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Archivio per marzo 16, 2020

La Grande Guerra – Carmilla on line


Su CarmillaOnline l’articolo del lunedì di Alessandra Daniele. Il tema, nemmeno a dirlo, la pandemia in cui siamo immersi fino alla cintola – per arrivare al collo c’è ancora molto tempo.

E vietato ammalarsi, perché il nostro sistema sanitario non può curarci tutti, non ha i fondi, il personale, le attrezzature, i posti letto.
Se ci ammaliamo in troppi, ai medici toccherà scegliere chi salvare, come in tempo di guerra.
Come siamo arrivati a questo punto?
Un passo alla volta.
Un taglio alla volta.
Una Sanità pubblica dissanguata dai tagli al bilancio, trattata per decenni come una Bad Company da rottamare.
Rifiuto in nome del Mercato.
Guai ad ammettere le inevitabili conseguenze di decenni di politiche criminali.
Guai a spaventare i turisti, gli investitori, la Borsa.
Poi golpe bianco, mentre il contagio è già fuori controllo, e l’Europa ci sbatte la porta in faccia, nel vano tentativo di evitare una sorte analoga che gli sta già capitando.
Golpe “necessario”, ben riconoscibile sotto la mascherina, ma che in pochi osano contestare apertamente, perché l’alternativa fa più paura.
Pestilenza.
Il Cavaliere dell’Apocalisse che governa il mondo in una coalizione di larghe intese con Guerra, Carestia e Morte.

Quattro chiacchiere su Bas | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine un’intervista a Stefano Di Marino e al suo ultimo L’amante di Pietra, Giallo Mondadori di un personaggio seriale, che già ho amato: Bas. Un estratto:

L’idea di scrivere gialli mi solleticava da parecchio. In realtà ho cominciato seriamente a considerarla intorno alla metà degli anni 2000. Già da parecchio però ero appassionato di due formule narrative tipicamente italiane in questo filone che non ha (o non si pensa che abbia) una declinazione nostrana. Per dirla tutta, come anche dicevo in una introduzione al volume antologico del Giallo Mondadori Il mio vizio è una stanza chiusa (2009), ritengo che la radice del giallo italiano (non il nero che è cosa differente) abbia una radice più cinematografica e televisiva che letteraria.

Per inciso di gialli in Italia se ne è sempre scritti ma pochi hanno avuto la forza di attirare un grande pubblico, appassionandolo e perché no?, spaventandolo. Al cinema invece siamo stati maestri. Il genere che si chiamava Italian Giallo che ha radici negli anni ’60 (La ragazza che sapeva troppo) e ha raggiunto una sua piena maturità con Dario Argento ma anche con i lavori di tanti bravi artigiani del cinema, da Sergio Martino a Umberto Lenzi ad Aldo Lado solo per citare quelli che ho conosciuto di persona (ciao Aldo!) ha fatto scuola nel mondo.

Da anni ne ero un cultore e con la diffusione di VHS e DVD ne sono diventato anche raccoglitore. E insieme a quei film ho recuperato anche una serie di sceneggiati italiani degli anni ’70, che è più o meno lo stesso periodo dei film argentiani ma, considerando che era un prodotto TV, si trattava di storie dove la suspense aveva la meglio sul sangue. Tutte cose interessantissime e molto “italiane”.

Se per esempio guardo gli sceneggiati che il mio amico Biagio Proietti riscriveva dai teleplay di Durbridge, non posso fare a meno di notare una vena creativa italiana che ci fa solo onore. Con quegli spettacoli ero cresciuto e, anche se fino ad allora mi ero orientato verso l’avventura, sentivo una pulsione a cimentarmi in quel campo. Mi rincresce dirlo ma l’editore che avevo ai tempi per la libreria rifiutò tutti i progetti, compreso Gangland (e poi abbiamo visto come è andata), e anche questo non lo volle neanche leggere dicendo… che ero in grado di parlare delle nuove tecniche di combattimento ma una storia di suspense non avevo le capacità di raccontarla. Ok, volevano farmi fuori e colpivano dove faceva male. Io però incassavo bene.

Continuai a nutrirmi di tutte le storie che potevo con l’idea che qualcosa poi sarebbe germinato. Il palazzo dalle cinque porte è stato concepito intorno al 2007 come prima ipotesi. Poi l’ho effettivamente scritto nel 2008 e l’ho tenuto lì per diverso tempo perché non riuscivo a farmi leggere da nessuno. Per prima cosa avevo stabilito una regola. L’eroe sarebbe stato diverso dal Professionista. E di certo non un commissario. Volevo un personaggio carismatico, affascinante che piacesse al pubblico del Giallo che, per esperienza, so prevalentemente femminile. L’immagine la costruii su un eroe dei fumetti francesi che leggevo in quegli anni, ma era una immagine iconica. Alto, distinto con una mosca di barba. Un uomo colto e raffinato, non un legionario. Decisi che non avrebbe sparato mai neanche un colpo.

