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Archivio per marzo 8, 2019

La recessione interiore – Carmilla on line


Da CarmillaOnLine alcuni stralci per chiarire – così, se ce ne fosse ancora bisogno – cosa è il Liberismo, cosa comporta la sfrenata corsa perenne all’espansione indefinita del Mercato, delle deregulation economiche, sociali, politiche, del welfare insomma, del prezzo infernale che tutto il sistema Terra sta pagando a quest’inumana dottrina che si traduce, di fatto, in un regime totalitario e planetario. Giusto per esserne coscienti, eh…

In Italia siamo passati da un periodo di contenuta euforia – la crisi è passata, concentriamoci sulla terribile bellezza e la geometrica potenza dell’industria 4.0 –, all’attuale panico mal dissimulato. Il dio capricciosissimo del ciclo economico sta compilando nuovi elenchi di predestinati all’inferno: i fedeli non si salveranno mediante le opere – eppure ci danno dentro di brutto, attraverso l’intensificazione dei ritmi, le condizioni di sfruttamento, la compressione dei salari, il dumping contrattuale. Fanno il loro dovere, gli imprenditori italiani: piangono e fottono, soprattutto i lombardo-veneti – che dentro la crisi, con riflesso automatico, abbandonano le compassate velleità mitteleuropee e si riscoprono interpreti del più melodrammatico mammismo mediterraneo. Aiutateci, aiutateci tutti a stare in piedi, a rimanere sul mercato, compattiamoci, abbiamo bisogno.

La crisi non è mai passata, assume semplicemente un andamento irregolare perché il ciclo è sottoposto a una moltitudine di condizionamenti, anche politico-militari, che ne modificano imprevedibilmente il corso. Cinque o sei anni sono un tempo storicamente irrisorio e ininfluente, per giudicare i cicli economici. Solo degli inguaribili ottimisti potevano pensare che “c’eravamo saltati fuori”: in base a cosa, a quale nuovo filone aureo di investimenti, in base quale forte domanda aggregata, sostenuta da quali redditi? Eravamo usciti dalla crisi per la benedizione dello Spirito Santo? Quali cause erano state poste – non dico nel mondo, ma almeno a livello europeo – per contrastare il rischio di inevitabili ricadute? Oggi si dà la colpa a Trump, al contenzioso commerciale con la Cina, alla persistente instabilità del Medio Oriente, mentre dieci anni fa si dava la colpa alla voracità dei grandi attori finanziari e ai mutui subprime. Come se il sistema fosse sano ma occasionalmente deviato dal peccato o dall’imperizia. Tutti sanno che le contese commerciali non sono cause di crisi, bensì sue manifestazioni epifenomeniche. Tra compari si litiga e ci si accoltella quando il bottino è scarso: le guerre daziarie di solito precedono quelle militari.

E i sindacati, cosa annusano nell’aria mentre la recessione si avvicina? Sono francamente terrorizzati anche loro. Il fatto è che il capitalismo è un sistema di oggettiva corruttela morale: cioè corrompe le menti, costringe alla complicità anche chi dovrebbe esserne contrappeso. Il sindacato dentro un sistema capitalistico che si destabilizza o si impoverisce, perde progressivamente peso. Perde cioè il potere di interdizione e di contrattazione, che rappresentano i suoi fondamenti: antico dilemma del movimento operaio, la “lotta economica” è efficace solo se il capitalista guadagna e la macchina gira. È dal 2008 che, con queste materialissime contraddizioni, il movimento sindacale tutto, in Italia e in Occidente, ci sta sbattendo il grugno: i posti di lavoro persi, le aziende chiuse o delocalizzate, i territori impoveriti; e a catena, meno scioperi da praticare o minacciare, meno quote-delega, meno risorse, meno delegati e attivisti disponibili. Non è un caso che negli ultimi dieci anni, l’unico settore in cui si siano sviluppati lotte e organizzazione, sia quello della logistica, settore fisiologicamente in crescita per i colossali cambiamenti dei mercati e dei consumi. I sindacati da un po’ di tempo stavano ricominciando a fare un po’ di contrattazione aziendale, finanche con qualche elemento “acquisitivo”, dopo che per lunghi anni avevano svolto essenzialmente il ruolo di enti di cogestione degli ammortizzatori sociali. Qualche azienda, qua e là, a macchia di leopardo, aveva ricominciato timidamente ad assumere, sbloccando il turn over. I milioni di ore di cassa integrazione si erano andati anno dopo anno riducendo. E l’ipotesi di tornare al punto di partenza – tra l’altro con uno strumentario di ammortizzatori sempre più povero – deprime oggi anche i più arditi.

Torna in mente una vecchia intervista al professor Cacciari, nel 1989. Nei giorni convulsi della caduta del blocco socialista, l’esimio accademico ebbe a dire: «oggi non possiamo più definirci marxisti, perché altrimenti dovremmo andare davanti ai cancelli delle fabbriche a raccontare ai lavoratori che per loro nel capitalismo non c’è alcun futuro!». E lo diceva in modo paradossale, come a dire, «suvvia: siamo alla vigilia di una belle epoque, di un rinascimento globale, basta con gli antichi pessimismi dei nostri vecchi maestri». Oggi, invece, sarebbe proprio necessario farli quei due passi davanti ai cancelli e dire parole di cruda verità sul futuro nostro e del nostro mondo. Un giorno per le prossime generazioni che avranno conquistato la libertà di un nuovo discorso anticapitalista, il nostro modo di produrre sembrerà una vecchia irrazionale superstizione.

Esistono spesso, nelle brutte zone industriali della Padania, degli spazi abbandonati tra gli stabilimenti; la dove finisce il muro di cinta di un capannone, si apre uno spazio di terra abbandonato che termina trenta o cinquanta metri più in là, per lasciare il posto alla recinzione di un’altra azienda. Sono pezzi di campagna che nessuno cura, pieni di rovi, spine, arbusti storti e intricati; o brulli, senza vegetazione, con la terra nera e secca, che d’inverno è sempre ghiacciata. I comuni non hanno i soldi per pulire, le piccole aziende pure, e forse non si sa neanche bene di chi è la competenza. Forse quei pezzi di terra sono ancora di proprietà di vecchi contadini ormai morti, che quaranta o cinquant’anni fa vendettero le loro aree agricole a vecchi imprenditori, morti pure loro. Quelle zolle ghiacciate sono i testimoni muti di un passaggio, di una transizione, di un cambio d’epoca. A qualcuno danno inquietudine, evocano l’idea di una bocca sdentata e malandata. Rappresentano l’ombra della povertà rurale, che solo un paio di generazioni prima fu il nostro pane. Meglio non fissare troppo lo sguardo su quei vuoti, di questi tempi.

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Subdolamente affondi i tuoi rimedi contro l’anossia in un cuscino di piume, profumo e allergia lasciati decantare sul fondo di un abisso oceanico, in cui risiedi da eoni ormai.

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Il massone


In difficoltà sui cardini inespressi degli architravi, raccogli istantanee fugaci di un mondo decadente e ne ricavi polvere, come malta da costruzione.

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Le ombre oscure spianano ogni deriva termica dell’universo.

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