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Archivio per luglio 23, 2019

The Moon Landing Inspired Pink Floyd’s Most Overlooked Song – The Atlantic


È stato appena festeggiato il mezzo secolo dell’allunaggio, uno dei capisaldi culturali di quell’evento fu lo show che i PinkFloyd fecero live per la BBC, lo stesso giorno in cui gli astronauti approdarono sul nostro satellite; suonarono MoonHead, un piccolo capolavoro siderale e psichedelico che incarnava assai bene le aspettative surreali che il mondo si attendeva dalla nuova epoca spaziale. Vi lascio ad alcune note – in inglese – di un articolo a riguardo molto arguto, che tra le altre cose traccia l’inizio dell’innerspace floydiano contrapposto a quello che fino ad allora era stato il loro outerspace psichedelico sperimentale, riproponendo anche il brano in questione. Buon viaggio.

It was no surprise, then, that the BBC tapped Pink Floyd to appear on a special Apollo 11–themed episode of Omnibus titled, with perhaps with the slightest dearth of decorum, “So What If It’s Just Green Cheese?” This irreverent sentiment was reiterated in the middle of Pink Floyd’s performance of “Moonhead,” when an unidentified narrator breaks into the song to exclaim, “So they’re there, a quarter of a million miles away, up there on the moon, and early tomorrow morning they’ll step out and see once and for all if it’s green cheese or not”—referring to the fact that, in the wee hours of July 21, 1969, Armstrong would leave Homo sapiens’ first boot print on the moon, followed about 19 minutes later by Aldrin. For good measure, a young Judi Dench and a young Ian McKellen—pre-Dame and pre-Sir—read lighthearted poetry on the program.

The levity is understandable. Laughter was one way to deal with the very real possibility of failure—not to mention the existential enormity—that came with the Apollo 11 mission. Who were we, after all, to dare walk on the moon? It was a feat of hubris that echoed Icarus’s own. Amid all the triumphalism of Apollo 11’s anticipated success was a dark underside. A few jokes here and there helped keep spirits up, hence the raft of novelty songs that appeared at the time, from the psychedelic sound of “Man in the Moon” by the group Village to the hilariously twangy single “First Country Singer on the Moon” by Don Lewis.

The BBC’s suspense-puncturing quip about green cheese wasn’t enough to deflate the grandeur and mystique of “Moonhead.” Constructed of cosmic guitar effects, pulses of percussion, and Waters’s ominously descending bass line, it’s an eerie piece of improvisation that translates the breathtaking awe of the moon landing into music. Gilmour dismissed the song humbly as “a nice, spacey, atmospheric, 12-bar blues” that sounded “a bit off the wall,” but it’s much more than that. Presaging the ambient and new-age music movements that would come into their own in the ’70s, “Moonhead” is both ahead of its time and solidly a product of the moment—the zeitgeist caught in a vacuum tube.

Later, Gilmour realized the song’s place in history. “It brought it home to me, powerfully, that you could look up at the moon and there would be people standing on it,” he said. “It was fantastic to be thinking that we were in there making up a piece of music, while the astronauts were standing on the moon.” According to Gilmour, the song also marked a turning point for the band—the point at which outer space ceased to be Pink Floyd’s preoccupation.

“It didn’t have a significant impact on our later work,” Gilmour said of “Moonhead.” “I think at the time Roger, our lyricist, was looking more into going inwards, going into the inner space of the human mind and condition. And I think that was sort of the end of our exploration into outer space.” Once you’ve officially soundtracked the occasion of humanity’s first steps on another astronomical body, where do you go with space music? Even the band’s wildly successful 1973 album, The Dark Side of the Moon, used lunar imagery as a metaphor for the inner condition rather than a subject in and of itself.

Simbionti e perversioni


Simbionti e perversioni, momenti torcenti di un’analisi incarnata di abissi estemporanei, lasciati affondare nel Nulla senziente senza che possano esserne contaminati.