Il colore venuto dallo spazio | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Il colore venuto dallo spazio, di Richard Stanley, film ispirato all’omonimo racconto di HP Lovecraft. Un estratto:

Richard Stanley riesce a evocare l’alieno con una semplicità disarmante. Attraverso una fotografia che tinge di porpora una natura maestosa, rievoca l’orrore cosmico in maniera decisamente più efficace della narrazione in sé. Tutto quello che non è immagine finisce infatti per diventare accessorio, riempitivo: dalle inutili sdolcinatezze che avrebbero fatto rabbrividire il solitario di Providence a Nicolas Cage. Già, Nicolas Cage. Quando è stata annunciata la collaborazione tra Stanley e Cage abbiamo creduto che quell’unione fosse la materia di cui sono fatti i sogni. Eppure ci sbagliavamo. Cage è eccessivo dal primo minuto in cui compare in scena, fino a trascendere nella seconda parte della pellicola. Non riesce a prendere le misure e va nella direzione opposta al film, tanto che in più di un’occasione sfiora il ridicolo. E purtroppo non è il solo. Stanley dipinge una “normalità” che è già abbastanza bizzarra ben prima della caduta del meteorite. Tra adolescenti che praticano wicca, sociopatici e mungitori di alpaca, la discesa verso la follia non può che perdere d’impatto. Più che subire l’influsso del colore, i personaggi sembrano essere assolti, finalmente liberi di diventare loro stessi.

Nel racconto di Lovecraft, la mutazione avviene per gradi: prima le piante, poi gli animali e infine gli uomini. Consumati e poi disfatti. Stanley è ovviamente costretto a restringere la linea temporale, ma fa l’errore di concentrarsi in maniera eccessiva sulla famiglia Gardner. Cage era già abbastanza inquietante come padre premuroso e le radiazioni cosmiche sembrano solo fargli bene, ma il resto della famiglia reagisce in maniera fin troppo approssimativa. Quando il colore inizia a esercitare la sua influenza i loro comportamenti si fanno confusi, esagerati, incoerenti. E la magia di Lavinia si rivela nella sua inutilità.

La trasposizione di Stanley perde gran parte della potenza evocativa di Lovecraft, ma pur se con qualche grossolano errore, la sua è una delle migliori letture non solo di Il Colore venuto dallo spazio ma dell’opera del solitario di Providence. E  poi ogni passo falso è perdonato quando in scena fanno la loro comparsa le ripugnanti creature che rendono omaggio al mostro di La cosa.

Il disservizio


Nella fretta di un disservizio mal interpretato, le poche idee si confondono in un maelstrom ideologico di incerta fattura, pastone per chi davvero ne capisce poco – di tutto.

Nicolas Bernier – frequencies (a/archives) | Neural


[Letto su Neural]

Rudolph Koenig, fisico che si occupò principalmente di fenomeni legati all’acustica, è stato uno dei pionieri degli studi correlati alla propagazione dei suoni e delle frequenze. In particolare allo scienziato tedesco, nel corso della sua carriera, viene riconosciuto grande merito per i molteplici apparati scientifici ideati e realizzati, che ancora – a livello internazionale – sono alla base di molte collezioni storiche di strumenti di fisica sperimentale. La maggior parte di queste apparecchiature sono state realizzate nella seconda metà del XIX secolo a Parigi e fra tutte spicca un “grand diapason” – del quale sono rimaste poche copie – le cui due gigantesche forchette possono generare vibrazioni acustiche tra i 32 e i 48 hertz. Nicolas Bernier proprio sui suoni di tali strumentazioni, raccolti all’Università di Rennes 1 in Francia, ha basato questo progetto, frequencies (a/archives), che ha vinto una Golden Nica al Prix Ars Electronica di Linz nel 2013. Utilizzando diapason attivati ​​meccanicamente e anche con onde sonore digitali quello che aziona l’artista sono sequenze generate da un computer che attivano solenoidi atti a colpire le forcelle in maniera estremamente accurata. Bernier, che trova affascinante il diapason acustico proprio per una sua presunta vicinanza tonale a una certa primordiale elettronica, dà vita ad un suono molto scarno ed essenziale, cavalcando anche la suggestione che l’utilizzo di un siffatto strumento scientifico concorra nel rafforzare gli stessi concetti di ricerca e sperimentazione che sono alla base del suo agire. Il diapason sembra idealmente collimare acustica ed elettronica, passato e presente, nel solco di tecniche che vanno dal semplice al complesso, evocando risonanze “naturali” ma anche riecheggiando di manipolazioni digitali contemporanee. Se il gran diapason è udibile nella composizione solo da orecchie ben affinate, la base degli altri suoni dagli archivi è ottenuta principalmente accordando le forcelle di diapason più piccoli, stendendo un tappeto intimo di relazioni fra le assonanze che hanno comunque maglie molto larghe. A queste sequenze diradate è a volte associata la voce di Dominique Bernard, ci sono mormori e brevi conversazioni, scricchiolii e risonanze finissime, un’alternanza di ambientazioni calde e fredde, di effetti vibratili e silenzio. Sono due le tracce presentate, una concert stereo redux e una radiophonic version. L’autore ci assicura che nessun vinile è stato utilizzato e che i rumori statici provengono solo dall’attrito meccanico tra diapason e microfoni. Di queste improvvisazioni è stata allestita anche una versione performativa con un tavolo luminoso personalizzato che ricorda alcune opere minimaliste. Evidentemente è proprio da quel contesto che l’ispirazione viene.

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