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Saturnalia, Solstizio d’Inverno e Natale | ilcantooscuro


Alessio Brugnoli continua a inanellare un’ottima serie di post – come meravigliarsi del contrario? – parlando diffusamente e con una conoscenza cui m’inchino, dei Saturnalia (che si concludono oggi), indagando la festa prima del consolidamento che ha avuto in epoca imperiale. Un significativo estratto:

Come tradizione, in questi giorni leggo in giro parecchi post e commenti che legano tra loro Saturnalia, Solstizio d’Inverno, Sol Invictus e Natale, come se fosse la cosa più lineare del mondo; in realtà a causa del bislacco e conflittuale rapporto che i Romani avevano con il calendario, le cose sono assai meno semplici di quanto appaiano a prima vista.

Ai tempi del Septimontium, la federazione protourbana di pagi, villaggi, che dalla seconda metà del IX secolo a.C. precede il sinecismo che porta alla nascita di Roma, era in vigore un peculiare calendario, che gli annalisti, per sottolinearne l’antichità, attribuiva a Romolo.

Tale calendario, secondo quanto raccontano Ovidio e Macrobio, aveva come primo mese Marzo, nel cui primo giorno si attizzava il fuoco sacro dedicato a Vesta, che forse simboleggiava il rinnovo del foedus che univa i vari villaggi, e terminava a Dicembre.

Di fatto era così articolato

Martius (31 giorni)
Aprilis (30 giorni)
Maius (31 giorni)
Iunius (30 giorni)
Quintilis (31 giorni)
Sextilis (30 giorni)
September (30 giorni)
October (31 giorni)
November (30 giorni)
December (30 giorni)

Con una durata complessiva di 304 giorni. Un calendario, a prima vista fatto apposta per fare venire l’esaurimento a tutti gli studiosi e gli eruditi: da una parte, non rispetta, come evidenziava Macrobio, le caratteristiche specifiche di un calendario lunare, dato che questo dura 354 giorni e ha mesi, detti siderali, di 29.5 giorni. Ancora più labile è il legame con l’anno solare, con i suoi 365 giorni. Gli eruditi latini, consapevoli di tale stranezza, arrivano a ipotizzare che esistessero ben 61 giorni extracalendariali, in cui il tempo non veniva misurato.

Il che, nonostante i prisci latini fossero strani assai, è un’idea parecchio campata in aria: negli ultimi anni, però, alcuni studiosi si sono resi conti due particolari interessanti. Il primo è che tra l’anno romuleo e quello lunare vi fosse un rapporto di 7 a 6, ossia sette anni romulei coincidevano, come numero di giorni, con una piccola approssimazione, a sei anni lunari. Per cui, ogni sette anni romulei, vi era un riallineamento tra i due calendari.

Di conseguenza, è possibile che l’anno romuleo fosse parte di un ciclo più ampio, di 7 anni, che doveva rispecchiare delle motivazioni politico religiose di cui si è persa memoria. Questo spiegherebbe il perché, nel calendario latino, vi fosse una duplicazione delle feste, a febbraio e dicembre legate alla purificazione del Tempo e al passaggio tra il nuovo e vecchio anno: probabilmente alcune erano connesse all’anno romuleo, mentre altre erano legate al ciclo di 7 anni.

Il secondo è legato al cosiddetto ciclo nundinale; i romani del periodo regio e repubblicano adottavano una settimana di otto giorni, i quali erano contrassegnati con le lettere dalla A alla H. Dato che l’anno iniziava sempre con la lettera “A”, ogni data era sempre contraddistinta dalla stessa lettera.

Tale settimana veniva chiamata ciclo nundinale ed era cadenzata dai giorni di mercato, che si svolgevano ogni otto giorni. Essi erano le cosiddette nùndine (dal lat. nundinae, composto da novem nove e dies giorno,) da cui l’aggettivo nundinale per scandire la periodicità settimanale di “nove giorni” (dovuta al conteggio tutto incluso dei Romani, laddove oggi diremmo periodicità di otto giorni). Nell’anno romuleo, vi sono esattamente 38 nùndine.

Per cui i giorni di mercato, in cui i membri dei pagi, i mercanti provenienti da fuori e le genti del suburbio si scambiavano i beni, i giorni fasti e nefasti erano rigidamente regolati e ancorati a un ciclo predeterminato, che si ripeteva uguale in ogni anno romuleo. Ora questo calendario aveva due specifiche peculiarità: la prima, la totale indipendenza delle feste dagli eventi astronomici dell’anno solare. Ad esempio, a seconda dell’anno romuleo, i Saturnalia potevano anche capitare nei pressi del solstizio d’estate o degli equinozi; per cui, il loro significato sacrale era di fatto indipendente da questi fenomeni.

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