Übermensch di Davide Del Popolo Riolo (Delos, 2018) – Valis


Pee Gee Daniel, già vincitore del Premio Kipple, recensisce l’ultimo romanzo di Davide Del Popolo Riolo, altro vincitore del Premio Kipple; parliamo di Übermensch, per l’editore Delos Digital, la recensione è qui. Un estratto:

Il pauroso scenario di un mondo governato e tenuto in ordine dai nazisti è ben reso. La trama viene arricchita da intrighi spionistici e momenti di un’amara riflessione sulle sorti di ebrei e dissidenti sotto l’avanzata totalitaria. Anche se il punto forte del libro resta il personaggio eponimo, che non ci viene mai presentato sfacciatamente, ma attraverso un sapiente gioco di suspense, cadenzando l’intero racconto con la sua presenza/assenza. Resta a voi gustarvelo attraverso questa lettura rapida e appagante.

Alieni incarnati


Poche esalazioni carboniche per un ciclo ripetitivo e poco innovativo, che esclude qualsiasi altro elemento dal flusso vitale: anche gli alieni sono incarnati.

Åke Hodell – Verbal Brainwash And Other Works | Neural


[Letto su Neural]

Åke Hodell è stato un compositore, poeta e autore svedese, la cui storia personale ricorda in qualche modo quella dell’artista Joseph Beuys. Entrambi in giovane età, infatti, furono vittime d’un grave incidente aeronautico di guerra, il primo nel 1941, l’altro nel 1944. Hodell vantava un addestramento come pilota da combattimento, Beuys come operatore radio/mitragliere e tutti e due vissero l’esperienza d’essere ricoverati in ospedale in condizioni disperate e infine ebbero salva la vita, sviluppando una forte coscienza antimilitarista, sostenuta in ambedue i casi da una sensibilità e un gusto artistico incredibilmente innovativi rispetto ai tempi. La selezione delle composizioni musicali dell’eclettico maestro, pubblicata adesso da Fylkingen Records nel centesimo anniversario della nascita di Hodell – che si è spento nel luglio del 2000 – è un accurato commentario dell’opera dello sperimentatore. Questo artista multidisciplinare ante-litteram già nei primi anni cinquanta era avvezzo a intrecci di sonorità e testi, quello che lui stesso definiva elektronismer o text-sound composition, ovvero collage e field recording alle quali è aggiunto un utilizzo sonoro della voce umana con una narrazione molto simile a certi avanguardistici radiodrammi moderni – che riportano alla mente anche enfatiche ricerche di musica concreta. Molte di queste composizioni – “Sig. Smith in Rhodesia” o “Where Is Eldridge Cleaver?”, ad esempio – ed altre prodotte in collaborazione con la commissione svedese di radiodiffusione, misero in evidenza una ferma presa di posizione politica anti-establishment, al punto da provocare vigorose proteste da parte dei principali tabloid britannici dell’epoca. Hodell sembra incarnare il prototipo dell’intellettuale olistico postmoderno: nella sua mente tutto è collegato, mitologia greca e brainwash verbale, seconda guerra mondiale e politiche coloniali, suono e teatro, poesia sonora e marcette militari. Una sorta di plunderphonia d’antan è celata fra questi solchi, assieme agli inni socialisti o degli americani, alla muzak e ai fantasmi di Vladimir Majakovskij e Arthur Cravan, anticipando anche grafica urbana e performing art. Di fronte simili artisti si rimane attoniti tanta è la massa e varietà di produzioni che anticipa l’odierna contemporaneità. Anche l’espressione del dissenso politico è stata nell’opera di Åke Hodell seminale di molte strategie attiviste dei giorni nostri e questa collezione di tre cd ed il curatissimo booklet allegato ne sono un’esatta celebrazione, che si deve al paziente lavoro di sistemazione di Mats Lindström e con l’apporto dell’ingegnere del suono Sylve Sjöberg.

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Alessandro Rolfini

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… of an outstanding and individual concept, which would last for many years hence.

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