il 6-7%. Quindi certe richieste di tagli sono indiscriminate. (p. 35)

Emblematico il racconto sulla ristrutturazione dello stabilimento G.B. Vico di Pomigliano:

Tanti credono che il piano Marchionne sia stato realizzato formalmente nelle fasi dell’accordo del 2010 […] Noi crediamo, al contrario, che […] sia iniziato ben prima e per la precisione con l’introduzione dei famosi corsi di formazione che si sono tenuti tra l’inizio del gennaio 2008 e il marzo dello stesso anno. Entrammo in fabbrica ognuno nel suo reparto d’appartenenza, ognuno sulla propria linea di produzione […]. Uno spiegamento di vigilantes mai visto prima a cui nessuno riusciva a dare un motivo […]. Iniziarono le pseudo lezioni dove capi e team leader, unitamente ai vigilantes che controllavano il regolare svolgimento dei corsi quasi come se si fosse a un colloquio con detenuti, volevano farci percepire, prima di ogni cosa, il significato di far parte di una squadra vincente e soprattutto cosa si rischiasse a non farne parte. […] I vigilantes, presenti in numero di due o tre sulle varie linee di montaggio, avevano il compito ben preciso di individuare chi durante i corsi esprimeva un semplice dissenso nei confronti delle regole, spiegate vagamente e spesso inventate dai capi. Avevano il compito di individuare tutti coloro che con il progetto Nuova Pomigliano e più tardi con Fabbrica Italia, avrebbero potuto essere pericolosi ostacoli per il processo di desindacalizzazione. Stava iniziando quella che oggi si può definire la “deFiommizzazione” della fabbrica. […] Il terzo giorno, i lavoratori iniziarono a capire che quel corso era una farsa, infatti dopo la teoria rieducativa, iniziava quella pratica. Iniziarono a farci ridipingere l’intero reparto con vernici e solventi chimici. (p. 148)

Questo termine – deFiommizzazione –, lo sradicamento e l’espulsione dal mondo Fiat del sindacato più rappresentativo, ricorrerà spesso negli anni successivi, dentro reportage e pensosi editoriali. Lo si accetterà come un normale neologismo – una parola nuova per definire un’esigenza nuova del sistema –, senza riflettere minimamente sulla portata epocale delle sue implicazioni: il fatto che il padrone scegliesse i sindacati con cui trattare ed espellesse quelli non graditi, in modo pubblico e conclamato, dentro il più grande gruppo industriale del paese, rappresentava il più grave attentato ai diritti politici degli italiani, perpetrato nella storia repubblicana.

La storia ci dice com’è andata a finire: la Fiat non esiste più – sostituita dal nuovo gruppo globale Fca. Il piano Fabbrica Italia fu definito dallo stesso Marchionne una sciocchezza, stravolto più volte e abbandonato strada facendo; alcuni importanti stabilimenti italiani del gruppo sono stati chiusi e centinaia di migliaia di ore di cassintegrazione sono tutt’ora in fruizione per un settore importante di forza lavoro, da sud a nord. Negli stabilimenti della ex-Fiat, un minimo di agibilità sindacale è stata ripristinata solo grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale (Marchionne aveva letteralmente sbattuto fuori tutte le Rsu, arrivando persino a collocare in cassa a zero ore gran parte degli iscritti Fiom). Uno tsunami disgraziato che non solo “non ha salvato la Fiat”, ma che ha spostato decisamente verso il basso l’asticella dei diritti e delle aspettative per tutti: una nuova codificazione dei rapporti di forza dentro la società italiana che ha accelerato bruscamente una tendenza già in atto, verso il rafforzamento delle ragioni e degli interessi padronali. Dal Libro Bianco di Sacconi, ai contratti separati, agli accordi più o meno condivisi sui modelli contrattuali, fino ad arrivare al terribile Jobs Act renziano: la politica ha inseguito e assecondato il marchionnismo, dimostrandosi serva, complice e sostanzialmente inutile. Il sindacato confederale, dal canto suo, ha tristemente imboccato la sua deriva finale verso l’approdo aziendalista, fatto di servizi, enti bilaterali, previdenza e sanità integrativa, collateralismo d’impresa.

