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Archivio per gennaio 5, 2019

Immaginario coloniale italiano – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Sudditi di Libia, di Gabriele Bassi, che indaga gli eventi storici, il tessuto sociale e politico dell’Italia di un secolo fa, più o meno, quando si risvegliò unita e desiderosa di un orgoglio coloniale che, francamente, farebbe ancora ridere i polli, se non fosse che in mezzo c’è stata una tragedia per le etnie e popoli coinvolti dalle immani cazzate liberali dell’epoca. Un estratto:

Che cos’è l’immaginario coloniale? Quali fattori intervengono ed interagiscono nella sua elaborazione? Come cambia nel corso del tempo o conseguentemente al mutare di altre condizioni? Quali motivazioni lo sottendono e ne richiedono la formulazione? Quali fini persegue e quali effetti, immediati e temporanei o successivi e permanenti, produce? In che modo l’immagine modifica la realtà e come da quest’ultima è condizionata?

Sono queste alcune delle domande a cui risponde il volume scritto da Gabriele Bassi – dottore di ricerca, storico e studioso del colonialismo italiano – che delimita il campo della sua indagine alla Libia, colonia italiana dall’età giolittiana alla seconda guerra mondiale, dal 1911-’12 al 1943, e al punto di vista coloniale, cioè quello del conquistatore italiano, che elabora l’immagine del “suddito di Libia” del tutto indipendentemente dalla effettiva conoscenza della realtà e della popolazione libiche. Si costruisce aprioristicamente uno stereotipo, lo si applica alla realtà, dando luogo ad un pregiudizio che a sua volta conferma e corrobora lo stereotipo: è questo il circolo vizioso che – spiega Bassi – agisce da meccanismo di produzione di un immaginario coloniale.

L’immagine del suddito coloniale di Libia si forma grazie alla convergenza di almeno tre fattori: lo stereotipo con cui l’italiano conquistatore si accosta al libico da sottomettere; il contatto con la realtà libica e i libici dopo la conquista della colonia; le esigenze della propaganda politica. Inoltre il lavoro di Bassi mette in luce come la rappresentazione del suddito coloniale non sia qualcosa di statico, ma, tutto al contrario, sia un’immagine dinamica e variabile che, sulla base di un sostanziale – e questo sì invariabile – disprezzo razzista dell’altro, si trasforma per alcuni aspetti, anche importanti, a seconda delle particolari circostanze storico-politiche, interne ed internazionali, e delle conseguenti e contingenti esigenze politico-propagandistiche.

In generale, l’immagine del suddito coloniale si regge su una tanto essenziale quanto necessaria ignoranza dell’oggetto della rappresentazione e risponde a finalità e consegue obiettivi funzionali esclusivamente all’interesse del conquistatore. L’ignoranza del soggetto da rappresentare è il prerequisito della costruzione dell’immagine stereotipata del popolo da sottomettere; le finalità perseguite sono la spiegazione e la giustificazione dell’impresa coloniale, la legittimazione della conquista, la riconferma dell’opportunità e della convenienza della sottomissione del suddito al potere del colonizzatore. Si tratta di dinamiche e di fenomeni che non riguardano solo il colonialismo italiano o, ancor più nello specifico, il caso della Libia italiana, ma interessano l’intero macro evento storico dell’imperialismo occidentale tra ‘800 e ‘900 e pertanto, semplificando e sintetizzando al massimo le dettagliate analisi e le approfondite considerazioni di Bassi, si può dire che anche nel caso italiano la costruzione dell’immaginario coloniale declini il paradigma del “fardello dell’uomo bianco” e del diritto-dovere occidentali alla “conquista civilizzatrice”.

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In attesa


Raccolgo le parole lasciate fermentare in un angolo d’inedia, poi mi ricordo di essere ancora incarnato e attendo la fine del tedio.

