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Archivio per marzo 2, 2020

World War V – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una carrellata, di Alessandra Daniele, su quello che decenni di letteratura apocalittica ci hanno insegnato sui virus. E a forza di dir bugie, si va per niente lontani dalla verità…

Virus, ci siamo: è arrivato il momento di ripassare quello che abbiamo imparato sull’argomento da decenni di film, romanzi, fumetti, videogiochi e serie tv.

1 – Il governo mente
Se all’inizio l’allarme viene esagerato per imporre arbitrari coprifuoco, quando poi la crisi si rivela davvero grave si passa a minimizzare, tacitare, nascondere, ridurre i controlli, truccare le statistiche, troncare e sopire in nome della difesa dal danno economico e d’immagine. Intanto chi può cerca di lasciare il paese.

2 – Gli scienziati sbroccano
Non ce ne sono due che siano d’accordo. Qualcuno non è d’accordo neanche con se stesso.

3 – La quarantena non regge
Il virus in realtà è già diffuso ben oltre le “zone rosse” isolate, che finiscono per fungere da incubatori (come la nave Diamond Princess) finché i confini non cedono, spargendo ulteriormente il contagio.

4 –  La Sanità collassa
Chi ha chiuso ospedali, e tagliato fondi e posti letto per anni, se la prende coi medici.

5 – Gli esseri umani sono più pericolosi dei virus
Chi cerca di approfittare dell’epidemia per imporsi come leader, di solito è un criminale psicopatico. Chi promette soluzioni facili, cure miracolose o rifugi incontaminati, di solito è un cannibale. In senso metaforico, come gli spacciatori di mascherine inutili e gel disinfettante che moltiplicano i prezzi. E quando i supermercati si svuotano, anche in senso letterale.

6 – È già troppo tardi
Che il virus sia ruspante, o che sia stato creato e diffuso intenzionalmente come arma batteriologica, l’epidemia è comunque destinata a sfuggire al controllo. E dopo il numero dei morti, bisogna preoccuparsi di quello dei non morti.

Francisco López & Miguel A. García – Ekkert Nafn | Neural


[Letto su Neural]

Album collaborativo per Francisco López & Miguel A. García, due autori ben conosciuti nelle enclaves specialistiche della ricerca sonora contemporanea. Il primo vanta quasi 150 progetti audio pubblicati su etichette in ogni dove nel mondo e un numero cospicuo di premi internazionali vinti. L’altro egualmente cosmopolita e prolifico viene apprezzato per le sue composizioni e l’improvvisazione elettroacustica, le field recording e i suoni tratti da dispositivi elettronici obsoleti e/o malfunzionanti. Per Ekkert Nafn i due autori hanno scavato nei loro personali archivi sonori, andando a ripescare vecchie catture auditive ambientali e suoni che derivavano appunto da apparecchiature elettriche o meccaniche. Tutte queste sonorità erano già alquanto manipolate digitalmente e ognuno dei due artisti attingendo dalla stessa scelta di suoni ha poi operato in maniera indipendente. Naturalmente era giocoforza che nelle rispettive composizioni qualcosa s’intersecasse, seppure sia López in “Untitled #351” che García in “Applainessads” – questi i titoli delle due tracce presentate – hanno operato in maniera tale da costruire un continuum coerente e piuttosto omogeneo. In entrambi i casi un attento labor limae è stato messo a punto. Anche il titolo dell’album è una sorta d’ibrido, ottenuto mettendo assieme due parole islandesi che tradotte significano letteralmente “no name”. Questo per la Crónica Electrónica – etichetta portoghese alla quale si deve l’uscita – è altrettanto enigmatico e concettuale, in maniera analoga allo stesso flusso di sonorità risultanti, che nella composizione di Lopez vengono brandite in maniera assai misterica e sibilante, mentre nel lavoro di Garcia risultano più stridenti, basse e dure, fino a poi evolvere verso sequenze più diradate e impercettibili. L’ascolto d’entrambe le composizioni è molto coinvolgente e tale rimane anche reiterandolo più volte, offrendo sempre nuovi spunti e motivi d’interesse, acuendo la nostra percezione per i minimi dettagli ed evolvendo da stati di tensione controllata a cesure minimaliste e meditative. Le atmosfere che s’incontrano sono a tratti elegiache e malinconiche, paiono provenire da un futuro lontano e inabitato, nel quale le emergenze auditive sono fatte d’eruzioni e fredde frequenze, raschi e riverberi cupi. Dagli strati di ronzii si diffonde come un’esortazione e la frenesia digitale pure sembra ammonirci su un presente dalle prospettive incerte.

