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Archivio per gennaio 31, 2020

Lankenauta | Il linguaggio di Cthulhu. Filosofia e Dizionario di H. P. Lovecraft


Su Lankenauta la recensione a Il linguaggio di Cthulhu. Filosofia e Dizionario di H. P. Lovecraft, saggio a cura di Daniele Corradi che indaga il pantheon del Solitario dal punto di vista della lingua, delle tecniche narrative e della filosofia dello scrittore di Providence, elementi che, come ci spiega abilmente l’autore, in realtà non andrebbero mai disgiunti l’uno dall’altro ma sempre messi in intima connessione. Un estratto della rece:

Partendo dunque dai presupposti filosofici che sono alla base del suo mondo narrativo, Corradi ci illustra innanzitutto l’interesse di colui che è il padre del genere horror per l’Oltre, per un qualcosa cioè che va infinitamente più in là della nostra comprensione razionale, l’influenza di una verità cosmica che può prendere possesso del corpo umano e del suo destino e che si manifesta nei luoghi più impensati attraverso le forme della degenerazione, spesso tra i reietti, nelle azioni e nei riti officiati, finanche nel corpo (porta privilegiata) del sorcerer, nelle vesti di un orrore che giunge a noi mediante “segreti che ci sono stati preservati da antichi e misteriosi culti“. È un pensiero, con una forte carica gnoseologica, che mette in discussione ogni visione logico-razionale tradizionale della Realtà. Si tratta in pratica di una nuova cosmogonia, che Corradi sintetizza mirabilmente con queste frasi: “Siamo, in parole più semplici, la porta per l’oltre, l’ignoto che fummo e saremo, nel presente. V’è un mostro dal trifario occhio fiammeggiante e le ali nere, dentro di noi, occulto, in agguato: noi siamo gli alieni. Porte pericolose che attraverso la materia sognano aperture sull’antimateria. Eterni, effimeri varchi per l’Essere Vasto essenza forma che, attraverso la nostra geometria, sogna una forma impossibile, per misurare l’infinito.” È un Oltre che Lovecraft, in primo luogo, si sforza di far percepire al lettore tramite un uso ben preciso della prosa letteraria, oggetto di esame nella parte successiva del saggio.

A seguire, infatti, Corradi ci propone un’analisi lessicale e sintattica molto dettagliata della lingua de La chiamata di Cthulhu e del Necronomicon (proponendo di entrambi la lettura approfondita di alcuni paragrafi), lingua volutamente arcaizzante, ricca di aggettivi, di riferimenti, di resoconti scientifici (questi ultimi forniti con loro peculiari modalità stilistiche e narrative, ci dice Corradi, cioè con un accumulo che mira a conferire alla prosa “quella regolarità latente che trapassa la ragione, per parlare ai sensi più ciecamente corporei“) che ben esprimono il tentativo di razionalizzare ciò che non può essere razionalizzato, caratterizzata da un’onomastica innominabile e da formule rituali in un idioma ignoto che rende efficacemente l’incomprensibilità, per noi umani, del mondo “altro”, tutti elementi che insieme, alla fine, concorrono a comporre quelle che l’autore definisce una ipertassi e una ipersemantica realizzate da Lovecraft, che hanno molto in comune con la prassi autoriale di un suo grande maestro, Edgar Allan Poe (Corradi propone a tal proposito anche un confronto tra La chiamata di Cthulhu e il racconto di Poe The Fall of The House of Usher).

Molto chiare risultano anche le ulteriori sezioni, quelle in cui Corradi evidenzia i nessi esistenti tra il saggio Supernatural horror in Literature e il racconto La chiamata di Cthulhu, scritti da Lovecraft nello stesso anno (1926) a poca distanza l’uno dall’altro, da cui capiamo come La chiamata di Cthulhu sia il testo in cui meglio si concretizzano la realizzazione di una architettura narrativa impersonale tramite la tecnica del resoconto e la costruzione di una “trappola architettonica per il lettore, basata sull’ipnotismo in prosa , sulla prosa ipnotica” di cui sopra.

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