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Archivio per febbraio 5, 2019

Februarius, il mese che non c’era


Sul blog LaMisuraDelleCose un condensato di Storia arcaica di Roma dal punto di vista dei calendari e delle religiosità arcaiche. La domanda fondamentale verte sul perché febbraio sia comparso, a un certo punto dell’evoluzione romana, come mese di fine anno, e le ipotesi vagliate con le interessanti deduzioni sono assai illuminanti, nonché basiche, come qualsiasi necessità apparentemente sacra del genere umano.

Rimane un’ultima festa di febbraio, i Quirinalia. Ancora più oscura delle altre, la prima crux che si presenta all’esegeta e allo storico delle religioni è la funzione e l’identità stessa del dio Quirino. Dio della guerra (possiede armi), ha molto in comune con Marte (a entrambi sono soggetti i Salii) e allo stesso tempo sembra essere il suo opposto, pacifico e non bellicoso, quasi a sfociare in campo di pertinenza agraria; non è necessario prendere l’una o l’altra posizione, dal momento che «per la mentalità politeistica difficilmente esistono funzioni singole prive di molteplici implicazioni naturali, sociali, cosmiche, culturali ecc.» e le divinità di Roma arcaica sono figure complesse che non si esauriscono in una sola qualità o funzione.

Senza inoltrarci nella questione sulle origini di Quirino, basti qui prendere in considerazione quanto sappiamo sulla sua festa: la data segnava la fine dei Forcanalia, festa mobile che aveva nei Quirinalia la data (fissa) di chiusura come i Parentalia si concludevano con i Feralia. Dei Forcanalia, a loro volta, sappiamo che erano stati istituiti da Numa e dedicati alla dea Fornax, la fornace entro cui venivano tostati i grani di farro.

La festa del farro

Al centro della festa dei Forcanalia c’è insomma il farro e nient’altro, né l’orzo, né il frumento; Brelich cita una notizia di Plinio: «per 300 anni il popolo romano tra tutti i cereali usò solo il farro». Si può ipotizzare, dunque, un’epoca molto antica in cui l’alimento fondamentale era il farro, dalla cui farina i romani ricavavano non il pane (la sua preparazione con l’utilizzo del lievito è posteriore alla fondazione del culto), ma una specie di polenta, la puls.

Il farro, come gli altri cereali, si miete in giugno-luglio, però a differenza del frumento non è subito commestibile: occorre prima immagazzinare le spighe, poi, al fine di farne uscire i semi, batterle (pinsere) e tostare i grani in fornaci speciali per renderlo fruibile, più digeribile e saporito. Si comprende come questa fosse un’operazione delicata, che metteva a rischio la sussistenza dell’intera popolazione, e dovesse essere accompagnata da cerimonie e offerte primiziali.

Sembra possibile ora avanzare una risposta alla domanda che aveva percorso tutta la trattazione: perché proprio febbraio-marzo come periodo di cesura tra vecchio e nuovo anno? Se si riconosce l’importanza del farro nella società romana arcaica quale principale fonte di sostentamento, si comprende che il momento della sua trasformazione in alimento commestibile rappresentasse l’evento agrario principale di cui abbiamo cercato gli indizi lungo tutto il mese, e tale trasformazione avveniva proprio in questo periodo dell’anno: dopo la mietitura e l’immagazzinamento, solo in inverno veniva lavorato attraverso la torrefazione.

