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Un disco da (ri)scoprire subito: Animals dei Pink Floyd


Su Ondamusicale una stupenda recensione all’album Animals, dei Pink Floyd, pagina che sottoscrivo in toto e in ogni sfumatura analizzata; ne incollo qui sotto una cospicua parte – magnifico disco:

Il disco consta di cinque brani. Il primo e il quinto sono la stessa traccia, sorta di parentesi “privata” in un disco fortemente “pubblico”. La parentesi privata è Pigs On The Wing, che vede Waters in versione chitarra acustica come non accadeva dai tempi di If. Nella prima parte Waters, dialogando con la moglie, la ammonisce su quanto sarebbe pericoloso non prendersi cura l’uno dell’altra, unica maniera per salvarsi dalla pochezza venefica dei porci con le ali.

È, questa, la versione watersiana dello “shelter from the storm” di Bob Dylan. Nella seconda parte di Pigs On The Wing, che chiude Animals, Waters è felice di constatare come lui e la moglie siano davvero riusciti a creare un riparo privato dalle storture del mondo. La tecnica della parentesi, ovvero dello stesso brano che inizia e chiude il disco, era già stata usata nel precedente Wish You Were Here con la sensazionale Shine On You Crazy Diamond.

I brani effettivi di Animals sono tre: Dogs, Pigs (Three Different Ones) Sheep. Sono tutti brani superiori ai dieci minuti. Il primo e il terzo, in versione embrionale, erano nati nel ’74 ed erano stati anche eseguiti dal vivo. Gotta Be Crazy sarebbe divenuta Dogs e Raving And Drooling sarebbe divenuta Sheep. Entrambe le canzoni dovevano far parte di Wish You Were Here.

Poi il Magnifico Despota Waters ebbe l’idea di spezzare Shine On You Crazy Diamond e creare un concept album sull’assenza, “scartando” i due brani e creandone di nuovi (Welcome To The Machine, Have A Cigar e la title track). Gilmour, come quasi sempre, non era d’accordo. Waters, come quasi sempre, aveva ragione e vinse lui con una votazione interna al gruppo (3 a 1). I “vecchi” brani furono poi aggiornati da Waters per adattarli alla concezione animalesco-orwelliana dell’album. Nacquero così Dogs e SheepAnimals è uno dei dischi preferiti da Waters, mentre Gilmour e Mason – a tale domanda – hanno più volte risposto: “Wish You Were Here“.

Analizziamo i tre brani centrali.

Dogs contiene uno dei migliori assoli di Gilmour. Purtroppo una versione ancora più ispirata venne erroneamente cancellata da Waters, che fece casino con lo studio di registrazione a 32 piste (era la prima volta che lo usava). I cani del titolo sono i detentori della legge e, più in generale, gli arrivisti. Coloro che sono disposti a tutto pur di emergere. Waters le descrive come persone malate (“Devi essere pazzo” sono le prime parole del brano, oltre che il titolo originario) e condannate a morire del loro cancro interiore, trascinate giù dalla “pietra” delle colpe. Il brano supera i 17 minuti. Comincia la voce di David, termina quella di Roger, che qui accentua quella sua sublime attitudine “soffiata” e “sospirata” (“Gotta admiiiiiiit that i’m a little bit confuuuuuuused“). Waters ha ripreso il brano anche nel tour (e doppio cd) “In The Flesh” (2000), concerto pazzesco all’interno del quale compare anche Pigs On The Wing. Chi non l’ha mai ascoltato si vergogni e ponga subito rimedio a tale delitto.