Walter Molinaro, operaio specializzato all’Alfa Lancia di Arese, è convocato nell’ufficio del direttore del personale. Il dirigente dell’Alfa – passata dall’Iri alla Fiat quasi due anni prima – propone al suo dipendente un incredibile salto di qualità: da operaio specializzato “provetto” (questa era la qualifica) a designer del Centro stile, uno dei reparti più prestigiosi dell’azienda. L’offerta non è casuale: Molinaro è un trentatreenne di belle speranze. Pur lavorando in fabbrica dall’età di sedici anni, sta per laurearsi in Architettura, dove è impegnato in un progetto di riqualificazione dell’area del Portello, storico stabilimento dell’Alfa Romeo. (p. 2)

L’unica condizione che l’azienda pone per questa prestigiosa promozione è che il suo dipendente abbandoni la tessera Fiom. Un piccolo gesto che gli aprirebbe grandi opportunità di carriera e guadagni. L’operaio quasi-architetto, nell’Italia rampante degli anni ’80, risponde no con serena fermezza, pubblicamente. Il suo partito, il Pci, lo trasforma in un caso nazionale attraverso interrogazioni parlamentari e petizioni, riaccendendo i riflettori sul mondo Fiat, otto anni dopo la marcia dei quarantamila. La domanda (retorica), che alimenta la discussione pubblica, è se i meriti professionali del singolo dipendente possano essere subordinati al giudizio politico-sindacale delle gerarchie aziendali. “L’Espresso”, “Repubblica”, il Ministro Formica, tutte le sinistre, si schierano contro “l’arroganza aziendalista”. Il dibattito sui diritti sindacali e politici divampa. Persino il più influente filosofo italiano vivente – Norberto Bobbio – si sente in dovere di intervenire, schierandosi a fianco della dignità del lavoro e del diritto di espressione.
È il 1988. Un anno prima della caduta del Muro di Berlino.

Credo che ce ne sia abbastanza per smettere di credere alle favole e favolette del Liberismo sfrenato e dei suoi pupazzi.

Korchin, il pirata di Pulphagus® | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di Korchin e l’odio, romanzo di Lukha B. Kremo ambientato nel medesimo universo sublunare che gli ha permesso di vincere il Premio Urania e non solo, e che ora gli ha consentito di essere finalista al Premio Odissea.

Vincitore del Premio Urania qualche anno fa con Pulphagus® Fango nei cieli, Lukha B. Kremo ha rischiato di vincere anche il Premio Odissea e di nuovo con un romanzo ambientato nello stesso universo: Korchin e l’odio. Poi alla fine le cose sono andate diversamente, ma il romanzo strameritava la pubblicazione, ed eccolo oggi nella collana Odissea Digital Fantascienza in versione ebook. Più in là uscirà, probabilmente, una versione stampata in tiratura limitata.

Dopo il romanzo Pulphagus® Fango dei cieli, vincitore del Premio Urania, e la serie Pulphagus® L’inferno dei cieli, Lukha B. Kremo torna nel pittoresco e incredibile universo con un’avventura ancora più appassionante. Tutto gira attorno a Korchin, pirata spaziale avvolto dal mistero e dalla leggenda, ex gringo di Pulphagus®, l’asteroide orbitante attorno alla luna usato per lo smaltimento dei rifiuti. Korchin ha un’unica missione, un’unica ragione di vita: costruire la sua vendetta nei confronti di coloro che hanno ucciso Arianna, la donna amata trasformata in Golem.

Fantastica cavalcata nella fantasia più sfrenata, eccellenza di una saga vasta e dal respiro epico; istantanee da un futuro probabile, terribilmente probabile.

Strani giorni


Nuova pubblicazione per Ettore Fobo, legata alla sua attività culturale sulla rivista romena multilingue Orizont literar contemporan. Si tratta della traduzione in spagnolo; qui sotto i dettagli della interessante opera.

Come detto in questo altro  post, un mio libro, “Musiche per l’oblio”, è stato tradotto fra il 2015 e il 2017 in romeno, francese e in  inglese. È appena uscita ora la traduzione in spagnolo, ”Musica para el olvido”,  per la cura di Monica e Diana Dragomirescu, arricchita da materiale iconografico a colori. Il libro, come tutti quelli di questa collana, è bilingue, italiano e spagnolo. Chi fosse interessato può contattarmi al mio indirizzo mail: strangiorniettorefobo@gmail.com.

Ancora complimenti, caro Ettore

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