Due capodanni e una morte violenta

Infine, c’è un altro elemento a proposito dei Quirinalia fornito dalle fonti che a questo punto non può essere ignorato: essi cadevano nel giorno dell’uccisione di Romolo. Vi sono in realtà due tradizioni, l’una che ne ambienta la morte alle Nonae del mese di luglio, l’altra (seguita da Ovidio) che la fa cadere in febbraio, in concomitanza con i Quirinalia. Può non essere un caso: la vicenda di Romolo, riletta attraverso i temi del “mito agrario”, ne prevede l’uccisione da parte dei suoi, forse perché divenuto tiranno (non scandalizzi l’attribuzione di qualità negative al fondatore, che possono anche rimanere implicite nel commento letterario), e il suo sbranamento, assunto poi in cielo tra gli dèi e venerato sotto il nome di Quirino. Questa identificazione tra Romolo e una divinità immortale, d’altronde, sarebbe tutt’altro che tarda, ma piuttosto percepita come una identità originaria «di cui i romani non hanno mai perduto la coscienza». La morte di Romolo, comunque la si collochi a luglio o a febbraio, cade in corrispondenza di due capodanni, quello di marzo o quello di agosto, che segnavano, in tempi diversi, la calendarizzazione annuale romana secondo due eventi fondamentali: la tostatura del farro a febbraio (più arcaica) e la mietitura del frumento in luglio.

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L’arte può sostituire la religione? | L’indiscreto


Su L’Indiscreto una piccola storia del rapporto che è intercorso, nelle varie epoche umane, tra Storia e Religione, differenze filosofiche e interpretative dei modi porsi rispetto al concetto di realtà (divina). Un estratto:

Per valutare se le arti possano davvero sostituire la religione quale strada maestra a nostra disposizione per raggiungere l’estasi, occorre capire fino a che punto i due elementi fossero, un tempo, strettamente collegati. Prima dell’Illuminismo, la relazione tra la religione e le arti – culto e cultura – era molto stretta. Nelle culture premoderne, lo sciamano combinava i due ruoli di sacerdote e performer. Utilizzando quelle che l’antropologo Mircea Eliade definiva “le tecniche dell’estasi”, lo sciamano tesseva la trama di un mondo onirico attraverso i versi, il canto, il ritmo, la gestualità, la luce, i costumi, la pittura, la danza e l’esibizione. Queste tecniche alteravano la coscienza, inducendo stati subliminali in cui lo sciamano si sentiva in contatto con il mondo spirituale; al contempo, erano in grado di alterare anche la coscienza dei partecipanti al rito, ammaliandoli e trasportandoli nel mondo spirituale evocato dallo sciamano. L’immersione totale in questo universo onirico collettivo era terapeutica, generava connessione sociale e risultava adattiva – i paleoantropologi ritengono che l’immaginazione collettiva di realtà alternative abbia conferito all’Homo sapiens un vantaggio evolutivo sui neanderthaliani, che a quanto risulta possedevano inferiori capacità di condividere stati di alterazione attraverso il linguaggio simbolico.

Se saltiamo in avanti fino alla Grecia del V secolo a.C. circa, le figure del sacerdote e dell’artista non sono più coincidenti: adesso si fanno carico di due ruoli culturali distinti. I due grandi eventi della cultura ateniese erano il culto di Eleusi e le grandi festività dionisiache, in occasione delle quali ogni anno venivano rappresentate nuove commedie e nuove tragedie. Questi due poli della vita ateniese – culto e cultura – erano piuttosto simili. Platone sosteneva che tanto i sacerdoti quanto gli artisti accedessero a uno stato di “divina follia”, all’interno del quale incanalavano l’ispirazione degli dèi (Sofocle, si diceva, era in stretto contatto con Asclepio, il dio della medicina), e che poi trasportassero il pubblico in una condizione estatica. I culti estatici e il teatro, secondo Aristotele, offrivano entrambi la catarsi agli astanti: aiutavano gli individui a rilasciare la tensione connaturata alla vita civile. Eppure permanevano distinzioni importanti tra culto e cultura. Il culto di Eleusi era sacro, misterico e sempre uguale a se stesso. Il rituale rimase grossomodo invariato per secoli. Le grandi feste dionisiache, invece, erano pubbliche (aperte perfino ai forestieri), trasgressive, sconvolgenti e piuttosto spassose. Ed erano sempre nuove: laddove i sacerdoti si impegnavano per la ripetizione, gli autori di teatro puntavano all’originalità. Le pièces presentate al festival spesso si concentravano sugli antichi culti – e infatti le commedie e le tragedie di Aristofane, Euripide, Sofocle ed Eschilo spesso si muovevano su un filo sottile, e in alcuni casi furono accusate di blasfemia. Ma gli antichi culti necessitavano di nuovi pezzi di teatro, per ristabilire il legame tra il culto e il nuovo pubblico, per mantenere freschi e vitali i miti di un tempo, per ricantare la stessa canzone come fosse nuova. E forse anche la cultura aveva bisogno del culto, per offrire agli artisti un tema su cui impostare una variazione (“devi avere qualcosa su cui improvvisare”, come diceva Charles Mingus).