Nel segno di Sergio Leone (1929-1989) | Holonomikon


Giovanni De Matteo torna a scrivere sul suo blog, lo fa da un po’ di giorni e oggi ricorda i 90 anni di Sergio Leone, i suoi film, il suo raccontare miti dal bordo del reale e dell’esistenza. La sua contaminazione ha contaminato anche me, il suo spaghetti-western in qualche modo mi coinvolge e detta alcune delle mie suggestioni, mi vive dentro. Festeggio anche io i suoi 90 anni.

Pink Floyd – Set The Controls For The Heart Of The Sun (‘All My Loving’)


Immagini per me inedite, 28 marzo ’68, un concerto in una location suggestiva. Volo sulle ali di un sogno acido e oscuro…

Intervista con Valerio Evangelisti | Pulp libri


Bella intervista di Valter Catalano a Valerio Evangelisti su PulpLibri, in occasione della recente uscita dell’ultimo (pare proprio letteralmente ultimo) romanzo della saga di Eymerich: Il fantasma di Eymerich, recensito sempre su PulpLibri stavolta da Gian Filippo Pizzo. Un estratto della chiacchierata:

Il fantasma di Eymerich sembra volersi riconnettere con più decisione di altri romanzi recenti del ciclo, alle origini del personaggio: la teoria cosmologica dell’Alfa e dell’Omega alla base della trama si attiene anche alla saga stessa dell’Inquisitore. Il primo romanzo e l’ultimo si ricongiungono: ricompare l’astronave Malpertuis che – così hai detto in varie interviste – aggiungesti come elemento fantascientifico perché Nicholas Eymerich, Inquisitore – la prima avventura della serie – potesse partecipare al Premio Urania nel lontano 1993, dando origine al successo che tutti conosciamo. Da cosa è nata quest’idea quasi metanarrativa: si è trattato di un filo rosso emerso casualmente durante la scrittura e che poi hai deciso di seguire, o era tutto preordinato fin dall’inizio ?

Non era interamente preordinato, ma è emerso gradualmente. Direi che l’origine è stata il racconto Venom, compreso in Metallo urlante. Lì, per la prima volta, Eymerich appare come una sorta di demiurgo, capace di dominare le epoche. Da quel momento ho cercato di collegare, per fili sottili, un romanzo all’altro, in vista di un fine che ancora non mi era chiaro. Alcuni legami li ho poi tralasciati, altri li ho sviluppati. Il disegno ultimo è emerso di conseguenza: una specie di cosmogonia terrificante, fondata su una concezione autoritaria e fanatica. Quasi la stessa dell’Antico Testamento, se vogliamo, con in più un riavvolgersi del tempo. Al centro, come nello gnosticismo, una mente crudele.

Il bel saggio Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, appena pubblicato da Odoya, che Alberto Sebastiani ti ha dedicato, sembra riconsiderare tutta la tua opera letteraria in un unità compatta – “One Big Novel”, come scrive lui parafrasando uno dei tuoi titoli – che collegherebbe in un solo rivolo creativo i sette cicli, apparentemente separati, in cui finora si è articolata: il ciclo di Eymerich; il ciclo del Metallo; il ciclo di Nostradamus; il ciclo Americano; il ciclo Messicano; il ciclo dei Pirati; più la Trilogia Sociale. Ti riconosci in questa visione d’insieme o è solo un’affascinante interpretazione critica che scavalca le stesse intenzioni dell’autore? Se una volontà unitaria era consapevole fin dall’inizio la potenza demiurgica di Eymerich a maggior ragione sarebbe un riflesso di quella del suo creatore: come ti vedi nel ruolo del Demiurgo?

Sebastiani ha saputo cogliere nessi che a volte erano sfuggiti anche a me, nel senso che alcune scelte erano consapevoli, altre meno. Terrei fuori da questo i tre volumi de Il sole dell’avvenire, che nascevano con altri intenti. In quel caso, l’universo non è certamente quello di Eymerich. Invece Magus è sicuramente un abbozzo del disegno che intendevo sviluppare, anche se poi è risultato un po’ diverso. Quanto al ruolo del demiurgo, credo che sia proprio di ogni autore in rapporto alla sua opera.

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