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Archivio per novembre 25, 2019

Contro il capitalismo cronofago, a difesa del nostro tempo | Holonomikon


Giovanni De Matteo sa come capitalizzare l’attenzione su un determinato tema. La sua vasta cultura lo porta a confrontare situazioni e dettagli, concetti e consuetudini fino a rendere evidente la trama che sottostà al reale; che molto spesso, come anche in questo caso, è fetida, orribile e miserabile.

Attraverso tre passi ben distinti – la lezione del tempo cristiano, Neal Stephenson e soprattutto Cronofagia, saggio edito dagli amici della D Editore – Giovanni individua i germi del Capitalismo in ognuno dei tre settori, e mentre per Stephenson parliamo di narrativa, pur se ragionata e rapportata alla nostra civiltà, negli altri due comparti emergono le motivazioni dell’attuale Iperliberismo. In Cronofagia, in particolare si evidenzia come questo moloch inumano ci strappi brandelli della nostra esistenza senza requie, al momento abbiamo soltanto il sonno immune dai suoi assalti ma, nel momento in cui il mostro riuscirà a ghermirci pure nell’onirico, si apriranno colossali mercati da sfruttare, a tutto vantaggio del Sistema e non certo dell’umano (o postumano che sarà).

La chiosa di Giovanni è terrificante e severa ma, come si suol dire, giusta: vi lascio alle sue parole, che quoto in toto. Una piccola considerazione finale: sia lui che io diciamo le stesse cose, e ciò mi fa domandare: e se questa anticapitalista e anarcoide fosse una delle tante cifre stilistiche dei connettivisti in toto? Non solo speculazione cerebrale sul prossimo mondo e sul Fantastico a tutto tondo, quindi, ma anche sul sociale, sul politico che necessariamente condiziona il presente e quindi, il futuro: è forse questo un modo di essere olografici come i connettivi pretendono di essere? Il dibattito, rigorosamente, va sostenuto sui blog, non sui social…

Un nuovo manifesto politico è pronto da percorrere: non lo abbiamo delineato noi, si è solo palesato per com’è.

Le conclusioni non sono confortanti. C’è chi, come Jaron Lanier, propugna un abbandono delle piattaforme social e lo fa da tempo, con solide motivazioni. Un aut per abbandonare il Sæculum virtuale, in termini arbriani, per riscoprire e valorizzare l’importanza del nostro tempo, dedicandoci alla riflessione critica, all’approfondimento, alla scoperta e alla coltivazione della conoscenza. E forse è un ragionamento sensato, perché la sproporzione tra le forze coinvolte, l’assedio delle armate algoritmiche della datacrazia da una parte, un singolo individuo a difesa delle mura della sua fortezza privata del tempo dall’altra, è tale per cui nessun compromesso potrà mai favorire un esito positivo per la parte più debole e vulnerabile.

Il che non vuol dire rinunciare a internet e a tutti i servizi della rete, ma semplicemente abbracciare un downgrade al web 2.0, da cui ripartire per un nuovo inizio. Ed è una scelta politica, certo, e come si diceva una volta anche una scelta di vita.

La domanda vera non è se farlo o meno, o quando, ma un’altra ancora: siamo ancora in tempo per cancellare i nostri account social?

Dimenticare di essere


Risolvo la perplessità del mio essere con una pressione sul plesso solare della mia psiche. Affinché dimentichi di essere…

Strani giorni: Verso l’ignoto (Dioniso contro Edipo)


Sul blog di Ettore Fobo è comparso il post sottostante. Mi sento di concordare con i risultati dell’analisi, quando dice:

“L’uomo è qualcosa che deve essere superato”. Questa frase di Nietzsche non ha ancora rivelato tutta la sua potenza di rivelazione. Ne intuisco oscuramente la modernità sconcertante, modernità che si accrescerà nei prossimi decenni, in cui la fisica quantistica, la biologia molecolare, la genetica, l’informatica… cambieranno radicalmente il nostro modo di intendere il Tempo, di conoscere e di vivere, cambieranno radicalmente financo quella cosa sempre meno solida e sempre più fluttuante che chiamiamo Realtà. Il Postumano, in una parola, con tutti i suoi sottintesi quantistici e impensabili.

Il futuro è un raschio postumano, in odor di inumano.