Anche nella cultura cristiana medievale era attivo il parallelismo tra la figura del profeta e quella dell’artista. Entrambe ricevevano la loro ispirazione da stati estatici quali i sogni, le visioni e le voci. Basta entrare nella Basilica di San Pietro, o a Notre-Dame o nella cattedrale di Durham per constatare con i propri occhi quanto le arti fossero centrali per l’adorazione cristiana – un’icona, una pala d’altare, le vetrate istoriate alle finestre o i canti di preghiera non sono che modi per alterare la realtà e aprire un portale di accesso alla dimensione divina. Anche l’immaginazione ricopriva un ruolo importante nella contemplazione cristiana – l’autore medievale delle Meditazioni sulla vita di Cristo sosteneva che chi medita “conferisce autorità all’immaginazione” nel momento in cui visualizza le scene della vita di Gesù per rendere la Bibbia parte integrante della propria vita interiore. Nelle rievocazioni medievali dei misteri, intere cittadine prendevano parte alle rappresentazioni della Passione o del Giudizio Universale, in un’improvvisazione esuberante e sfrenata. Le arti trasportavano le persone nel mondo immaginario della Bibbia, adattandone i messaggi all’epoca a loro contemporanea. Esiste però una perenne tensione creativa nel rapporto tra culto e cultura – forse gli artisti spingeranno troppo in là la loro opera innovativa, inventeranno qualcosa di sana pianta, saranno eccessivamente carnali o irriverenti, oppure inizieranno a rivendicare una rivelazione personale che esula dai confini segnati dall’autorità ecclesiastica. E forse sosterranno che le loro magnifiche creazioni siano prova non della gloria del Signore, ma del genio dell’artista.

Nel XVI secolo, la Riforma recise alcuni dei legami attivi tra culto e cultura. Nelle chiese, i puritani condussero veementi campagne contro le arti visive, distruggendo le sculture e le vetrate istoriate, bruciando i dipinti, devastando affreschi e pale d’altare. Se la prendevano con il potere magico delle arti: gli oggetti o le cerimonie non hanno forza in quanto tali, e pensare che sia così è idolatria, quindi un peccato. I protestanti attaccavano le pratiche devozionali della ‘meditazione immaginativa’ – come osano le persone abbellire a loro piacimento la Bibbia con la fantasia? I puritani vietarono le rappresentazioni di strada dei misteri: erano eccessivamente carnevalesche, troppo irriverenti, e la gente continuava a inventarsi qualcosa e inserire elementi pagani, come il Lord of Misrule o il Green Man in Inghilterra. I protestanti sottolineavano la netta distinzione tra la verità letterale annunciata dal testo sacro e il prodotto artefatto dell’immaginazione umana.

Questa spiccata separazione venne ripresa e acuita durante l’Illuminismo. In quell’ottica, la scienza rivela la verità letterale. Le arti sono il prodotto non della nostra immaginazione visionaria, ma di un capriccio della fantasia. Ci offrono delle belle storie, metafore e immagini, che sono piacevoli ma sulle quali non si può fare affidamento, e che certamente non hanno nulla di ‘magico’. Se si ripone una fede eccessiva nell’immaginazione, si è degli illusi, se non dei folli. La Riforma sminuì gran parte delle pratiche immaginative attraverso le quali la gente comune era riuscita a raggiungere stati estatici. Al tempo stesso, però, portò alla liberazione delle arti, che offrivano alle persone delle nuove tecnologie, nuovi percorsi diretti all’esperienza estatica al di là dei confini della chiesa.