Pigs (Three Different Ones). Ecco: questo è un brano che crea dipendenza. Non se ne può fare a meno, soprattutto quando arriva l’intermezzo (dal minuto 4 al minuto 8) durante il quale Gilmour ricorre al talk box per fare emettere alla sua chitarra suoni assimilabili a quelli dei grugniti dei maiali. È una canzone perfetta, magnetica, irrinunciabile. (Avrete notato come, quando parli dei Pink Floyd, sia molto parco di complimenti. Lo so: amo l’essenzialità). Pochi testi sono coraggiosi ed espliciti come Pigs. Waters lascia qui esplodere tutto il suo essere stupendamente anti-sistema. I maiali sono i potenti e più specificamente i politici. Ne esistono “tre differenti tipi”, come recita il sottotitolo. Nella prima strofa probabilmente Waters allude all’allora Primo Ministro James Callaghan. Nella seconda strofa pensa a “Maggie” Thatcher, che ha sempre odiato (la citerà in The Final Cut) e che arriva a definire “sei al capolinea sacco di merda/ (..) vecchia strega sfatta“. Nella terza strofa Waters allude esplicitamente a Mary Whitehouse, sorta di Mario Adinolfi dell’epoca. Chi non conosceva la Whitehouse, che in quel periodo voleva vietare le canzoni dei Pink Floyd alla radio perché peccaminose e diseducative, credette al tempo (e qualcuno crede ancora) che con la parola “Whitehouse” Waters alludesse agli Stati Uniti. La struttura musicale ricorda vagamente quella di Have A Cigar. Semplicemente demoniaco lo “youuuuu” pronunciato verso la fine, dopo un inquietante ansimare e prima della strofa “You’re nearly a real treat“. Waters si impuntò per suonare la chitarra ritmica, dirottando eccezionalmente Gilmour (anche) al basso. Il brano, di poco superiore agli 11 minuti, dal vivo arrivava a 20. Waters, che è sempre stato devastato dai demoni ma che in quegli anni era a un passo dalla pazzia autentica, durante quel brano emetteva ogni tanto il suo classico urlo (tipo Careful With That Axe, Eugene) e scandiva ogni volta un numero diverso. Il numero, nella sua testa insondabile (che amo), serviva per contraddistinguere – e “rovinare” – i bootleg dei loro concerti. Fu proprio durante un’esecuzione live di Pigs – 6 luglio 1977, Montreal – che avvenne l’episodio dello sputo al citrullo ubriaco. Esiste anche un bootleg del concerto, intitolato ironicamente “Who was trained not to spit on the fan?” (uno dei versi conclusivi di Dogs).

Sheep vede un Richard Wright – mai lodato abbastanza: sta ai Pink Floyd come George Harrison ai Beatles – in stato di grazia. Waters descrive la mandria assuefatta e addomesticata delle pecore. Cioè il popolo. Cioè noi, sempre troppo docili e anzi contenti di obbedire a cani e maiali. Nella parte centrale Waters si inventa un ulteriore sberleffo alla religione, riscrivendo a modo suo il Salmo 23 (“Il Signore è il mio pastore”) in cui Dio tratta gli uomini come fa un macellaio con le pecore, avendo l’unico interesse a tramutare il suo gregge in tante costolette d’agnello. Nel disco questa parte è letta – con un vocoder – da un roadie. Nei concerti la parte toccava a Nick Mason, che a volte rischiava il linciaggio dalla parte di pubblico meno tollerante. Un tale sberleffo fu ipotizzato – e poi accantonato – anche per The Great Gig In The Sky. Waters attaccherà la religione molte altre volte, per esempio in What God Wants, primo singolo dell’esiziale Amused To Death (1992). Gilmour ama Sheep, ma non è mai riuscito a rifarla perché ha dovuto ammettere che la timbrica di Waters è (qui e non solo qui) inimitabile. Significativo il finale del brano, pure questo orwelliano. Le pecore si ribellano (“Belando e balbettando ci avventammo sul suo collo“). Uccidono i cani, ma non ottengono la libertà. Perché? Perché è nella natura delle pecore – del popolo – essere sottomessi. Così alcune pecore più furbe si sostituiscono prontamente ai cani, reiterando le ingiustizie di prima e intimando alle pecore servili di obbedire (“È meglio se resti a casa/ e rispetti gli ordini/ Togliti di mezzo se vuoi campare a lungo“). Il brano finisce, in un’atmosfera di festa irreale e fraintesa, lasciando spazio alla seconda parte di Pigs on the wing e al rifugio nel privato: “Ora che ho un posto sicuro/ per seppellire il mio osso/ E anche gli sciocchi sanno che un cane/ ha bisogno di una casa/ un riparo dai maiali in volo“.

1 commento»

  glencoe wrote @

L’ha ripubblicato su l'eta' della innocenza.

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