Syd Barrett e la sua ultima intervista | OndaMusicale


Su OndaMusicale l’ultima intervista a Syd Barrett, datata 1982. Uno stralcio:

– Di cosa ti occupi adesso? Dipingi?
– No… ho avuto un’operazione di recente, ma niente di grave. Volevo tornare là [a Londra – ndr]. Ma devo aspettare. Poi c’è anche uno sciopero dei treni.
– Ma è finito un paio di settimane fa…
– Ah, ok grazie…
– Cosa fai nella tua casa di Londra? Suoni la chitarra?
– No… no, guardo la tv… tutto lì.
– E non hai più voglia di suonare?
– No. Non proprio. Non ho tempo per fare molte cose ora. E poi devo trovarmi un altro appartamento a Londra. Non è facile. Dovrò aspettare. Sai, non pensavo che avrei riavuto questi vestiti indietro. Non riuscivo a scrivere. E non riuscivo a decidermi ad andare a recuperarli… prendere il treno e tutta quella roba… già… non ho neppure scritto a quelle persone… mamma mi ha detto che li avrebbe chiamati dal suo ufficio… comunque grazie…
– Ti ricordi di Duggie? [Duggie Fields, un pittore con cui anni prima aveva diviso un appartamento – ndr]
– Sì… non l’ho più visto… quando ero a Londra non vedevo mai nessuno.
– Tutti i tuoi amici mi hanno detto di salutarti.
– Ah… grazie… è bello.
– Posso farti una foto?
– Sì, certo. Poi basta! Questa cosa mi sta agitando… grazie.
– È un bell’albero quello
– Sì, ma non più tanto bello. L’hanno potato un po’… mi piaceva tanto… [La madre lo chiama in casa: il tè è pronto! – ndr] Ok, bene… magari ci si rivede a Londra. Ciao.
– A presto… ciao.

Marla Hlady & Eric Chenaux – Fluff | Neural


[Letto su Neural]

Con Fluff, album licenziato da Avatar Quebec, si concretizza l’ennesima proficua collaborazione fra l’artista multimediale Marla Hlady e il chitarrista, cantante e compositore Eric Chenaux, un duo che s’ingegna in sperimentazioni che definiscono field-performance-recording. Sia chiaro che l’idea di improvvisare su field recording non è del tutto nuova. Non è “senza precedenti”, così come lo stesso confine fra quello che chiamiamo musica e quello che chiamiamo sound art non è più, oramai, qualcosa di netto e facilmente definibile. L’album è il risultato di una residenza ad Avatar nel giugno 2017, durante la quale i due hanno esplorato le proprietà acustiche e poetiche di luoghi specifici, come una palestra o un rifugio nella foresta, ricavandone sonorità molto sibilanti e ricche di fruscii. A codeste trame s’aggiunge come un subtesto decisamente più improvvisativo e free form, ricco di micro-percussioni e rarefatti intermezzi di strumenti a corda (ad esempio in “Refuge Du Domaine De Gaspé 1”). Non basta, sono organizzate anche molto ipnotiche sequenze, stralunate, noisy e ruvide, ma ancora dalle cadenze strutturali piuttosto ripetitive (in una successiva versione del pezzo nello stesso spazio). “Patro Roc – Amadour” parte invece in maniera abbastanza musicale, quasi come un ensemble che cerchi una sintonia dei vari strumenti prima dell’esecuzione d’un brano, continuando in dilatatissime arie d’obliquo post-rock. L’idea che ci arriva è che Marla Hlady – che attualmente è Professore Associato presso il Dipartimento di Arte, Cultura e Media dell’Università di Toronto – sia a suo agio con quelle che potremmo definire poetiche d’estetizzazione del quotidiano mentre Éric Chenaux – che vanta più di 25 anni di carriera come musicista, un’infinità di collaborazioni e cinque album solisti sull’etichetta Constellation – mette a frutto una sua particolare tecnica, molto laconica e visionaria, fatta d’un lento ed essenziale elenco d’opzioni audibili. I luoghi dove sono state operate le registrazioni sono stati scelti questa volta senza particolare enfasi sulle caratteristiche simboliche degli spazi, considerando perlopiù solo le loro proprietà acustiche specifiche: riverbero, eco e rumore di ritorno. Questo implica comunque un affinamento della propria percezione e una sintonia altra, ponendo l’attenzione anche allo scopo di cogliere le peculiarità di ambienti d’uso comune. Ogni superficie di fatto riflette qualsiasi emissione auditiva: spostando e restituendoci impressioni differenti dei suoni i due artisti ci costringono in questo caso ad una fruizione differente e non ordinaria.

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