Italian Sword&Sorcery alla Camera dei Deputati | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di un evento eccezionale:

Per la prima volta in assoluto, il genere fantastico irrompe alla Camera dei Deputati.

Il Vicepresidente della Camera, on. Fabio Rampelli, ha convocato l’Associazione Culturale Italian Sword&Sorcery per tenere una conferenza dal titolo Fantastico Mediterraneo – La via italiana all’immaginario, che si terrà il 20 febbraio a Roma, presso la Biblioteca della Camera dei Deputati, Palazzo San Macuto, Via Del Seminario, 76 alle ore 17.

Saranno presenti il Vicepresidente della Camera dei Deputati on. Fabio Rampelli, Mario Polia, Gianfranco de Turris, Adriano Monti Buzzetti, Andrea Gualchierotti, Francesco La Manno, Maria Burani Procaccini e Greta Cerrini.

L’ingresso è libero, previa prenotazione da effettuare inviando il proprio nome e cognome all’indirizzo: eventicamera@gmail.com

Sto seriamente pensando di andare, anche se il paludato mi fa venire l’orticaria.

T – recensione di Andrea Viscusi | Il Grande Avvilente


Sul blog di Alessandro Forlani è leggibile una recensione che Andrea Viscusi ha fatto al suo T. Ciò è interessante perché Viscusi conferma la mia teoria sull’arte di scrivere di Forlani, un raccontare estremamente colloquiale di cose tutt’altro che banali, un po’ come se la vita quotidiana fosse un coacervo quantico di battute popolari. Eccellente…

Di Alessandro Forlani mi è già capitato di parlare in precedenza, e non so se in quelle occasioni l’ho detto, ma se anche fosse mi ripeto: a mio avviso Forlani è attualmente uno dei due migliori autori italiani di fantascienza in circolo oggi. Anche se in un certo senso è riduttivo definirlo “autore di fantascienza”, e non perché, come dicono i critici veri nelle rubriche letterarie dei giornali seri, i suoi lavori “non sono solo fantascienza”, ma più che altro perché nelle sue opere si trova una matassa indistricabile di fantascienza, horrorweird, satira, epica e probabilmente tanti altri generi che sono troppo ignorante io per recepire. Ammetto con serenità che Forlani batte con netto distacco tutti gli altri perché ha una cosa che a tutto il resto manca: una poetica. Tutti i suoi romanzi e racconti, anche quando parlano di cose completamente diverse e sono ambientate in universi narrativi differenti, esprimono un’unità di base di tematiche e una coerenza stilistica che non si ritrova altrove. E se ogni nuova storia sembra sempre costruire sulla base delle precedenti, con si può pensare di essere arrivati al vero e proprio manifesto del forlanismo (ehi, l’ho detto io per primo, libri di letteratura futura, ho coniato io questo termine!).

Come tutte i lavori di Forlani, anche è “scritto difficile”, con una prosa che è quasi poesia, una cantilena continua e ipnotizzante (a me pare che le proposizioni siano sempre di otto sillabe, non so se lo fa apposta o gli escono da sole così, ma nel dubbio ne ho contate a decine e mi sono sempre tornate così), che accoppia tra di loro arcaicismi e neologismi, termini aulici da opertta morale e volgari bestemmie da derby del sabato pomeriggio. Se non si supera questo scoglio è impossibile goderne, ma dopo lo smarrimento iniziale ci si accorge che è estremamente facile seguire la scrittura e perdersi in questo fiume di parole sempre azzeccate. Ma anche volendo ignorare il valore estetico di della composizione c’è molto al di sotto, per cui partiamo dal titolo del libro e cerchiamo di capire che cosa significa quella lettera.

Strani giorni | Premio “Ossi di seppia” 2019


Segnalazione tardiva la mia, ma sempre foriera di complimenti da parte mia: Ettore Fobo ha ricevuto un Premio speciale al Premio Ossi di Seppia 2019; la serie di Premi e segnalazioni di Ettore continua. La notizia sul suo blog.

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