Leigh Whannell racconta il “suo” Dracula | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine un’intervista a Leigh Whannell, autore e interprete di film horror, che ragiona su come dev’essere la caratterizzazione di personaggi come quello di Dracula.

Io credo che la cosa migliore da fare sia semplicemente eliminare tutta l’iconografia. Prendiamo per esempio Dracula, molti dei suoi tratti distintivi sono stati aggiunti nel corso degli anni. Il mantello, ad esempio, molte delle sue caratteristiche non sono presenti nel romanzo di Bram Stoker. Alcune sono state introdotte da Bela Lugosi.

La stessa cosa è accaduta con Sherlock Holmes. Il cappello da cacciatore non è frutto della fantasia di Conan Doyle, eppure se chiedi a qualcuno di disegnare un ritratto di Sherlock Holmes, lo disegneranno con quel cappello in testa. E i bulloni nel collo della creatura di Frankenstein. Nel romanzo, la creatura è ben più spaventosa, un terrificante patchwork di parti di corpi.

I miei mostri farebbero dunque a meno di mantelli, bulloni, zanne. Li spoglierei di tutto quello che li contraddistingue e darei vita a un personaggio che non è mai stato rappresentato prima.

Se Bram Stoker avesse scritto Dracula nel 2020, il suo conte sarebbe decisamente diverso da come descritto nel suo romanzo. Io proverei a capire il vero motivo per cui Dracula è così spaventoso. E per me ciò che rende Dracula spaventoso è la sua mancanza di misericordia. Non ha pietà, è uno psicopatico. Farei un film in cui Dracula non è altro che un alienato che beve sangue. Non ci sono mantelli, né fulmini, non c’è nebbia e non ci sono nemmeno lupi. Solo un pazzo.

Dead Janitor – Medusa | Neural


[Letto su Neural]

Dead Janitor è il moniker dietro il quale si cela Brano Findrik, produttore slovacco che adesso presenta per Urbsounds Collective undici tendenziose e urticanti composizioni di scura IDM contemporanea. Proposte che s’impongono molto aspre e metropolitane, ma anche in alcuni episodi risuonano di futuristiche visioni dark ambient, industrial e techno. L’ibridazione di più elementi è piuttosto efficace e l’evolvere del suono complessivamente risente d’un applicazione alle strutture ritmiche che è assai curata e complessa. Medusa è l’opera di Dead Janitor più coinvolgente e radicale, frutto dell’evoluzione di un percorso che sin dal debutto nel 2008 con l’album The Boring Structure è continuata con Proximity, album precedente all’attuale, pubblicato nel 2016 su Strefa Szarej Records. Da allora Findrik ha accentuato le componenti elettroniche e sperimentali fino a combinare adesso più pulsazioni e un maniacale utilizzo di campionamenti e tagli estremi. Il climax è sempre mantenuto abbastanza alto e la gran parte di queste produzioni potrebbe tranquillamente essere suonata in qualche malsano club dedito alla dance non convenzionale, al cupo minimalismo o alla trance. Il 2016, forse non casualmente, è anche l’anno nel quale l’Urbsounds Collective si è aperto a nuove collaborazioni, diventando così una piattaforma di promozione artistica, nell’idea che la musica sia una forza intrinsecamente politica e di cambiamento. Sembra coerente allora accogliere fra le proprie fila un’artista come Dead Janitor, la cui propensione di critica al presente ordinario non può certo essere sottostimata, portatore d’una carica distopica cruda e urgente, sempre a suo agio anche nei passaggi più avventurosi, fitti di breakbeat e campionamenti traballanti, che sono sovrapposti in stranianti cesure musicali. Il titolo stesso dell’album, Medusa, è un grimaldello metaforico che potrebbe essere suscettibile di differenti interpretazioni. Questo personaggio mitologico ha infuso con la sua estetica riottosa e guerriera diversi ambiti della cultura di massa. È l’antagonista infatti di molti romanzi, film, serie animate, giochi di ruolo e videogiochi. Dead Janitor l’ha scelto ispirato da Clash Of The Titans – un fantasy action-adventure – alludendo in maniera indiretta all’ostilità che si è normalizzata nella politica e nella cultura di questi ultimi anni.

Dead Melodies & Zenjungle – Illusions


Dove non arriva l’antropocene…

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